Siria, dietro i numeri del conflitto

Un'analisi su quello che è successo e sta succedendo in Siria dall'inizio del conflitto a oggi

Sette anni di conflitto. 400mila vittime secondo le Nazioni Unite, le cui stime si fermano al 2014. 500mila vittime secondo osservatori e centri di ricerca. 5,6 milioni di persone, che sono state costrette a fuggire negli Stati limitrofi. 6,6 milioni di sfollati interni. 17.723 siriani morti in prigione, secondo un’indagine di Amnesty International.  Sette attacchi chimici tra quelli realmente attestati e quelli presunti. 183 miliardi di perdite legate alla guerra. Trent’anni di recessione per l’economia siriana. Oltre l’80% il tasso di povertà. Questi sono i numeri più significativi di un conflitto iniziato il 15 marzo del 2011 e che non accenna a concludersi in un contesto che è diventato sempre più complesso.

I 185.180 chilometri quadrati del territorio siriano oggi sono così divisi: il regime di Bashar al Assad è riuscito a riconquistare gran parte della Siria Occidentale e centrale, ad aprile ha strappato la città di Douma ai ribelli, l’ultima roccaforte nella Ghuta Orientale rimasta in mano agli insorti per cinque anni. Mentre la Siria Nord-Orientale, quella che si trova a Est dell’Eufrate, è ancora sotto il controllo delle forze curde. Bashar al Assad è riuscito a riprendersi i due terzi del Paese, ma non è solo in questa violenta riconquista della Siria.  Come ricorda Lorenzo Trombetta, giornalista esperto del Medio Oriente e corrispondente da Beirut, «Il governo siriano del presidente Bashar Al Assad è fortemente sostenuto a livello regionale e internazionale dalla Russia e dall’Iran, che hanno da decenni un forte legame politico e militare con Damasco. Oggi non possiamo definire la conquista militare, la forza e il potere siriano soltanto come un potere in mano ad Assad o la sua avanzata in molte regioni della Siria come un suo merito esclusivo. Si può dire che Assad oggi rappresenti una serie di interessi locali, regionali e internazionali che in qualche modo incarnano l’equilibrio che va nella direzione russa-iraniana. È importante quindi sottolineare il fatto che Assad come nome, come persona, come responsabile politico è rappresentante di una serie di istanze che vanno al di là della Siria».  

Ci sono in gioco interessi di altri paesi, equilibri internazionali e di potere che non si fermano al solo conflitto siriano, che è nato con delle manifestazioni e che si è sempre più allargato fino ad arrivare a coinvolgere due tra le potenze mondiali più forti, Russia e Stati Uniti d’America.

Ma facciamo un passo indietro: era il marzo del 2011 quando cominciarono in alcune città siriane – Damasco, Aleppo, Homs, Raqqa, Dera’a –  manifestazioni inizialmente pacifiche che chiedevano l’inizio di una stagione di riforme nei rapporti tra cittadini e lo Stato e non necessariamente la caduta del presidente siriano, Bashar Al Assad. Inoltre la popolazione era preoccupata per lo stato in cui versava l’economia del paese: tasso di disoccupazione giovanile molto elevato, calo delle vendite del petrolio e crisi del settore agricolo a causa della siccità. Tuttavia il governo siriano non mostrò le aperture che i manifestanti chiedevano, ma cominciò a usare la violenza e la repressione. Ed è così che coloro che erano scesi in piazza a chiedere un governo più democratico e meno repressivo, cominciarono ad armarsi. Si formarono due blocchi contrapposti: da una parte il governo di Assad e l’Esercito Arabo Siriano a lui fedele, dall’altra la complessa compagine di ribelli. Di questi una parte hanno creato l’Esercito siriano libero (ESL), ma anche altri gruppi armati. Successivamente nel conflitto si è inserita l’Unità di Protezione Popolare (YPG), la milizia della regione del Rojava a maggioranza curda. L’YPG insieme alla YPY, l’unità di protezione delle donne, nel corso del conflitto ha assunto sempre più importanza tanto da essere coinvolta e da diventare la principale protagonista nella lotta contro lo Stato Islamico.

Il problema di questa grande matassa che è diventata la questione siriana è che vi hanno preso parte anche attori esterni: la Russia e l’Iran, che hanno da subito appoggiato il regime di Bashar Al-Assad, ma anche gli Sati Uniti, che hanno sostenuto i curdi nella loro battaglia contro lo Stato islamico dell’Iraq. Ed è proprio quest’ultimo, conosciuto da tutti come Isis o Daesh, che ha provocato le maggiori tensioni, soprattutto a livello internazionale, essendo un gruppo terroristico. I miliziani dell’Isis si sono insinuati nel conflitto con l’intento di far cadere il regime di Assad e di islamizzare l’intera area. Daesh, prima di essere stato ridimensionato e praticamente sconfitto dalle forze curde, era riuscito a conquistare una buona parte del territorio siriano vicino al confine con l’Iraq.

In questi 185.180 chilometri quadrati di territorio si sono concentrate troppe forze, che non solo avevano obiettivi diversi, ma erano e sono tutt’ora anche diverse per religione. La famiglia degli Assad è sempre appartenuta al gruppo religioso degli alauiti, una minoranza sciita.  I combattenti dell’YPG invece sono sunniti. Mentre Daesh mirava a fondare uno stato islamista orientato al salafismo.

Truppe e un mezzo corazzato russo combattono contro i ribelli siriani al fianco delle truppe lealiste nella zona di Latakia, al confine con la Turchia, 3 settembre 2015. ANSA / frame video Gruppi Difesa Nazionale siriana +++ANSA PROVIDES ACCESS TO THIS HANDOUT PHOTO TO BE USED SOLELY TO ILLUSTRATE NEWS REPORTING OR COMMENTARY ON THE FACTS OR EVENTS DEPICTED IN THIS IMAGE; NO ARCHIVING; NO LICENSING+++

 

In questo marasma di diversità, la violenza è sempre stata la caratteristica principale e dominante della guerra civile siriana. Armi, molte armi e di tutti i tipi sono state usate soprattutto sui civili. Come spiega Lorenzo Trombetta «nella cronologia siriana la questione di chi usa le armi contro i civili cambia a seconda dei momenti e degli stati del conflitto. Adesso la situazione è questa: ci sono degli attori come il governo siriano e i suoi alleati che la usano in larga parte contro i civili. All’inizio il conflitto siriano nasce come protesta popolare non violenta. In alcune città siriane le proteste furono represse con la forza e allora i comitati di quartiere iniziarono ad armarsi, inizialmente con armi leggere. Poi l’escalation armata è andata avanti e nel 2012-2013 si è assistito a una vera e propria militarizzazione: tutti hanno cominciato ad avere le armi. Però il controllo dei cieli è sempre stato e lo è tuttora in mano al governo siriano e alla Russia, quindi anche al suo alleato iraniano».

Il tipo di armi usate è un capitolo a sé nella storia del conflitto. «A partire dal 2012-spiega ancora Trombetta  –il governo siriano ha fatto un uso massiccio dell’aviazione, ma non ha sganciato solo le classiche bombe. Ha lanciato anche i famigerati barili bomba, ossia dei tubi, dei cilindri di metallo riempiti sia con del materiale esplosivo sia con del materiale di risulta, di ferraglie varie che vengono gettate da un’altezza limitata, ma hanno un impatto devastante sulla popolazione. Oltre a esplodere, danneggiano tutto ciò che c’è nel raggio di un centinaio di metri. La caratteristica di queste bombe è che sono molto economiche: bombe artigianali che vengono costruite da fabbriche del governo e venivano lanciate periodicamente e in modo massiccio su tutte le aree che non erano più sotto il controllo governativo.»

Da allora l’escalation non si è mai arrestata. «Dal 2013 in poi, con la militarizzazione delle forze antigovernative, anche i ribelli hanno iniziato ad avere armi leggere e pesanti. Ma non arrivano ad avere nessun tipo di velivolo, anche se conquistano qualche base aerea. Non hanno mai potuto sfidare i governativi e i russi nei cieli. Tuttavia sul terreno hanno iniziato a usare armi di artiglieria e vari tipi di cannoni da mortaio. In questa carrellata di attori e di armamenti il primo uso attestato di armi chimiche su scala significativa avviene nell’agosto 2013 con il famigerato bombardamento nella Ghuta Orientale, la stessa area colpita dal presunto attacco chimico dell’aprile scorso. L’attacco chimico della Ghuta Orientale fu attribuito anche allora al governo siriano. Gli esperti dell’Onu affermarono che nell’agosto 2013 ci fu un attacco chimico con gas che uccisero centinaia di persone tra cui bambini e donne. Da allora l’uso di armi chimiche è stato certificato più volte dalle inchieste internazionali e la maggioranza degli attacchi chimici attestati dal 2013 in poi è stata attribuita al governo siriano.  Oggi la questione dell’equilibrio militare è sempre a favore del regime, della Russia e dell’Iran. Inoltre la Russia in maniera ufficiale è intervenuta militarmente nell’autunno del 2015. Sostiene il governo siriano in modo sempre più massiccio con nuove armi, vari tipi di velivoli, jet militari e armamenti a terra».

Aleppo bombardata dall'esercito di Assad, in un ferno immagine tratto da AMC, 27 agosto 2013. ANSA/ FERMO IMMAGINE AMC +++ NO SALES - EDITORIAL USE ONLY +++

 

Armi, attacchi, morti, profughi ma anche interessi di alcune potenze mondiali hanno fatto sì che dal 2011, data di inizio del conflitto, a oggi la questione siriana sia presente nei telegiornali e nelle pagine dei quotidiani e che non passi come una di quelle guerre dimenticate dall’Occidente. È indiscutibile l’interesse che ha suscitato il conflitto siriano in Italia: non solo da parte della stampa e della politica, ma anche da parte della popolazione. Soprattutto ha visto la partecipazione sia di attivisti di estrema destra che di sinistra. Emblematica è stata la manifestazione che si è tenuta ad aprile davanti all’ambasciata americana a Roma. In momenti diversi il Fronte Europeo per la Siria, gruppo di estrema destra molto vicino a Forza Nuova e a Casapound, e attivisti di sinistra, vicini a Potere al popolo e al sindacato Usb, hanno organizzato la stessa manifestazione contro l’intervento degli Usa in Siria, perché secondo loro aiuterebbe il terrorismo. Non solo in Italia, ma anche in paesi come la Gran Bretagna, la Germania, la Polonia e la Grecia sono nati dalle estreme destre gruppi che appoggiano il regime di Assad. Una buona parte di queste formazioni aderisce al Fronte europeo di solidarietà per la Siria, una coalizione di gruppi neofascisti e di estrema destra che sostengono il regime di Bashar al-Assad. A Roma, ma non solo, uno di questi gruppi più attivi è il Fronte Europeo per la Siria. Sul loro sito alla voce “chi siamo” scrivono «Il Fronte Europeo per la Siria è aperto a tutti coloro che amano la Siria, che sostengono le ragioni del presidente Assad e solidarizzano con la nazione siriana e il suo esercito.» Questa formazione, nata nel 2013, come prima azione organizzò un raduno per la Siria che fu poi proibito dalla Questura di Roma. L’impegno che questo gruppo di estrema destra ha profuso negli anni al sostegno del regime tra manifestazioni, raduni e aggiornamento del loro sito web ha portato alcuni delegati a essere ricevuti dal patriarca melchita Gregorio III a Damasco nel 2016.

Veri e propri focolai, nati in un paese democratico, a sostegno di un regime che perpetua da anni massacri e torture. Un fenomeno, che dovrebbe essere analizzato con attenzione e che dovrebbe spingere a chiedersi perché in un paese come l’Italia siano nate delle formazioni che sostengono di star facendo una «battaglia per la civiltà». E perché pensino di aver trovato questa civiltà in un regime dove la violenza, la tortura e la morte di civili e avversari sono all’ordine del giorno. Evidentemente non hanno capito (o fingono di non capire) che «la guerra non restaura diritti, ridefinisce poteri.» (Hannah Arendt)

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