La donna del waterboarding a capo della Cia

La nomina di Gina Haspel, 61enne insider dell’Agenzia, divide il Congresso

Una telefonata Washington – Nairobi nel cuore della notte ha innescato venerdì scorso il meccanismo di sostituzioni che ha condotto alla nomina della prima donna a capo della Central Intelligence Agency. L’amministrazione Trump è già al terzo licenziamento solenne del 2018.  Dopo Andrew McCabe, Vicedirettore dell’FBI, Rob Porter, Segretario Staff alla Casa Bianca e Hope Hicks, Direttrice della Comunicazione, via anche Rex Tillerson. Al vertice della Segreteria di Stato arriva Mike Pompeo, che lascia la direzione della Cia. A rimpiazzarlo, se confermata dal Senato, sarà Gina Haspel.

Haspel, 61 anni, vanta 33 anni di servizio e una fama di die hard conquistata nelle innumerevoli missioni all’estero. Assunta dall’Agenzia nel 1985, affidabile e brillante, è stata spesso assegnata a ruoli sotto copertura: un percorso tuttavia segnato dalle polemiche del 2002 per la gestione di una prigione segreta per sospetti affiliati di Al Qaeda in Thailandia e dalle accuse da parte di associazioni umanitarie.

La prigione in Thailandia era uno dei «black sites» creati dalla Cia dopo l’11 settembre. Haspel era responsabile del centro Cat’s Eye: waterboarding (simulazione di annegamento), detenzione dentro casse da morto, nudità a temperature gelide, privazione del sonno erano i trattamenti riservati ai sospettati di terrorismo. È stata poi coinvolta nell’operazione non autorizzata di insabbiamento dei filmati che li documentavano.

I suoi estimatori, interni all’Apparato, di cui conosce profili, uffici e corridoi, le riconoscono grande professionalità e determinazione (non è difficile crederlo). Tra i suoi critici – anche al Congresso – c’è il democratico John McCain, senatore dell’Arizona, catturato e torturato dai vietcong quando era un giovane pilota. «Mi aspetto che la signora Haspel spieghi la natura e la qualità del suo coinvolgimento nel programma di interrogatori della Cia», ha dichiarato.

Dal canto suo Donald Trump, allarmando le organizzazioni per la difesa dei diritti civili, aveva già proposto in campagna «di andare ben oltre il waterboarding».

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