Alle origini della narrativa populista. Intervista a Gary Younge

Gary_Younge

Secondo il giornalista britannico il dibattito sulle armi da fuoco negli Stati Uniti è una battaglia su un modello di società. Su questo terreno la destra ha il discorso più convincente, con analogie che si ritrovano anche in Europa


“A un certo punto ho cominciato a sentirmi coinvolto”. Spiega così Gary Younge le ragioni che lo hanno portato a scrivere Un altro giorno di morte in America (tradotto in italiano da Add editore). Younge ha vissuto negli Stati Uniti tra il 2003 e il 2015 e da lì ha raccontato il paese sul Guardian. Col tempo ha capito che negli Stati Uniti la libertà del possesso di armi da fuoco è un feticcio, il simbolo di una visione del mondo e della politica, che oggi è ascesa ai vertici del potere mondiale con la presidenza di Donald Trump. Lo abbiamo incontrato alla fiera Più libri più liberi a Roma, dove era ospite, per provare a indagare insieme a lui le ragioni dell’ascesa del populismo di destra negli Stati Uniti e in Europa, in vista delle elezioni del prossimo anno.

 

Partiamo proprio dai dati: le vittime di armi da fuoco negli Stati Uniti negli ultimi anni sono aumentante o diminuite?

Nel 2013, quando ho scritto il libro, la media quando ho scritto 7 bambini e adolescenti morti, ora è 9 al giorno. Significa 730 bambini morti in più all’anno, quindi la situazione sta peggiorando, ma era già molto negativa.

 

Ma allo stesso tempo abbiamo visto sorgere dei movimenti contro le armi…

Dopo la strage di Parkland di quest’anno, in cui un ragazzo ha ucciso 17 persone sparando nella sua scuola, si è creato un movimento molto potente che penso abbia cambiato il modo in cui si parla di questo argomento. Il discorso è cambiato innanzitutto perché questo movimento è fatto da giovani, per natura meno inclini ai compromessi. Certo, ci vorrà del tempo priva di poter apprezzare qualche cambiamento. Agli Stati Uniti sono serviti più di 200 anni per arrivare a toccare i livelli di morti che ci sono oggi, quindi non possiamo aspettarci di trovare un antidoto in due, tre o neanche cinque anni. Ma sono convinto che almeno dal punto di vista del discorso politico e dell’immaginario dei giovani le cose stanno andando nella giusta direzione. Anche le elezioni di metà mandato sono state un segnale che le coscienze stanno cambiando.

 

Proprio nelle midterms abbiamo assistito all’ascesa di alcuni candidati del partito democratico giovani e di idee radicali. Come si collega questo fenomeno con il movimento?

Negli ultimi 2 anni ci sono state almeno quattro o cinque manifestazioni molto importanti contro Trump. Ci sono state la women march e la marcia contro le armi da fuoco. Il partito democratico statunitense ha raccolto queste energie che provengono dai movimenti, ma finora non ha saputo assumere una vera leadership di opposizione. Per farlo deve fare uno sforzo di immaginazione. Donald Trump ha vinto le elezioni usando una narrativa convincente per gli americani. Il suo discorso diceva “puoi essere rude, sfacciato, ignorante. Puoi mentire, barare, uccidere, bombardare, non importa. L’importante è vincere”. A questa narrativa dell’America first i democratici non hanno saputo opporre un contro-discorso altrettanto convincente. Parlano di dettagli, di singole misure come l’assistenza sanitaria. Sono cose importanti, certo, ma non sono all’altezza del compito. Quello di cui i democratici hanno bisogno è un’idea alternativa di America, di ciò che dovrebbe essere e di cosa dovrebbe diventare. E penso che questo approccio è essenziale anche in tema di armi da fuoco,  perché le armi sono una pietra angolare di una certa narrativa americana che elogia l’individualismo, l’esercizio aggressivo del potere e l’idea di farsi giustizia da soli: le armi sono un simbolo molto potente di tutte queste cose. Se si vuole limitare l’uso delle armi negli Stati Uniti serve una storia diversa per l’America, e questo è il momento di pensarla. Il partito democratico non ha saputo prendere la guida di questo movimento per il cambiamento: hanno raccolto molte energie, ma al momento sembra che non sappiano bene cosa farci.

 

Possiamo aspettarci di vedere qualche cambiamento nel partito democratico americano nel 2019?

La situazione è molto volatile e imprevedibile. Se solo quattro anni fa ci avessero detto che negli Stati Uniti Trump sarebbe diventato presidente e tra i giovani si sarebbe cominciato a pensare che il socialismo potesse essere un modello migliore del capitalismo non ci avremmo mai creduto. Quindi non sappiamo come sarà l’America tra quattro anni. Anche Bernie Sanders e le nuove stelle della sinistra democratica… quattro anni fa nessuno li avrebbe presi sul serio.

 

La liberalizzazione delle armi da fuoco può rappresentare una leva dell’ascesa della destra populista in Europa? In Italia il Ministro dell’interno Matteo Salvini è leader di un partito che si è speso sull’argomento, per esempio.

L’Europa ha una storia molto più lunga degli Stati Uniti e questo tema delle armi individuali non ha mai preso piede, quindi mi sembra difficile che emerga oggi. Però, come dicevo prima, questi sono tempi molto volatili e tutto è diventato possibile. Ovviamente non dobbiamo augurarcelo, ma la ragione per cui è possibile è che nel momento in cui il discorso politico alimenta la paura delle persone, ci sono problemi di razzismo, di immigrazione e così via, le persone diventano capaci di qualunque cosa. E quando si inizia a pensare che lo Stato non sia più in grado di difenderli allora cercano un modo per proteggersi da soli. Mi preoccupa che le persone possano pensarlo, comunque. Perché se le armi fossero sinonimo di sicurezza, allora gli Stati Uniti sarebbero il posto più sicuro al mondo, e non lo sono. Un libro come quello che ho scritto è possibile solo in America, in nessun altro posto la media delle morti di ragazzi uccisi da armi da fuoco ogni giorno è così alta. Chiunque pensi che l’America sia il futuro ha una visione molto tetra del futuro.

 

Nel 2015 ha lasciato gli Stati Uniti e sei tornato a Londra. L’anno dopo si è votato per la Brexit. Il Regno Unito era cambiato in sua assenza?

No, quando sono tornato ho trovato il Regno Unito esattamente come l’avevo lasciato. Non è cambiato dal punto di vista politico: è sempre un paese affetto da “malinconia postcoloniale” e da “fantasie imperiali”. Ci sono sempre stati razzismo e isolazionismo e soprattutto quella particolare tensione di un paese che vuole controllare il resto del mondo da una piccola isola. E il voto per la Brexit non è stato altro che l’esplosione di questa tensione. Il risultato del referendum non mi ha sorpreso. Personalmente, non mi aspettavo che avrebbe vinto il leave, ma non ho mai pensato che fosse impossibile che vincesse. Perché molti argomenti a favore dell’uscita dall’Unione europea in termini di immigrazione, di rapporto con l’Europa e così via, non hanno trovato un vero contrasto sul fronte opposto. Sui media mainstream non si sente un verso discorso a favore dell’immigrazione da 60 anni, né un’argomentazione seria sulle ragioni dell’antirazzismo. Durante il referendum nessuno ha fatto davvero campagna a favore dell’Unione europea. Si limitavano a usare argomenti del tipo “Ormai ci siamo dentro, non è il massimo ma è il meglio che possiamo fare”, oppure “L’immigrazione ormai è un dato di fatto, le persone vanno e vengono… non ci spossiamo fare niente”. Non sono argomenti accattivanti per le persone, mentre dall’altro lato un discorso che dice: “Dovremmo tornare sovrani sul nostro territorio. Dovremmo essere contro queste persone che arrivano, perché non sono come noi” è un argomento molto più forte. È un discorso falso, ma convincente. E non hanno trovato alcuna contro-narrativa altrettanto convincente su come dovrebbe essere il Regno Unito. Perciò non sono sorpreso, ma la situazione attuale mi ha soltanto confermato la visione che già avevo dell’Inghilterra, non mi insegna niente di più.

 

Cosa si aspetta dalle elezioni europee nel 2019?

Se guardiamo al mondo occidentale vediamo che si è diffuso una sorta di virus, da cui l’Europa non è immune. Le cause di questa epidemia dipendono dalla crisi economica, che è stata creata dalle banche ma che è stata fatta pagare alle persone più povere. I poveri hanno dovuto pagare per una crisi che non avevano generato, e ora ne hanno abbastanza e si stanno rivoltando. I partiti politici maggioritari nel 2008 sono stati tutti complici di questa strategia che ha scaricato l’onere della crisi sui poveri, per questo le persone ora guardano agli estremi: a destra, certamente, ma anche a sinistra, anche se non sta andando bene quanto l’estrema destra. In ogni caso, il discorso è che in questo momento stiamo assistendo a un grande riequilibrio dell’asse della politica europea, in cui le verità che hanno presieduto a tutto il periodo postbellico ora non sono più ritenute valide. Basta guardare al destino del partito socialista francese, dell’Spd in Germania, o del Pasok in Grecia. La situazione attuale in Francia è interessante perché il movimento dei gilet jaunes e la crisi della ricetta politica di Emmanuel Macron dimostra che l’idea di una gestione “manageriale” della politica (com’era anche quella di Tony Blair nel Regno Unito) non è più una soluzione accettata dalle persone. Centro-destra e centro-sinistra stanno collassando, e adesso la battaglia politica è per prendere il loro posto. L’estrema destra è in lizza per il primato, ma non è l’unica.

condividi