Giada, l’ultima vittima del sistema universitario italiano


L’Università italiana punisce sempre più i «fuoricorso», premiando solo la rapidità a scapito della qualità. E a farne le spese è chi resta indietro


Università Federico II di Napoli, sede di Monte Sant’Angelo, giorno di sedute di laurea. Il clima è di festa, le famiglie dei laureandi affollano aule e corridoi, fra fiori, corone d’alloro e bottiglie di champagne. È in questo scenario che Giada, 25 anni, decide di farla finita. I familiari della ragazza sono tutti lì, giunti a Napoli direttamente dal Molise, per vivere insieme quella che credevano sarebbe stata una giornata di festa. Non sapevano, e non potevano immaginare, che quel giorno però Giada non si sarebbe laureata affatto. La 25enne, studentessa di Scienze Naturali, era indietro con gli esami e il suo nome non figurava nell’elenco dei laureandi del giorno. Giada non ha retto, troppo grande il senso di vergogna e umiliazione provocato dall’ennesimo ritardo, così è salita sul tetto dell’università e si è lanciata nel vuoto. Proprio nel giorno delle lauree, proprio in presenza della sua famiglia al gran completo.

Ieri è toccato a Giada, ma la dinamica di questo suicidio non è affatto nuova. Sintomo di un sistema universitario sempre più competitivo, che tende non solo a premiare i più meritevoli, ma anche a sfavorire chi resta indietro. Due anni fa, infatti, è stata approvata la legge statale che punisce i fuoricorso, aumentando loro l’importo delle tasse. I finanziamenti pubblici premiano le università non in base al numero di iscritti, ma a quello di studenti «in corso». In questo modo il Miur ha creato un’autentica competizione fra gli atenei, che – per ovvi motivi – privilegiano misure atte a ridurre al minimo i tempi di laurea. Tutto ciò finisce per gravare sulle tasche delle famiglie degli studenti più «lenti», ma anche sul benessere dei ragazzi e sull’effettiva qualità degli insegnamenti.

Il sistema universitario italiano si adegua così sempre più a dettami del mondo del lavoro, quali la rapidità e l’efficienza, finendo per svilire il valore formativo – sia didattico, che umano – che un percorso accademico dovrebbe avere. Giada è solo l’ultima vittima di questa folle corsa, dove i più deboli, insicuri, o semplicemente lenti diventano automaticamente uno scarto per lo spietato universo del lavoro. Un po’ come avveniva nell’antica Sparta, dove i bambini considerati inadatti a diventare guerrieri venivano condannati a morte. Ironia della sorte, poi, che il primo prototipo di università sia nato ad Atene, acerrima rivale di Sparta.

Alessio Esposito