Foto di gruppo con working poor

La disoccupazione tocca il minimo storico degli ultimi 4 anni, ma aumenta il numero delle famiglie italiane a rischio povertà e il reddito complessivo cala

Bisogna saperli incrociare, i dati degli ultimi rapporti di Bankitalia e dell’INPS. Il primo, pubblicato ieri, riporta i risultati di un’indagine sui redditi delle famiglie italiane certificati nel 2016. Nella fotografia che ci restituisce c’è un italiano povero ogni quattro. In termini tecnici, la percentuale di famiglie a che rischiano di scendere sotto la soglia di povertà ha raggiunto il 23% nel 2016. Un dato in aumento. A metà dell’anno scorso l’Istat aveva già segnalato un’«incidenza della povertà assoluta» in salita al 26,8% dal 18,3% del 2015, che è una realtà per quasi 138 mila famiglie e per oltre 814 mila individui. In questo caso, essere “a rischio povertà” significa avere una soglia di reddito intorno ai 830 euro al mese, considerata il limite per la sussistenza. La notizia è che il dato ha raggiunto il suo massimo storico dal 2006, e si è quasi raddoppiato nel segmento sociale degli immigrati, che vedono crescere il loro rischio povertà dal 34% al 55%.

Non solo. Dal punto di vista generale, la ricchezza media degli italiani è scesa di circa il 5%. Un calo dovuto soprattutto al deprezzamento dei valori immobiliari (leggi: le case di proprietà) e che, ovviamente, in termini assoluti intacca maggiormente chi meno possiede. La ricchezza netta degli italiani (ovvero la somma delle attività economiche reali e finanziarie, al netto delle passività) era nel 2014 era di 218 mila euro annui, due anni dopo arriva a 206 mila.

Nell'infografica realizzata da Centimetri l'identikit degli indigenti italiani. ANSA/CENTIMETRI
Nell’infografica realizzata da Centimetri l’identikit degli indigenti italiani.
ANSA/CENTIMETRI

Stamattina sono arrivati anche nuovi  dati dell’INPS sull’occpuazione, relativi però al 2017, quindi all’anno successivo rispetto al periodo oggetto dello studio da Bankitalia. La notizia è che il numero di occupati in Italia cresce. La dinamica tendenziale mostra una crescita di 279 mila occupati (+1,2% in un anno) circoscritta però ai dipendenti a termine (+2,2%, di cui il 90% a tempo determinato) a fronte di un nuovo calo degli indipendenti (-1,9%). Per il tredicesimo trimestre consecutivo aumentano gli occupati a tempo pieno mentre, dopo una crescita ininterrotta dal 2010, il tempo parziale diminuisce. Scendono anche i valori della disoccupazione.  Il calo è in media dello 0,5%, dall’11,7% all’11,2%, e raggiunge il livello più basso dal 2013, confermando peraltro un trend di discesa. A calare in modo molto più consistente è il numero delle persone che cerca lavoro, ridotto del 3,5%, che significa oltre 100 mila italiani che escono dalle statistiche.

Le rilevazioni Inps, nel complesso positive, confermano anche la diretta correlazione del trend dell’occupazione con la congiuntura di crescita (timida) dell’economia Italiana con un +1,6% su base annua.

Incrociare questi due studi ci restituisce il racconto di un paese dove, mentre, da un lato l’economia “generale” si appresta a tornare timidamente su valori pre-crisi, l’economia particolare delle persone (almeno di quelle non incluse nel decile più ricco della popolazione) vede peggiorare le possibilità di accesso a una vita degna. Come leggere questa scollatura tra le linee di tendenza? La risposta è: con l’aumento delle disuguaglianze. Un’economia che cresce ma smette di redistribuire le risorse è un’economia che fa accrescere il divario sociale e conferma la concentrazione delle risorse nelle mani dei più ricchi. L’Inps conferma, infatti, che il 30% delle famiglie italiane detiene il 75% delle risorse del nostro paese.

E il dato forse più preoccupante è che questa tendenza non è più spiegabile con l’assenza assoluta di lavoro, ma con la diffusione di forme di lavoro (precario, atipico, parziale…) che non mettono chi le esercita al sicuro dal rischio povertà. Una foto di gruppo con sempre più working poor.

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