Non si fermano in Israele le proteste contro l’espulsione di 10mila profughi africani


Manifestazioni davanti all’ambasciata del Ruanda contro il piano di Benjamin Netanyahu. Trentasei sopravvissuti all’olocausto provano a intercedere, ma il 66% degli israeliani sarebbe favorevole al respingimento


Israele è disposta ad accettare soltanto i «veri profughi». Per tutti gli altri, «gli infiltrati», come dichiarato nei giorni scorsi dal presidente Benjamin Netanyahu, non c’è posto. E così i primi 10mila rifugiati africani – perlopiù eritrei e sudanesi – dei circa 40mila che vivono in Israele, avranno due mesi di tempo per lasciare il paese, ricevere 3.500 shekel (circa 800 euro) e salire su un aereo che li porterà in Uganda o Ruanda. Mentre in America si pesano sulla bilancia del congresso la sorte dei dreamers e del muro al confine con il Messico, nel suo alleato oltreoceano altri immigrati a rischio di deportazione e un altro muro occupano il dibattito politico di questi giorni. Non il muro di separazione in Cisgiordania, accettato dalla comunità internazionale dal lontano 2002, ma quello elettronico al confine con l’Egitto, costruito nel deserto del Sinai una decina di anni fa per fermare i flussi migratori provenienti dal continente nero.

Con il volto dipinto di bianco, migliaia di rifugiati hanno protestato ieri davanti all’ambasciata del Ruanda a Tel Aviv contro il piano di espulsione avviato da Netanyahu a inizio mese, che per ora interessa soltanto uomini scapoli ed esclude anziani, donne e bambini. I rifugiati, dopo avere ricevuto l’ordine di espulsione – i primi sono stati consegnati il 4 febbraio – hanno due mesi a disposizione per andare in un paese di cui non conoscono la lingua e da cui non provengono. Rimanendo in Israele rischiano il carcere a vita o la reclusione in campi di detenzione. Molti di questi non possono tornare nel loro paese, come l’Eritrea, ma non sono neanche disposti ad andare in uno stato che non hanno scelto. «Meglio rimanere in carcere qui» è la convinzione che serpeggia tra i più.

Frange dell’opinione pubblica si sono mobilitate contro il piano di espulsione, ma secondo un sondaggio il 66% degli israeliani sarebbe favorevole al respingimento. Trentasei sopravvissuti all’olocausto hanno scritto una lettera aperta al presidente Netanyahu per impedire l’allontanamento dei 10mila richiedenti asilo. «Sappiamo bene cosa significa essere rifugiati. Non espellete i profughi africani, il loro destino è come il nostro: così li condannate a sofferenze, torture e morte» si legge nella lettera. Il giornalista israeliano Gideon Levy, sul quotidiano Haaretz, ha definito invece la manovra politica come un «banco di prova che determinerà il futuro di Israele», sostenendo che il «razzismo» e la «premeditazione» che sono alla base del piano rischiano di riguardare, in futuro, altre fette della popolazione indesiderate dal governo.

Il piano di espulsione si inserisce in un momento particolarmente delicato per il governo di Netanyahu, indagato per corruzione dalla polizia in tre diverse indagini prossime alla svolta. A Gaza intanto iniziano a chiudere i primi ospedali, a causa dell’emergenza carburante. Le Nazioni Unite hanno avvertito: se la striscia non verrà rifornita entro dieci giorni, la zona rimarrà senza benzina per i generatori di energia, con drammatiche conseguenze sulla popolazione.

Di Elena Kaniadakis