À la Var comme à la Var

Una telecamera all'interno dello stadio Giuseppe Meazza di Milano, in una immagine di archivio
ANSA/MATTEO BAZZI

Con la tecnologia in campo si sta meglio mal accompagnati piuttosto che soli


Forse non aveva considerato, il legislatore, che alla svista marchiana del direttore di gara potesse aggiungersi la svista marchiana del Video assistant referee, meglio noto come Var. Se destano tanta meraviglia gli errori tremendi che in pochi giorni hanno coinvolto la Juventus (congiura spietata della sorte) non è perché gli errori sono grossolani (anche se sono davvero grossolani). È perché in Italia la tecnologia era stata accolta da tifosi e addetti ai lavori con lo spirito sbagliato. S’era pensato, magari senza dirlo ad alta voce, che forse era meglio togliere un po’ di responsabilità dalle spalle già incurvate dell’arbitro, e che affidare alla macchina una parte di questo peso avrebbe reso il campionato più “trasparente”. Ebbene, il limite di questo ragionamento è che, per il rovescio esatto dell’antico Omnia munda mundis, tutto è opaco per chi ha occhi opachi, e nel caso specifico non poteva un mero assistente telematico sopire gli istinti dietrologici del tifoso italiano, sempre all’avanguardia nell’avvistamento del complotto (e talvolta purtroppo non lontano da amare quanto banali verità giudiziarie). Con il Var, per il complottista, niente più chiaroscuri in Barocco, niente più trame segrete: il ladro sgraffigna in mondovisione, in conclamata “trasparenza”.

ANSA/ MATTEO BAZZI
ANSA/ MATTEO BAZZI

I limiti della tecnologia adottata a partire da quest’anno in Serie A sono molteplici. Nel tennis, nel basket, o nel volley per esempio, l’assistenza del video (che viene adottata talvolta a scapito del ritmo della gara) interviene solo su fattispecie discrete, come un pallone che tocca o meno una linea, o un tiro effettuato entro il tempo consentito. Nel basket Nba, all’avanguardia nella policy adottata sul tema della trasparenza da parte della lega, settimanalmente i dirigenti della classe arbitrale rilasciano un bollettino pubblico con gli errori arbitrali più rilevanti. Un modo di disinnescare le polemiche e di rendere più chiaro il regolamento attraverso una giurisprudenza sempre in evoluzione. È importante notare che l’instant replay americano non si può applicare per sanzionare un fallo di gioco (perché un contatto fisico non è una fattispecie discreta e oggettiva, entro certi limiti) e non si può consultare se non nei minuti decisivi delle partite.

In Italia il Var è stato adottato su una casistica volutamente ampia, invadendo anche quella zona grigia del fallo di gioco, che, come si è visto, crea numerosi problemi di “certezza del diritto”. Se un arbitro deve giudicare su un fallo di mano o su una spinta, il margine di errore, pur diminuendo grazie all’ausilio del video, resta considerevole. Certamente il Var non dà garanzie a coloro che non hanno fiducia nella buona fede degli arbitri. E forse il rapporto tra arbitro e Var va disciplinato più rigorosamente, magari introducendo il meccanismo della “chiamata” del ricorso da parte degli allenatori o dei capitani delle squadre. Eppure la possibilità di rivedere un semplice replay ha già evitato tanti errori gravi quest’anno. Per gli equivoci dello spirito, degli arbitri e dei tifosi, la medicina non esiste.

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