Perché il rilancio dell’Alfa Romeo non passa dalla Formula Uno

epa07184603 Italian Formula One driver Antonio Giovinazzi of Sauber F1 Team in action during the first practice session of the Abu Dhabi Formula One Grand Prix 2018 at Yas Marina Circuit in Abu Dhabi, United Arab Emirates, 23 November 2018. The Formula One Grand Prix of Abu Dhabi will take place on 25 November 2018.  EPA/VALDRIN XHEMAJ

Si completa il cambio di denominazione del team Sauber, che nella prossima stagione diventerà l'Alfa Romeo Racing, ma dietro il nuovo nome e il nuovo logo non vi sono novità nella gestione della scuderia svizzera. E' davvero questo che vogliono i fan del biscione?


Fca non sembra provare alcuna pietà per il cuore malandato di migliaia di alfisti. Questa volta la freccia scoccata dall’arco del Ceo del gruppo Michael Manley è di quelle che colpiscono nel segno: nella prossima stagione di Formula Uno il team “Alfa Romeo Sauber” diventerà semplicemente la “Alfa Romeo Racing”. Scompare quindi dalla denominazione ufficiale ogni cenno alla scuderia fondata nel 1993 da Peter Sauber per lasciare campo libero ai colori del biscione. Difficile non emozionarsi davanti ai tanti richiami al passato contenuti nel nuovo logo del team: il nome dell’Alfa Romeo, scritto per esteso e nello storico font corsivo, sovrasta un “Racing” in caratteri maiuscoli che riporta alla memoria un altro logo venerato dai cultori, quello della Martini Racing, e un evocativo “Since 1910”, il tutto separato da una bandierina tricolore. Insomma, operazione nostalgia perfettamente riuscita.

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A vedere quel logo verrebbe da credere che qualche anima pia sia riuscita a convincere i vertici Fca a riaprire uno scantinato del vecchio stabilimento di Arese per metterci sale sviluppo, banchi di prova e tunnel del vento. Si può arrivare addirittura ad immaginare il pugno di ingegneri, rubati un po’ a Ferrari e un po’ provenienti dal settore sviluppo vetture stradali, lavorare all’aerodinamica e alla power unit. Scherzi di un brand management audace, che non tiene in considerazione le aspettative suscitate nei più romantici, e la successiva delusione nello scoprire la realtà. La freddezza del marketing più puro, quello che si esprime con inglesismi, viene fuori dalle parole di Frederic Vasseur, team principal della scuderia svizzera: «E’ un piacere per me commentare questa crescita della sinergia tra la Sauber e l’Alfa Romeo, che da Title sponsor diventa il nostro Team name. Si respira grande entusiasmo in seno alla scuderia e non vediamo l’ora di cominciare il 2019 per continuare il nostro processo di crescita».

Il cambio di nomenclatura quindi non anticipa novità rispetto a quanto visto l’anno scorso a livello di proprietà del team. E’ la stessa Sauber a precisare che la gestione della scuderia e la sua proprietà rimarranno immutate e che tra il marchio di Arese e la scuderia elvetica vi sarà solo un’accresciuta “coesione”. Un’operazione che sembra portare maggior vantaggio al team di Peter Sauber in termini di visibilità e di finanziamenti, piuttosto che al marchio italiano. Non che la squadra svizzera non sia “degna” di sfoggiare i colori del biscione. Lo scorso anno la Sauber ha fatto segnare un netto passo avanti rispetto alla crisi in cui era piombata e si è classificata ottava, con 48 punti, dei quali 39 vinti da Leclerc, arrivato al 13° posto della classifica piloti e ora promosso in Ferrari. Ancora più interessanti sono le premesse di questa stagione, in cui l’Alfa potrà contare su una coppia di piloti di tutto rispetto come l’ex ferrarista Kimi Raikkonen e il promettente Antonio Giovinazzi, primo italiano a tornare nella massima serie dai tempi di Jarno Trulli.

Anzitutto, quello che non convince è il legame di “sudditanza” tra cavallino rampante e biscione. Il rapporto si è invertito e, da madre della scuderia di Maranello, l’Alfa viene ora considerata un team “satellite” della Ferrari. D’altronde, a volere il ritorno in Formula Uno dell’Alfa fu nel 2017 Sergio Marchionne, all’epoca Presidente della Ferrari, che fornisce da tempo i propri motori alle monoposto di Hinwil. Difficile pensare che Marchionne fosse tanto devoto all’agonismo da avallare la nascita di un competitor della Ferrari. La concorrenza in casa non piace a nessuno e in questa Formula Uno, di cui la Ferrari è diventata un pilastro, per l’Alfa Romeo non può esserci spazio se non all’ombra della rossa di Maranello.

In secondo luogo, applicare la decalcomania di un biscione su una vettura motorizzata da un altro costruttore, oltre che concepita e sviluppata in modo autonomo da un team preesistente (con una storia più che ventennale), non può bastare per ridare lustro ai fasti di una scuderia come quella dell’Alfa Romeo, che è stata la prima a vincere nel 1950 con Nino Farina il campionato di Formula Uno e ha dato i natali alla leggenda Ferrari. Il revival sarebbe stato persino apprezzabile se fosse stato concepito come una sorta di nostalgico tributo, facendo quindi rimanere un chiaro riferimento al team Sauber. Portare fino in fondo la farsa del nome Alfa Romeo, invece, è una scelta destinata a suscitare non pochi sorrisi. E alcuni di questi saranno di amarezza.

40453437090_8a98342cae_bLa Formula Uno è un mondo costoso e Fca – in particolare Alfa Romeo – non navigano nell’oro, ma davvero non vi erano alternative a questo percorso? Per rilanciare l’immagine sportiva del biscione si sarebbe potuto evitare di puntare alla massima serie e partire dal basso, ad esempio da dove si era interrotta l’avventura di Alfa nel motorsport. Da quel campionato turismo (Etcc, poi Wtcc, ora Wtcr) in cui Alfa Romeo ha dominato tra il 2000 e il 2003 con Fabrizio Giovanardi e Gabriele Tarquini, e che continua ad avere un’enorme eco tra gli appassionati.

Verrebbe voglia di mangiarsi le mani a considerare che l’anno scorso il campionato del mondo turismo ha adottato il regolamento Tcr, che prevede vetture meno costose da sviluppare e con meccanica strettamente derivata da quella di serie. Con una spesa inferiore a quella necessaria per l’operazione di marketing in Formula Uno l’Alfa Romeo avrebbe potuto approntare una vettura competitiva: la sua Giulietta che sembra fatta apposta per rispettare le specifiche del Tcr. Qualcuno infatti ci ha pensato e l’anno scorso due bianche Giulietta con il tricolore sul cofano hanno tenuto alto il nome del biscione e dell’Italia nei più prestigiosi circuiti del mondo. Ma non è stata l’Alfa Romeo, bensì il costruttore privato Romeo Ferraris, che con un budget limitato è riuscito ad ottenere risultati degni di nota. Difficile negare che vi sia più spirito Alfa in un bullone della Giulietta di Romeo Ferraris che nelle monoposto di Raikkonen e Giovinazzi.

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