Fuoco di polemiche su Aung San Suu Kyi
Soldi dagli oligarchi del regime al suo partito

Il Times svela che la Lega nazionale per la democrazia, tornata alla politica solo nel 2012, ha ricevuto finanziamenti dai magnati milionari compromessi con la giunta dei militari. La leader dell'opposizione: "Non c'è nulla di male"


Cala un’ombra sopra il mito di Aung San Suu Kyi. E ha la forma ingombrante dei soldi che il suo partito, la Lega nazionale per la democrazia (Nld), ha ricevuto da parte degli oligarchi del vecchio regime birmano. La  notizia è pubblicata dal Times di Londra: la Nld, tornata alla vita politica nel 2012, ha ricevuto finanziamenti da tre grandi milionari della Paese. “Faccendieri”, come li ha definiti lo stesso quotidiano inglese, che negli anni di governo dei militari hanno accumulato ricchezze grazie ai favori resi ai generali della giunta. Sono il magnate delle armi Tay Za, che al partito della Signora ha versato 82mila dollari, il re della tv satellitare Kyaw Win (158mila dollari donati) e Zaw Zaw, oligarca con interessi nell’edilizia e nel turismo, che di recente è apparso in una fotografia in cui sorride a fianco della leader dell’opposizione.

Foto che  appare come il simbolo tra i più lampanti dei dubbi che ora avvolgono la “perfezione” intorno alla quale si è costruito il mito del premio Nobel per la pace in questi anni di lotta e di battaglie: compromissione, resa, legami sottaciuti con un regime che per anni ha torturato e negato la libertà a un intero popolo e che ha costretto alla reclusione in casa la stessa San Suu Kyi per 15 anni. Dubbi alimentati non tanto dal fatto che la Signora ha confermato di aver ricevuto quei soldi (ufficialmente destinati a “scopi umanitari e iniziative per l’educazione”), né dall’ammontare delle somme, non certo esagerate se confrontate con le disponibilità dei finanziatori e le esigenze di un partito che tra poco potrebbe trovarsi  a guidare la Birmania. Ma ingigantiti dal tipo di spiegazione che San Suu Kyi ha dato nel sostenere che non ci sia nulla di sbagliato in questi finanziamenti: “La gente può accumulare ricchezze nei modi più diversi – ha detto al quotidiano birmano Irrawaddy – ma per affermare che queste persone sono state coinvolte in attività illecite occorre un’apposita inchiesta”. Come se non fosse chiaro che quei magnati hanno fatto la loro fortuna durante gli anni del regime. Chi ha potuto fare affari e arricchirsi in Birmania, nei 50 anni della giunta, ha dovuto sostenere, inevitabilmente e fino in fondo, le azioni dei generali. Mentre adesso che il regime sta mollando lentamente la presa sul Paese, Zaw Zaw candidamente ha dichiarato: “Non voglio essere un cattivo oligarca, ma un oligarca buono”.

Dietro i legami di Suu Kyi con i magnati, però, potrebbe esserci solo naturale pragmatismo politico. La Signora, infatti, deve affrontare la necessità di non urtare il governo attuale in una situazione di nascente democrazia e, a distanza di poco tempo dalla sua liberazione, deve fare patti con la realtà esistente per non rischiare di nuovo l’estromissione. D’altronde la Nld è potuta tornare alla politica attiva solo lo scorso anno, e adesso San Suu Kyi appare come la figura più quotata per la prossima guida del Paese. In Birmania i soldi sono concentrati in poche mani, mentre la Costituzione vieta di ricevere finanziamenti dall’estero. L’attività politica in ogni caso ha i suoi costi e compromessi. Questo spiegherebbe, come ricorda il Times, i silenzi della Signora sulle violenze della maggioranza buddhista contro i Rohingya musulmani, o sulla campagna militare contro la minoranza Kachin. San Suu Kyi mira a vincere le lezioni presidenziali nel 2015, e anche per lei contano i voti.

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