Dieselgate: Fca pagherà 650 milioni negli Usa, ma non è un nuovo caso Volkswagen

Pietro Gorlier responsabile delle attività di Fca in Europa, Medio Oriente e Africa (Emea) durante la conferenza stampa al termine dell?incontro tra FCA e sindacati presso la palazzina Mirafiori, 29 novembre 2018 ANSA/ ALESSANDRO DI MARCO

Il costruttore risarcirà proprietari e autorità americane per chiudere il contenzioso sulle presunte violazioni nelle emissioni di alcuni motori diesel


Fca pagherà complessivamente oltre 650 milioni di dollari per risolvere le dispute negli Stati Uniti sulle emissioni diesel. Secondo indiscrezioni riportate dai media Usa, l’accordo con le autorità americane, che sarà annunciato nelle prossime ore, prevede il pagamento da parte della casa automobilistica di una sanzione pari a 311 milioni di dollari. Fca verserà inoltre almeno 75 milioni di dollari agli stati americani che stanno indagando sulle emissioni diesel, mentre altri 280 milioni serviranno per patteggiare con i proprietari delle auto nel mirino delle indagini delle autorità americane. Ad essere coinvolte sono 104.000 auto mentre i modelli interessati sono Jeep Grand Cherokee e Ram prodotti dal 2014 al 2016 con motori diesel a tre litri e venduti in Usa. Ognuno dei proprietari dovrebbe così ricevere circa 2.800 dollari. Il Dipartimento di Giustizia ha accusato Fca nel maggio del 2007 di aver installato su alcune delle sue vetture dispositivi per aggirare gli standard. Fca ha più volte negato le accuse mosse nei suoi confronti. Le autorità americane hanno intensificato i controlli sulle auto diesel dopo lo scandalo di Volkswagen, che ha ammesso nel 2015 di aver ‘truccato’ 11 milioni di auto nel mondo per superare i test sulle emissioni diesel. Volkswagen ha pagato 25 miliardi di dollari negli Stati Uniti per risolvere le rivendicazioni di proprietari di auto, autorità di regolamentazione, stati e concessionari. La casa automobilistica tedesca si è inoltre dichiarata colpevole di aver cospirato per frodare le autorità di regolamentazione, di aver ostacolato la giustizia e di aver rilasciato dichiarazioni fuorvianti.

L’ente per la protezione ambientale americana (Epa) ha accusato Fca di non avere dichiarato la presenza di un software, violando una normativa che obbliga i costruttori a comunicare alle autorità tutti i software di gestione presenti nel motore. Nello specifico si tratterebbe di un sistema che entra in funzione dopo il raggiungimento di una determinata temperatura per trattenere le emissioni inquinanti. Un caso non comparabile con quello che ha visto protagonista la Volkswagen, finita sotto accusa per aver installato sulle sue vetture un software che permetteva di ridurre le emissioni nel momento in cui le auto venivano sottoposte ai test. L’accordo tra Fca e l’autorità americana non implica l’ammissione di colpevolezza da parte del costruttore. Inoltre, non è mai stato dimostrato che il software finito sotto accusa consentisse ai motori di emettere una quantità maggiore di inquinanti rispetto al dichiarato; piuttosto si tratterebbe di uno strumento non dichiarato per ridurre le polveri sottili. La scelta dei manager di Fca sarebbe quindi spiegabile proprio con la volontà di chiudere la questione per evitare un’associazione con il caso Volkswagen da parte dell’opinione pubblica. Se l’immagine del gruppo italo-americano esce salva dalla vicenda, a risentirne è ancora una volta la nomea dei motori diesel, attaccati negli ultimi anni da governi e amministrazioni locali per le loro emissioni e finiti al centro di una vera e propria gogna mediatica.

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