In pensione la mela: Unaparolaalgiorno e l’italiano leggero via email

L'intervista a Giorgio Moretti, il 29enne fiorentino coideatore insieme a Massimo Frascati della famosa pagina web dedicata alla nostra lingua

Che cos’hanno in comune parole come “screziare”, “alias”, “feeling”, “ircocervo”, “similitudine”? Poco o nulla, tranne il fatto di essere tutte passate sotto la lente di ingrandimento di Unaparolaalgiorno.it.

Dalla pagina Facebook di Unaparolaalgiorno.it
Dalla pagina Facebook di Unaparolaalgiorno.it

Nel nome c’è già tutto: un sito, una newsletter e la promessa quotidiana di una parola italiana da consegnare, analizzata e commentata, nelle caselle di posta elettronica di più di 100mila iscritti. Un progetto che, dalla sua prima alba online otto anni fa, ha conservato intatto il suo smalto originale di servizio gratuito e in senso figurato “open source”, costruito su un dialogo continuo con gli utenti e contaminazioni stimolanti. Da qui i vari traguardi linguistici di fantasia con cui Unaparolaalgiorno premia i lettori più voraci, il quiz sulle parole (veramente) difficili o il concorso sul termine più divertente inventato dagli iscritti in occasione del 1 aprile. Porte spalancate anche alle collaborazioni virtuose e capaci di disegnare collegamenti con la letteratura, la retorica, l’illustrazione.

Un esempio dal ciclo “Parole illustrate”

Insomma, un cantiere insolito nel panorama delle pagine web dedicate alla lingua italiana, nato dall’inventiva dei suoi due architetti, all’epoca poco più che ventenni. Massimo, laureato in psicologia, ma anche web designer e sviluppatore software, insieme a Giorgio, dottore in giurisprudenza, scrittore e portavoce di Unaparolaalgiorno, sono fermamente convinti che è dalla qualità delle parole che conosciamo che dipende la qualità dei pensieri che facciamo.

Firenze, 15 giugno 2010: l’inizio di Unaparolaalgiorno.it ha un dove e un quando precisi. Con che spirito avete cominciato a dare forma al vostro progetto?

Lo spirito di un gioco! Stavamo semplicemente cercando qualcosa del genere, ma non avevamo trovato niente che ci soddisfacesse. Visto che Massimo è un bravissimo informatico e io mi ero sempre interessato di scrittura, abbiamo deciso di provare noi a farlo. All’inizio gli iscritti erano una decina di nostri amici, non avevamo nemmeno tutte le competenze che servono per fare un lavoro del genere. Però il 2010 è tanto tempo fa. Anche gli utenti ci hanno aiutato moltissimo nel dare un’impronta a questo servizio.

Il Manifesto in 10 punti

I vostri percorsi universitari influenzano in qualche modo la gestione del sito?

Diciamo che ci siamo divisi i compiti in maniera un po’ feudale: io scrivo i testi insieme ai collaboratori, Massimo gestisce la parte tecnica del sito; ovviamente mi dà sempre feedback su tutto quello che faccio, feedback che però derivano più dalla sua esperienza di informatica che di psicologia. Io tendenzialmente non tratto parole che riguardano il diritto, però non posso negare che ci sia un’impostazione di base che è un po’ quella dell’argomentazione giuridica: vado a cercare le fonti e su quelle argomento, provando a trovare la linea sul tema. In Unaparolaalgiorno è importante uno sguardo non accademico. Io ho difficoltà a parlare di questioni di diritto in maniera non scientifica. Invece, per il fatto di non aver studiato linguistica all’università (nonostante poi mi sia messo in pari) riesco meglio a conservare quello sguardo curioso che ha il non-esperto e che è la cifra di Unaparolaalgiorno.

Dalla pagina Facebook di Unaparolaalgiorno.it
Dalla pagina Facebook di Unaparolaalgiorno.it

In questi otto anni di attività avete stretto molte collaborazioni, trasformate in appuntamenti fissi online. Con quali criteri scegliete i contributi da affiancare alla vostra selezione di parole quotidiane?

Cerchiamo di trovare dei fronti di interesse condiviso fra noi e i potenziali collaboratori, in modo che facciano qualcosa che veramente li appassioni, li entusiasmi. È abbastanza comune che le persone ci scrivano dicendo: «mi piace quello che fate e vorrei collaborare, io so fare questo…». Quindi, aspettiamo che ci arrivi una proposta e poi passiamo alla parte realizzativa. A volte ci è capitato di avere in mente degli argomenti molto interessanti e di andare a cercare qualcuno che potesse trattarli. Per esempio, per un meraviglioso ciclo di parole sul cibo che viene dall’America che abbiamo realizzato con l’aiuto di un ricercatore di Bologna.

Un ingrediente fondamentale del vostro stile è un approccio leggero e divertente alla divulgazione della lingua italiana. Si tratta di un aspetto faticoso da curare?

Sì, ma lo faccio tutti i giorni da otto anni, quindi sono straordinariamente allenato. Non ti nego che in realtà la parte divertente, leggera della realizzazione mi porta via molto più tempo della parte di ricerca. È un lavoro creativo ed è il cuore di Unaparolaalgiorno, senza il quale sarebbe l’ennesimo blog di linguistica e non potrebbe essere apprezzato da una platea così straordinariamente variegata come la nostra. Sono io il primo utente di Unaparolaalgiorno e, siccome mi annoio molto facilmente, devo cercare di fare qualcosa che sia soprattutto divertente per me. In più sono fiorentino, lo spirito toscano è molto improntato all’ironia. Non vorrei un approccio diverso da questo perché divertirsi è importantissimo.

Cosa succede dietro le quinte di Unaparolaalgiorno? C’è qualche aneddoto gustoso che vorresti regalare ai vostri iscritti?

Sì, certo! Unaparolaalgiorno è molto usato nelle scuole. Ci ha scritto una professoressa pugliese delle Medie che, dopo un lungo periodo di resistenze da parte dei genitori e confronti con il dirigente, è riuscita a far iscrivere tutta la classe a Unaparolaalgiorno. E la prima parola che hanno ricevuto è stata “trombare”! Un imbarazzo terrificante! La professoressa in questione, dopo questa tragica esperienza, ci ha anche raccontato che sono stati gli stessi studenti a tranquillizzarla dicendo: «ma no, professoressa, sa, “trombare la pasta”…», un uso regionale di questa parola che significa “tirare la pasta”. Penso che non ci si debba mai impressionare davanti a parole del genere. Anche perché sì, sono carine, simpatiche e importanti da trattare, ma restano comunque una minoranza. Se fra le quasi 3000 parole che abbiamo pubblicato ce n’è una dozzina di volgari…Pace!

Tra i vostri partner, Audible ha avuto un ruolo da protagonista negli ultimi tempi. Su cosa bisognerebbe puntare per riavvicinare gli italiani alla lettura?

Molte volte si cade nella trappola dell’età dell’oro. Gli italiani non hanno mai né letto né scritto così tanto come oggi, con i social network e via dicendo. Il punto sta nell’avvicinare le persone a delle buone letture, perché di cattive letture non ce ne sono mai state così tante e tanto frequentate. È assolutamente necessario colare la lettura negli interstizi della giornata, perché le nostre vite sono frenetiche, non vogliamo rinunciare a niente però abbiamo dei tempi morti, su cui si deve agire. In questo gli audiolibri sono fortissimi! Prima non riuscivo a leggere più di una trentina di libri all’anno, mentre adesso viaggio agevolmente sui 200: è una cosa pazzesca! Alla fine dell’anno ti guardi indietro e ti senti la testa che scoppia! È una sensazione bellissima, perché ti accorgi di crescere tanto e a un ritmo spaventoso.

Per concludere, una domanda scomoda: qual è la tua parola italiana preferita?

“Oscillare”. Una parola italiana che però ha degli omologhi anglosassoni, quindi di respiro internazionale. L’origine è favolosa: l’oscillum, un diminutivo di os, “bocca” (che per metonimia finisce per significare “piccolo volto”), è un medaglione. Gli oscilla raffiguravano dei volti votivi di divinità, dèi Lari o Penati dell’antichità romana. Questi medaglioni venivano forati in cima, veniva applicato loro un nastro e venivano appesi ai rami di alberi sacri. E, col vento, oscillavano. Da quell’immagine scaturisce tutto il resto. Oggi non puoi parlare delle più nuove, raffinate, specialistiche questioni di fisica quantistica o di astronomia senza rifarti alla categoria creata dall’osservazione di quella scena. Quindi sì, questa è la mia parola preferita.

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