Se il presepe non s’ha da fare

L’intervista a Alberto Finizio, presidente dell’Associazione Italiana Amici del Presepio, su un simbolo del Natale che ogni anno torna a far discutere

Angelo Stefanucci voleva mettere insieme un gruppo di appassionati di presepi. Roma, 1953: l’Associazione Italiana Amici del Presepio è il primo esempio di questo genere in Italia. All’epoca nel resto d’Europa e in America esistevano già molte associazioni presepistiche. Un ritardo che non ci si aspetta dal Paese che è stato la culla di questa tradizione centenaria, inaugurata da San Francesco sulle alture di Greccio, nel rietino.

Alla riunione ufficiale indetta da Stefanucci, presepista e fondatore dell’associazione, c’erano soprattutto ecclesiastici, ma anche intellettuali e professionisti; un gruppetto di uomini, qualche donna. A 65 anni di distanza l’AIAP conta oggi 2500 soci, accomunati dall’interesse per la storia dei presepi e le varie tecniche per realizzarli nella pratica, mostre, convegni, concorsi sul tema. La rivista Il Presepio continua a uscire ogni tre mesi, le sedi periferiche sparse per l’Italia sono decine. A Roma, nel Rione Monti, esiste anche un museo intitolato proprio a Stefanucci, visitabile gratuitamente due giorni a settimana.

Il Natale è in arrivo, per la gioia dei fan di statuette e borraccina. Insieme ai presepi, però, anche le polemiche tornano a fare capolino. Spesso sono le recite natalizie ad accendere la miccia della discussione sul multiculturalismo tra i banchi di scuola in uno o più istituti italiani. Ma l’abitudine di litigare sui presepi ha preso piede anche nelle piazze e, in generale, nei luoghi pubblici di molte città. E i social non fanno eccezione. Risale a qualche giorno fa la notizia della provocazione di Don Luca Favarin, sacerdote di Padova attivo nell’accoglienza dei migranti. L’invito del parroco a “saltare” il presepe come segno di rispetto verso i poveri e in polemica con il decreto sicurezza da poco approvato in parlamento ha innescato una pioggia di reazioni, manifestazioni di solidarietà e pesanti insulti.

Sul presepe, insomma, anche la baruffa è diventata di tradizione. Perché ci scaldiamo tanto? È solo questione di religione? ReporterNuovo ne ha parlato con Alberto Finizio, presidente dell’Associazione Italiana Amici del Presepio.

Alberto Finizio, presidente AIAP
Alberto Finizio, presidente AIAP

Cosa rappresenta il presepe nell’immaginario collettivo degli Italiani?

Anche se ha senso in quanto rappresentazione sacra e non come semplice esercizio di modellismo, è legato a una serie di aspetti non soltanto religiosi: il ricordo dell’infanzia, la famiglia, la tradizione. Coinvolge talmente tante sfere che è difficile restare indifferente davanti al presepio.

Perché secondo lei il presepe diventa ogni anno fonte di polemiche?

Ci si diverte molto di più a parlare dell’unica pecora nera nel gregge di pecore bianche. Sinceramente il “bene o male purché se e parli” non credo sia applicabile al presepio, non ci piace che venga preso a pretesto per certe polemiche. Il 1 dicembre è stata inaugurata una mostra che abbiamo allestito per il secondo anno tra Rieti e Greccio, un itinerario che vuole portare alla riscoperta dell’origine del presepio. Ho molto apprezzato il discorso di apertura fatto da Monsignor Pompili, che ha voluto fortemente questo evento. Il vescovo ha detto che il presepio deve essere difeso, propagandato, diffuso, illustrato, ma non brandito come una spada per una nuova guerra di religione. Per esperienza personale e dell’associazione abbiamo tanti esempi di integrazione proprio grazie al presepio.

Il presepe risente dei cambiamenti della nostra società?

Sicuramente sì. Il presepio ha avuto nei secoli un’evoluzione costante, il suo aspetto muta col cambiare dei gusti, delle culture, anche più semplicemente dei materiali e delle tecniche a disposizione. Oggi ce ne sono tanti che solo 20 anni fa erano inimmaginabili e quindi consentono delle realizzazioni completamente diverse. Adesso viene utilizzato molto spesso per ricordare o mettere l’accento su eventi contemporanei, questo credo sia nella natura delle cose.

Foto di ANSA / CIRO FUSCO
Foto di ANSA / CIRO FUSCO

Cosa vi dice la gente? Come mai il turismo dei presepi è così popolare?

È una conferma di quanto il presepio sia profondamente radicato nella società e nella vita di ognuno. È vero che ha vissuto un momento di appannamento intorno agli anni ’60 e ’70, ma da allora è in costante ripresa. A questo punto mi permetto di dare un po’ di merito alla nostra associazione, che ha sicuramente contribuito a farlo conoscere, a creare e strutturare molte realtà a livello locale, dall’Alto Adige alla Sicilia. Realtà che potendo lavorare sul territorio riescono a diffondere molto meglio il presepio, attraverso mostre, corsi di tecnica per costruire il presepio eccetera. Una volta ce n’erano pochissimi mentre ora vengono organizzati in qualsiasi località, non soltanto sotto Natale ma durante tutto l’anno. Sicuramente anche i mezzi di comunicazione sono d’aiuto, in particolare Internet. Basta digitare “presepio” su Google per ottenere un’infinità di dati, si trova di tutto, da video di tecnica a filmati di varie rappresentazioni e così via. E poi torniamo al discorso di riscoperta dei valori e delle tradizioni che porta con sé, cosa che non può che farci piacere. Sono valori storici, consolidati: il messaggio che lancia il presepio è uno dei motivi per cui la sua vita continua.

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