Fossi (Unhcr): «Inaccettabile tenere gente in mare per così tanto»

A Reporter Nuovo il portavoce italiano dell'Alto commissario delle Nazioni Unite per i rifugiati ha parlato del caso Sea Watch e della gestione dei migranti: "Necessarie politiche condivise da tutti"

Con lo sbarco dei 49 migranti della Sea Watch si è conclusa una vicenda lunga quasi venti giorni che ha messo ancora una volta alla prova il sistema europeo di accoglienza dei migranti, e che forse, per la prima volta, ha aperto una crisi nel governo italiano. L’Unhcr (l’Alto commissario dell’Onu per i rifugiati) ha espresso preoccupazione “per il fatto che una soluzione alla difficile situazione delle persone soccorse in mare sia arrivata dopo così tanto tempo” e perché “i tentativi di costituire un sistema condiviso e prevedibile per lo sbarco delle persone soccorse nel Mediterraneo hanno fatto progressi molto lenti, nonostante le proposte avanzate congiuntamente da UNHCR ed OIM”. Ma di che proposte si tratta? Lo abbiamo chiesto a Federico Fossi di Unhcr Italia.

«Unhcr e Oim hanno proposto un sistema che preveda una ripartizione delle responsabilità tra Paesi europei e che si affacciano sul mediterraneo africani che garantiscano delle procedure di sbarco non solo condivise ma anche prevedibili. Da mesi viene adottato un approccio caso per caso e si fanno negoziati politici sulla pelle delle persone soccorse in mare, che in quanto tali sono in difficoltà. Oltre al freddo dell’inverno, i migranti viaggiano su imbarcazioni fatiscenti e sovraffollate, e vanno aiutati subito. Tra l’altro, i numeri sono esigui, se pensiamo a quelli del 2015. Fare negoziati politici su poche persone in difficoltà che vanno salvate è inaccettabile»

Quanti Paesi sarebbero coinvolti nel vostro progetto?
«Abbiamo progettato un sistema condiviso di sbarco e ripartizione che coinvolga l’Unione europea, le Nazioni Unite e l’Unione africana. Tra i Paesi africani, però, non c’è la Libia, che consideriamo un porto non sicuro e verso la quale, dunque, non è possibile far tornare le imbarcazioni»

Nonostante l’Italia la consideri un porto sicuro…
«Noi siamo presenti sul campo e sulla base delle indagini che facciamo e delle testimonianze che riceviamo non possiamo assolutamente considerare la Libia un porto sicuro. La nostra è una valutazione fondata sui fatti, non su progetti politici»

Oggi 51 migranti arrivati su una barca a vela nel crotonese sono stati salvati dai cittadini. Nonostante gli slogan politici, comunque sulle nostre coste gli sbarchi continuano
«Gli sbarchi sono diminuiti in maniera drastica e i numeri sono simili a quelli precedenti al 2014, quando partì l’operazione Mare Nostrum in seguito ad un naufragio a largo di Lampedusa. La rotta del Mediterraneo centrale rimane pericolosa (con un migrante su 50 che perde la vita nella traversata), ma non è l’unica. La tratta che da Grecia e Turchia porta a Puglia e Calabria rimane battuta da migranti di nazionalità diversa (iraniani, iracheni, afghani, siriani) che fuggono da gravi situazioni di crisi umanitaria. Situazioni che continuano e che, inevitabilmente, continueranno a costringere la gente a scappare. Non è possibile ignorare il fenomeno, né si può condizionare la loro protezione per motivi politici: questa gente va tratta in salvo, senza se e senza ma»

The Sea-Watch rescue ship waits off the coast of Malta, Tuesday, Jan. 8, 2018. Two German nonprofit groups are appealing to European Union countries to take in 49 migrants whose health is deteriorating while they are stuck on rescue ships in the Mediterranean Sea. Sea-Watch and Sea-Eye representatives told reporters in Berlin on Tuesday that drinking water was being rationed on their ships and some migrants had trouble eating due to illness. (ANSA/AP Photo/Rene Rossignaud) [CopyrightNotice: AP]

La politica della chiusura dei porti si sposa con il decreto sicurezza, le cui norme avete già criticato in precedenza
«Il semplice fatto di trattare l’immigrazione in un decreto sulla sicurezza, soprattutto se parliamo di persone in fuga da guerre, è paradossale. Mi ripeto, chi emigra fugge da condizioni di insicurezza e violenza, in cui sono frequenti fenomeni di terrorismo. Il decreto riduce le garanzie di protezione per determinate categorie di persone particolarmente vulnerabili, che prima rientravano nella protezione umanitaria garantita dallo Stato Italiano per categorie. Oggi questo tipo di protezione viene meno ed è stata rimpiazzata da una di tipo diverso, da attribuire caso per caso, che rischia di danneggiare diverse persone in difficoltà»

In che modo le politiche di Salvini sono diverse da quelle dei Paesi della Ue che si rifiutano di accogliere?
«Prima di rispondere voglio sottolineare una cosa: il soccorso e lo sbarco devono essere distinte dall’accoglienza. Le prime due fasi non possono in alcun modo essere rallentate dalla terza. Le persone soccorse in mare sono in difficoltà e non possono essere lasciate in balia delle onde per tutto questo tempo. Bisogna trovare dei meccanismi per i quali sia previsto a priori chi si deve occupare dell’accoglienza. Quanto alle responsabilità, non voglio attribuire responsabilità di nessun tipo a nessuno: nel comunicato stampa di ieri abbiamo elogiato il comportamento delle autorità maltesi, del governo italiano e degli 8 Paesi europei che si sono impegnati ad accogliere i 49 migranti. È preoccupante, e lo abbiamo detto, che per arrivare ad una soluzione ci siano voluti quasi 20 giorni: diversi soggetti sono responsabili di questo grave atto. Non deve accadere più»

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