Pfizer interrompe le sperimentazioni nelle neuroscienze

epa05507035 A view of Pfizer World Headquarters in New York, New York, USA, 22 August 2016. Pfizer Inc. announced on 22 August that the company will buy the US-based biotech firm Medivation Inc. for around 14 billion dollars (12.3 billion euros), in part to gain control of the company's prostate drug, Xtandi.  EPA/JUSTIN LANE

Pochi risultati e troppi costi costringono la casa farmaceutica americana a fare un passo indietro nella battaglia contro le malattie neurodegenerative. Eppure la ricerca continua, soprattutto in Italia, uno dei Paesi più attivi in questo settore


Dopo Merck anche la Pfizer si arrende. Costi troppo esosi e scarsi risultati hanno costretto la casa farmaceutica di New York ad interrompere la ricerca e lo sviluppo di nuovi farmaci nel settore delle neuroscienze. Una notizia pubblicata dal Wall Street Journal che ha fatto rabbrividire e non poco pazienti e associazioni. Eppure la retromarcia era nell’aria. “La notizia non sorprende, perché giù da tempo Pfizer ha ridoto il suo impiego sulle demenze – afferma la presidente dell’Associazione italiana malati di Alzheimer (Aima) Patrizia Spadin – ma questo solo perché il filone di ricerca seguito non è quello giusto”. Si tratta più di una decisione di natura finanziaria che etica fatta dal colosso farmaceutico. Una scelta, quella di puntare su aree in cui ha una forte leadership ed il massimo risultato sui pazienti, che ha tra le conseguenze il licenziamento di 300 ricercatori impiegati nel settore.

Gli ambienti dello stabilimento produttivo della casa farmaceutica Eli Lilly a Sesto Fiorentino, ANSA/MASSIMO BREGA
Gli ambienti dello stabilimento produttivo della casa farmaceutica Eli Lilly a Sesto Fiorentino,
ANSA/MASSIMO BREGA

Se però da un lato la Pfizer annuncia l’arresto per nuovi farmaci nel campo delle neuroscienze, dall’altro fa sapere che si impegnerà nello sviluppo di farmaci per le malattie neurologiche rare e il trattamento del dolore. Gli stessi risparmi ottenuti per finanziare la ricerca saranno destinati in altre aree farmacologiche: “in cui la pipeline e l’esperienza scientifica sono più forti. E creare un fondo di venture capital aziendale per investire in progetti di neuroscienza al di furi dell’azienda”. La speranza per una possibile soluzione di questa malattia che rappresenta tra il 50 e 80% delle forme di demenza viene riposta in altre case farmaceutiche. Biogin, Johnson&Johnson, Eli Lilly, Boehringer, per citarne alcune, sono impegnate attivamente in questa battaglia e gli esiti delle nuove sperimentazioni arriveranno entro il 2023.

“Tra i filoni più promettenti, il grosso delle sperimentazioni si concentra sul ruolo della Betamiloide, una proteina di membrana per la crescita cellulare, con farmaci che vanno a bloccare la produzione e l’accumulo di questo killer” spiega il professor Paolo Maria Rossini neurologo del Policlinico Gemelli. In parte l’America alza bandiera bianca in un settore dove invece l’Italia è fortemente impegnata. Tra i progetti in partenza c’è Interceptor. Guidato dallo stesso professor Rossini, in questo studio verranno testati sette biomarcatori per individuare i migliori in termini di costo-efficacia ed agire prima che la malattia diventi demenza di Alzheimer conclamata. La ricerca in ogni caso va avanti per combattere una malattia che insieme all’allungarsi della vita aumenta sempre più.

Alfredo Toriello

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