Facevano affari con le rinnovabili e finanziavano la latitanza di Messina Denaro. 12 arresti nel trapanese

Ci guadagnavano tutti. Finanziavano le spese del boss di Cosa Nostra speculando sui terreni agricoli e accaparrandosi i fondi europei. L'operazione della Dda ha assestato un duro colpo a un giro d'affari da centinaia di migliaia di euro.

Investivano nelle rinnovabili, nelle biomasse, nell’agricoltura innovativa e sfruttavano i fondi dell’Unione Europea ma non erano giovani imprenditori o fondatori di startup, bensì affiliati alla mafia siciliana e favoreggiatori della latitanza di Matteo Messina Denaro. Per anni avevano fatto affari speculando sui terreni agricoli, intestati a prestanome fittizi, per finanziare le spese del boss di Cosa Nostra. Sono 12 le ordinanze di custodia cautelare emesse dal Gip di Palermo su richiesta della Dda, in seguito all’inchiesta, avviata nel 2014. dai Carabinieri del Nucleo investigativo di Trapani, dal Raggruppamento operativo speciale e dalla stessa Direzione distrettuale antimafia, nei confronti di esponenti delle famiglie di Vita e Salemi, in provincia di Trapani. Tra le accuse, estorsione, favoreggiamento e fittizia intestazione di beni, tutte aggravate da modalità mafiose.

L’inchiesta

L’indagine è partita dalla vendita all’asta di un terreno della famiglia mafiosa dei Salvo, acquistata dai fratelli Nicastri, Roberto e Vito, per 138 mila euro e poi rivenduta alla società Vieffe, appartenente all’imprenditore mafioso Ciro Ficarotta per oltre 700 mila euro. Parte dei soldi ricavati da questo affare sarebbero stati consegnati, dopo diversi passaggi di mano, a Messina Denaro. Dall’affare guadagnavano tutti, anche gli acquirenti della società Vieffe, che potevano avvalersi dei fondi che l’Unione Europea affida a chi investe nella coltivazione dei vigneti, aggirando i limiti della certificazione antimafia attraverso l’intestazione di quote delle società ai figli.

I protagonisti

Nella combo in Alto da sinistra: Paolo Vivirito, Roberto Nicastri, Vito Gucciardi; Crimi; dal CeGrolamo Scandariato; Leone (no nome) - Leonardo Ficarotta; Bellitti (no nome); in basso da sinistra Vito Nicastri; Gucciardi; Ciro Gino Ficarotta, Roma, 13 marzo 2018. Gli accusati di associazione mafiosa, estorsione, favoreggiamento e fittizia intestazione di beni, tutti aggravati da modalità mafiose. L'operazione nasce da un'inchiesta avviata nel 2014 su esponenti delle famiglie di Vita e Salemi, ritenuti favoreggiatori del capomafia latitante Matteo Messina Denaro. ANSA/ UFFICIO STAMPA/DIA
In alto da sinistra: Paolo Vivirito, Roberto Nicastri, Vito Gucciardi; Crimi; dal CeGrolamo Scandariato; Leone (no nome) – Leonardo Ficarotta; Bellitti (no nome); in basso da sinistra Vito Nicastri; Gucciardi; Ciro Gino Ficarotta. ANSA/ UFFICIO STAMPA/DIA

A contribuire al successo dell’operazione è stata la testimonianza chiave del collaboratore di giustizia Lorenzo Cimarosa, poi deceduto, che rivela come i soldi derivanti dagli affari nei terreni agricoli fossero consegnati ai Nicastro e poi al boss di Castelvetrano: « Mi ha detto che praticamente erano i soldi dell’impianto di… di quello degli impianti eolici di Alcamo, e che c’erano stati problemi perché aveva tutte cose sequestrate e i soldi tutti insieme non glieli poteva dare, perciò glieli avrebbe dati in tante tranches”. Cimarosa si riferisce a Vito Nicastro, imprenditore che ha fatto fortuna grazie all’eolico e proprio per questo chiamato “il signore dei venti”, che poi avrebbe consegnato i soldi dell’affare a un altro uomo d’onore, Michele Guicciardi, vicino a Messina Denaro. I Nicastro avrebbero, inoltre, costretto la famiglia Salvo a rinunciare ai diritti che avevano sul vigneto e all’autorizzazione all’espianto che avrebbe fatto calare a picco il valore del terreno.

Il business delle biomasse

Travolto dall’inchiesta anche Girolamo Scandriato, imprenditore con precedenti per mafia che aveva deciso di puntare sulla coltivazione della Paulownia, pianta dalla quale ricavare legno flessibile ma resistente. I carabinieri lo hanno filmato mentre faceva un sopralluogo sui fondi del fratello dell’ex senatore di forza Italia, Antonio Dalì che non è indagato nell’inchiesta della dda ma è sotto processo per concorso in associazione mafiosa. Il fiuto dei clan per gli affari in un settore, come quello agricolo e delle energie rinnovabili dimostra ancora una volta come le Mafie si siano evolute notevolmente negli ultimi anni e si siano infiltrate in settori, come quello delle biomasse, all’apparenza insospettabili.

Luca Zanini

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