Siria, incidente militare tra la coalizione USA e l’esercito di Assad


Il comando militare americano comunica di aver ucciso in un bombardamento nella notte circa 100 militari dell’esercito siriano che avrebbero sconfinato nella zona a nord-est della Siria controllata dalla Coalizione


Per la prima volta dall’inizio del conflitto siriano, gli Stati Uniti hanno bombardato l’esercito di Bashar Al-Assad. È successo nella notte tra mercoledì e giovedì a Deir el-Zol, nella parte est del Paese, liberata dall’ISIS e ora sotto il controllo delle Forze democratiche siriane, di cui curdi e americani sono la spina dorsale.

A dare la notizia una nota del Comando Centrale americano, che ha spiegato che il bombardamento sarebbe stato una risposta “difensiva” all’assalto via terra da parte delle truppe lealiste, che avrebbero oltrepassato l’Eufrate rompendo il confine stabilito dalla tregua. Secondo quanto riportato, l’attacco avrebbe puntato a prendere il controllo del pozzo petrolifero di Kusham, risorsa strategica già per lo Stato Islamico, oggi controllato dalla Coalizione. Si parla di almeno 100 militari siriani morti, mentre non sono note perdite tra le Forze democratiche.

Se si considera che le forze lealiste sono appoggiate da Russia e Iran, l’incidente rischia di avere conseguenze non irrilevanti sulla tregua armata siriana. La geografia del paese è in continua evoluzione nelle ultime settimane, a causa dei continui sconfinamenti da parte delle diverse forze in campo.

Turkish army preparing for Syria operation

Mentre a ovest resistono sacche di territorio controllate dall’ISIS, si combatte anche nella regione di Ghuta, non lontana dalla Capitale, dove l’esercito di Assad sta conducendo da quattro giorni un assedio contro gruppi ribelli di matrice islamista. Ieri diverse organizzazioni umanitarie, tra cui Save the Children e Unicef, avevano lanciato l’allarme sulla grave situazione umanitaria della regione. A sud, Israele mantiene le sue posizioni sulle alture del Golan e continua i suoi raid contro presunte basi logistiche di Hezbollah e contro posizioni del regime (ieri fonti di Damasco hanno denunciato il bombardamento di un “centro di ricerca”). Più a Nord, ad Afrin, la Turchia prosegue la sua offensiva in chiave anti-curda, con il benestare russo. Dopo tre settimane di offensiva, i turchi comunicano che il bilancio dei miliziani curdi “neutralizzati” ha superato le 1000 unità, ma non sono state ancora coinvolte truppe USA. Gli americani continuano a chiedere un incontro per discutere dell’operazione, ma anche l’ultimo appello è stato rispedito al mittente da Akara.

A handout photo made available by the Turkish Presidential Press Office shows Turkish President Recep Tayyip Erdogan (R) shaking hands with Russian President Vladimir Putin (L) during their meeting in Ankara, Turkey, 11 December 2017. EPA/TURKISH PRESIDENTAL PRESS OFFICE / HANDOUT HANDOUT EDITORIAL USE ONLY/NO SALES

Sul fronte della diplomazia, né i russi né il regime di Assad hanno ufficialmente commentato la notizia del bombardamento, ma ieri il Ministro degli Esteri russo Lavlov ha dichiarato ai media russi di ritenere che gli Stati Uniti stiano venendo meno al patto di limitare la loro azione militare esclusivamente alla lotta all’ISIS.

Nel frattempo, Vladimir Putin e il premier turco Recep Tayyip Erdogan hanno parlato di Siria in una conversazione telefonica, rendendo noto di aver “concordato di accrescere il coordinamento delle forze armate nella lotta ai gruppi terroristici che violano il cessate il fuoco” e ventilando l’ipotesi di un vertice trilaterale tra Russia, Turchia e Iran. Nessuna data ancora determinata, ma un segnale molto chiaro che il conflitto siriano è tutt’altro che concluso.

  •  Riccardo Antoniucci