Draghi: la politica monetaria della Bce resterà prudente

La politica monetaria della Banca Centrale Europea continuerà ad essere “paziente, persistente e prudente”. Lo ha detto ieri il Presidente Mario Draghi nel corso di una conferenza a Francoforte, smentendo chi aveva paventato l’ipotesi di uno stop al Quantitative Easing. Il numero uno della Bce, che giorni fa ha auspicato l’apertura dei negoziati per il […]

La politica monetaria della Banca Centrale Europea continuerà ad essere “paziente, persistente e prudente”. Lo ha detto ieri il Presidente Mario Draghi nel corso di una conferenza a Francoforte, smentendo chi aveva paventato l’ipotesi di uno stop al Quantitative Easing.

Il numero uno della Bce, che giorni fa ha auspicato l’apertura dei negoziati per il completamento dell’Unione Bancaria, ha parlato di un’Eurozona in crescita progressiva, ben oltre le aspettative. Sono 7,5 milioni i posti di lavoro in più dalla metà del 2013, le stime dicono che entro il 2020 la disoccupazione dovrebbe scendere del 7,2%.

Ma i segnali sono ancora troppo timidi per poter parlare di una crescita strutturale avulsa da eventuali rischi. L’inflazione resta ancora lontana dall’obiettivo del medio termine del 2%, dato che nel gennaio del 2018 il livello generale dei prezzi in Europa si è attestato sull’1,30%.

Ecco perché il QE, il programma di acquisto di titoli pubblici e privati dell’Eurosistema che procede dal 2015, continuerà ad essere applicato prima di essere ridotto secondo le regole del “tapering”, il rientro graduale degli stimoli.

L’obiettivo della politica monetaria espansiva della Bce resta dunque quello di “accompagnare la ripresa” per mantenere bassi i tassi d’interesse. Per fortuna, visto che in Italia lo spread si attesta a quota 137, anche se è difficile prevederne l’andamento quando verrà meno l’ombrello protettivo europeo.

Le preoccupazioni aumentano soprattutto ora che l’Italia affronta l’impasse del post-voto. Il ministro dell’Economia Piercarlo Padoan ha incontrato ieri i ministri delle Finanze dell’Unione. A Bruxelles le paure sul paese crescono non solo a causa dell’instabilità governativa ma anche in virtù di un debito pubblico che nel 2017 ha viaggiato a quota 131,5%, nonostante gli sconti e gli aiuti chiesti a Bruxelles. Nessuno sa come possa ridursi se davvero si dovesse discutere delle promesse annunciate in campagna elettorale (vedi abolizione della Legge Fornero, tassa piatta e reddito di cittadinanza).

A Bruxelles Moscovici ha chiesto a Padoan ipotesi di scenari futuri ma il ministro italiano ha risposto: “Non lo so.” Non ha potuto certo rassicurare l’Europa visto che la débâcle elettorale del Pd ha consegnato il paese a due politici, Luigi Di Maio e Matteo Salvini, che sui vincoli di Maastricht hanno detto più volte di voler “ignorare” o “superare” il tetto del 3%.

L’Italia rimane sotto la lente di ingrandimento dell’Europa a causa di una “devianza significativa” sul bilancio pubblico. Intanto Padoan ha riferito che ad aprile Bruxelles accetterà di esaminare un Def provvisorio capace di offrire un “quadro tendenziale” dell’economia italiana. Spetterà al prossimo Esecutivo presentare un programma politico-economico definitivo, su cui la Commissione Ue stabilirà l’ammontare effettivo della manovra per il 2018 a maggio.

Ad aggravare una situazione già abbastanza periclitante non è soltanto la riduzione del Qe ma anche la prospettiva di un innalzamento dei tassi da parte della Fed nonché la guerra commerciale sui dazi che Trump sta portando avanti dall’altra sponda dell’Oceano. A fronte di tanta incertezza Bruxelles ha deciso di aspettare guardando dalla finestra. Entrare a gamba tesa negli affari italiani significa fornire ai partiti populisti ulteriore carne da gettare sul fuoco dell’antieuropeismo. Bruxelles attende, ma la pazienza non è infinita.

di Lidia Sirna

 

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