La tempesta perfetta e il governo di nessuno

A 10 giorni dal 4 marzo la politica è uno scenario di vincitori che non vincono e perdenti che non perdono. Ancora. PD e Cinque stelle si scontrano a distanza.

Che la legge elettorale fosse una bomba costruita ad arte per mandare in pezzi gli equilibri della politica italiana lo sapevano tutti. Che fosse a scoppio ritardato, però, se lo aspettavano in pochi. A parte, ovviamente, il suo costruttore.

L’effetto proporzionale sta progressivamente consumando ogni ipotesi di creazione di un qualche governo stabile nell’Italia del dopo 4 marzo, e di fronte al dato di fatto di una geometria impossibile, anche al partito “del Colle”, quello che (suggestionato dal fantasma di Napolitano) confida in una presa di posizione forte da parte del presidente della Repubblica Mattarella, finisce per alzare le spalle.

A 10 giorni dal voto, gli sviluppi ci sono ma non sono risolutivi. Si agita ma non si muove, la III Repubblica. Sembra un gioco di specchi dove i vincitori diventano sconfitti.

Mentre lenti svaniscono i bollori della reazione a caldo, sul fronte PD cominciano a emergere nuove ipotesi su come condurre le prossime mosse. Il partito ha da poco scongiurato il naufragio del gruppo dirigente, accettando le dimissioni di Matteo Renzi ma di fatto congelando l’abbandono della sua linea politica, e da questo porto di temporanea stabilità lancia la sua strategia in due tempi. Lasciare che siano Di Maio e Salvini a fare il primo ballo, aspettarli al varco di un, non improbabile, fallimento del dialogo e poi calare la carta del governo di interesse nazionale, più efficacemente ribattezzato in questi giorni “governo di tutti”. Dario Franceschini ha confermato questo orientamento in un’intervista al Corriere della Sera, in cui invita tutte le forze politiche a fare di necessità virtù, ovvero a prendere atto dell’ingovernabilità cui la legge elettorale ha consegnato il paese e a unirsi per riscrivere le regole “tutti insieme. Le riforme a maggioranza non funzionano; ma siccome oggi nessuno ha la maggioranza, il quadro è perfetto per fare le riforme, perché nessuno le può imporre agli altri”.

“Da una situazione che pare perduta può nascere un meccanismo virtuoso”, continua il Ministro uscente, chiosando con una sorprendente (ma forse neanche tanto) valutazione: “questa può essere la legislatura perfetta”. La legislatura dove si può vincere senza vincere nulla, e anche perdere senza perdere nulla.

Sempre che al Nazareno la mossa del cavallo riesca. E non è detto, perché gli altri partiti non stanno certo a guardare. Appena filtrata la notizia della disponibilità del PD a sostenere un governo di unità nazionale, gli altri contendenti hanno chiuso le difese con estrema rapidità.

Di Maio, che ha già superato il tramonto dell’ipotesi “facile” di un appoggio esterno da parte del partito di Renzi, ha fatto sapere che, per lui, “non esiste alcuna ipotesi di governo istituzionale o di governo di tutti”.  È chiaro che per i vincitori non ha molto senso imbarcarsi in una stagione fatta di faticosi equilibri e magri obiettivi di tipo esclusivamente tecnico, come riformare la legge elettorale e rispettare i vincoli di bilancio. Piuttosto le urne. Una specie di secondo turno a scoppio ritardato (anche questo), dove il Movimento potrà giocarsi la battaglia finale con il centrodestra.

Ma i tempi per una nuova chiamata elettorale non sono così rapidi, tra insediamento delle camere a fine mese, l’estate di mezzo e il DEF da approvare in autunno. I Cinque Stelle non sono impreparati, per questo hanno già avviato una trattativa serrata con la Lega sul nodo dei presidenti di Camera e Senato, la questione al momento più urgente da chiarire se si vuole dare al paese l’impressione di fare dei passi avanti.

E così l’effetto proporzionale sconquassa anche questa seconda “facile” ipotesi di tornare a votare. Sembra che la convivenza dei partiti sarà obbligata ancora per molti mesi, e che nessuno potrà sottrarsi da questo dialogo imposto.

 

  •  di Riccardo Antoniucci
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