Caos Sicilia: Soprintendenze «abolite» e Defr non approvato

Il presidente della Regione Sicilia, Nello Musumeci, durante un forum all'Ansa, Roma, 20 marzo 2018.  ANSA / ETTORE FERRARI

Musumeci a rischio: per un voto non passa il Documento di programmazione economico-finanziaria che conteneva un refuso che aboliva le diramazioni dell'assessorato ai Beni Culturali. Le opposizioni chiedono il voto entro l'anno


A Palazzo dei Normanni si respira aria di tempesta: il presidente della Sicilia Nello Musumeci è in difficoltà, dopo che il Documento di programmazione economico-finanziaria (Defr) 2018-2020 non è stato approvato dall’aula. I voti favorevoli sono stati 32 su 65, ne manca uno. Ora la presidenza di centrodestra, a pochi mesi dall’elezione, è a rischio.

«Se il presidente crede di non essere in grado di governare questa Regione si dimetta», ha sentenziato il capogruppo del Pd in Ars Giuseppe Lupo. Il centrosinistra e i 5 Stelle hanno votato contro, ed è Musumeci stesso a ribattere: «È stato un dibattito in parte serio e in parte fortemente demagogico, è il segnale evidente di un’aria di inquietudine in quest’aula. Ho rispetto per il ruolo delle opposizioni, ma qui non si può giocare al “tanto peggio tanto meglio, qui ognuno di noi è chiamato a dare risposte».

Si torna al voto?
I 5 Stelle puntano a tornare alle urne entro l’anno, come confermano le parole del leader pentastellato in Sicilia Giancarlo Cancelleri: «Si naviga a vista e questo determina un immobilismo e una paralisi che la Sicilia non si può permettere. Si facciano i documenti contabili con tre o quattro priorità come i fondi per i disabili e quelli per i Comuni, si lavori a una legge elettorale frutto di un lavoro condiviso in Parlamento e poi si torni al voto entro l’anno».
L’ipotesi del voto viene affrontato dallo stesso Musumeci: «Non avrei alcuna difficoltà a restituire la parola ai siciliani. Non intendo perdere la mia dignità».

Il caso Sgarbi
Dopo le dimissioni dell’assessore Vincenzo Figuccia, sono arrivate anche quelle del responsabile ai Beni Culturali Vittorio Sgarbi, fiore all’occhiello di Musumeci in campagna elettorale. «Consegno oggi la lettera al mio capo di gabinetto», ha spiegato il critico d’arte, che ha definito il presidente siciliano «un gran maleducato», dopo aver annunciato che ogni rapporto «politico e umano» fra i due è «interrotto definitivamente».
Sgarbi è fuori dalla Ars? Pareva di sì, ma poi eccolo arrivare in assemblea sedendosi ai banchi del governo.

Il Defr e le soprintendenze
Il caos politico sul Documento di programmazione arriva a due giorni da quando era stato scoperto un refuso nel Defr stesso, refuso che avrebbe di fatto abolito le soprintendenze per i beni culturali e ambientali. A rispondere era stato l’assessorato ai Beni Culturali, guidato da Sgarbi, secondo cui si tratterebbe di un «mero errore elettorale». Ma il critico d’arte aveva colto la palla al balzo per una delle sue provocazioni: «Si potrebbe approfittare di questo refuso per procedere a una riforma adeguata. Ma le soprintendenze sono fatte con i piedi. Per una volta la Sicilia potrebbe essere d’esempio per l’Italia». Fa sorridere che lo stesso Sgarbi sia stato condannato in via definitiva per truffa e falso ai danni dello Stato per assenteismo quando lavorava alla Soprintendenza di Venezia.
Svista o meno, la questione delle soprintendenze aveva messo il governo siciliano in difficoltà, con Musumeci che ha mostrato il fianco alle opposizioni. «Per mesi hanno apostrofato il Movimento 5 Stelle come un movimento composto da geometri e ignoranti, salvo poi alla prima uscita dimostrare di essere loro i primi incompetenti», ha detto Luigi Sinseri, deputato pentastellato all’Ars. Sulla stessa linea Claudio Fava, candidato presidente per l’allora Articolo Uno: «La vicenda della abolizione delle Soprintendenze, causata da un refuso dimostra la scarsa attenzione su uno degli asset strategici dell’isola».

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