Trump, al via piano infrastrutturale da 1.500 miliardi

Presentato ieri alla Casa Bianca il più grande progetto di sviluppo infrastrutturale nella storia degli Usa. Previsti investimenti per 1.500 miliardi di dollari nei prossimi dieci anni

Potremmo chiamarlo liberismo alla Donald Trump. Si tratta del più grande piano di sviluppo infrastrutturale mai varato negli Stati Uniti, un mastodontico progetto che promette di creare investimenti per 1.500 miliardi di dollari, che potrebbero arrivare anche a 1.800. Sono i numeri dell’iniziativa presentata ieri dal Presidente statunitense davanti ad una platea di sindaci e governatori, finalizzata ad ammodernare le numerose infrastrutture ormai datate del paese. Il rapido invecchiamento di alcune grandi opere, come dighe, superstrade, aeroporti e reti ferroviarie, soprattutto negli stati più poveri, è un tema che da anni divide l’opinione pubblica americana, e su cui gli ultimi presidenti non sono riusciti ad intervenire in maniera risolutiva.

Nel presentare il suo progetto Trump ha colto l’occasione per lanciare una sferzata ai propri predecessori: “Dopo aver speso così stupidamente 7 mila miliardi in Medio Oriente, ora è il tempo di cominciare ad investire nel nostro paese” ha twittato il presidente Usa, che ha aggiunto: ” costruiremo splendide nuove strade, ponti, autostrade e vie d’acqua in tutto il Paese. E lo faremo con il cuore americano, con mani americane e con il coraggio americano”.

Rifacendosi al paradigma universale dell’America first, diventata una parola d’ordine in tutte le politiche della presidenza Trump, il tycoon svela un pilastro fondamentale del proprio piano per rilanciare l’economia Usa e per creare posti di lavori, promesso in campagna elettorale. Per innescare l’attesa ondata di investimenti il governo farà leva su 200 miliardi di dollari provenienti dal bilancio federale. Il resto dei fondi, circa il 90% di quanto preventivato da Trump, dovrà essere reperito tra i privati o dai governi locali e statali in dieci anni. Il maxi piano infrastrutturale, riassunto in un documento di 55 pagine, contiene sia indicazioni di massima, come il ricorso ad incentivi e sgravi fiscali, sia proposte specifiche, come ad esempio la privatizzazione dei due grandi aeroporti di Washington, il Ronald Reagan e il Dulles International, attualmente affidati alla gestione federale. Il piano rientra nel progetto di bilancio federale per il 2019, che prevede una spesa di 4.400 miliardi di dollari, in cui rientrano i 23 miliardi per la sicurezza dei confini, i 18 miliardi per il muro con il Messico e i 686 miliardi destinati al Pentagono (con un aumento del 13% rispetto all’anno precedente). Ed è proprio sul fronte delle spese che il piano di sviluppo infrastrutturale attira le principali critiche, per giunta da entrambe le direzioni. Un progetto troppo costoso si sussurra all’interno dell’establishment repubblicano, perennemente attento ad evitare eccessive ripercussioni sul deficit pubblico, che il prossimo anno dovrebbe superare i mille miliardi di dollari, il doppio di quanto previsto lo scorso anno dall’amministrazione Trump. Dall’altra parte molti governatori e parlamentari democratici hanno criticato il piano, auspicando un maggior intervento da parte dello Stato. 200 miliardi non sono sufficienti per gli ambienti politici americani, tradizionalmente abituati a progetti finanziati per il 50-80% dal pubblico. L’opposizione dem ha risposto alla proposta di Trump con un proprio progetto-ombra di mille miliardi interamente finanziati da fondi federali. Puntare su fondi statali, ha sostenuto Nancy Pelosi, leader democratica alla Camera, ha l’unico effetto di svenare le amministrazioni locali e le municipalità in cui dovrebbero sorgere le infrastrutture, che per lo più sono quelle con meno disponibilità finanziarie. Il risultato di tutto questo, denunciano i democratici, sarebbe inevitabilmente un aumento delle tasse e degli oneri sui consumatori finali.

Ma Trump per ora si dice fiducioso. Il Presidente Usa spera di aggirare rapidamente le critiche al proprio piano all’interno delle undici commissioni che il documento dovrà affrontare prima di diventare legge. Per compattare gli esponenti più conservatori del proprio partito il Tycoon farà appello alla strategia che tradizionalmente mette d’accordo tutti i repubblicani: a chi si lamenta per il deficit Trump fa intravedere la possibilità di ulteriori tagli alla spesa pubblica, oltre quella già varata ai programmi socio-sanitari e, soprattutto, l’ombra di una profonda deregulation che sveltisca i procedimenti e riduca a due anni i tempi per ottenere i permessi. Un programma difficile e ambizioso, destinato ad infuocare il dibattito pubblico Usa nei prossimi anni. Una sola la certezza: la partita decisiva per le elezioni Midterm si giocherà anche su questo campo.

Angelo Berchicci

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