La vita dei migranti a Ventimiglia sulle rive del Roja

La vita difficile dei migranti che dalla cittadina ligure cercano di varcare il confine con la Francia

Inviato a Ventimiglia

«Pray hard, but carefully», prega duramente ma con attenzione. Alina – nome di fantasia – ha inconsapevolmente parafrasato Nick Cave per spiegarmi la sua fede religiosa: «Dio è buono ma bisogna stare attenti a cosa chiedergli: gli ho chiesto di farmi arrivare viva in Italia, ma ora lui mi ha messo davanti a una prova forse più dura», riuscire ad arrivare in Francia. Alina ha 15 anni, viene dall’Etiopia ed è una dei tanti migranti che da Ventimiglia cercano di varcare il confine, magari anche rischiando la vita per poi essere rimandati indietro. Un’odissea senza fine che Abaynesh, altro nome di fantasia, conosce molto bene. Anche lui è etiope e ha un anno in più di Alina. È arrivato in Italia nel marzo scorso, quasi un anno fa. Un anno che ha passato a cercare di arrivare in Francia. Lo hanno rimandato indietro tre volte ma lui non si è dato per vinto e continua a essere fiducioso: «Questa è la volta buona!».
Nonostante i media non ne parlino più, la rotta dei migranti verso la Francia continua anche di inverno: in Piemonte attraverso le Alpi e qui in Liguria, attraverso gli scogli, il mare, i binari del treno e l’autostrada. Non sono in pochi quelli che ci hanno rimesso la vita, investiti da un tir o da un treno.

 

La situazione a Ventimiglia

Alina, Abaynesh e un piccolo gruppo di ragazzi e ragazze loro coetanei vivono sulle rive del fiume Roja, il corso d’acqua che divide in due parti Ventimiglia: a ovest il confine con la Francia, a est il turismo. L’imperativo è semplice: non identificarsi mai, anche se questo significa non poter accedere ai centri di accoglienza e dover dormire in letti raffazzonati con scarti trovati nell’immondizia. Il motivo di questa scelta, a prima vista scellerata, è che essere identificati significa automaticamente dover rimanere in Italia, per il Trattato di Dublino: il Paese dove approdano i migranti è quello che li deve accogliere.

All’Italia, in difficoltà con l’accoglienza, fa indubbiamente comodo che ci siano questi «fantasmi» che cercano fortuna altrove: non risultando da nessuna parte, non c’è alcun obbligo di aiutarli. Anche se si sta parlando, per essere molto concreti, di ragazzi e ragazze minorenni. Nel gruppo che abbiamo incontrato, composto da una decina di ragazzi provenienti tutti dall’Etiopia, il più grande è Abaynesh, mentre la più piccola ha solo 12 anni.

 

Ph Tito Borsa
Ph Tito Borsa

La vita sulle rive del Roja

Ogni giorno è uguale all’altro, con qualcuno che cerca di varcare il confine e tanti altri che rimangono a Ventimiglia. La vita sulle rive del Roja è senza tempo. «Io vorrei sapere se gli altri ce l’hanno fatta», spiega un altro ragazzo, evidenziando il fatto che l’esito delle imprese verso la Francia, qualunque esso sia, rimane per loro ignoto.

Quelli che non hanno ancora deciso di provare a varcare il confine vivono un’esistenza relativamente tranquilla, sulle rive del fiume, sfamandosi grazie all’intervento delle associazioni oppure di qualche privato cittadino che porta loro cibo, acqua e vestiti. Il fiume rimane comunque la loro vita: utilissimo per lavarsi, sbrigare i bisogni fisiologici e, perché no?, pure per divertirsi a spruzzare gli altri. Ricordiamoci che di adolescenti stiamo parlando.

Nonostante non fosse caldo, prima di parlare con questi ragazzi li abbiamo visti completamente nudi a lavarsi nel fiume, mentre un paio di loro rimanevano a riva a sorvegliare i vestiti. Poi si asciugano all’aria aperta e si rimettono gli indumenti appena tolti.

La solitudine

Stiamo parlando di una decina di ragazzi che non esiste per nessuno, e questo non è solo un problema burocratico. Non avere un documento può anche voler dire non avere un’identità, non avere un passato. «Quasi tutti ci siamo conosciuti qui, al fiume», ci racconta una delle ragazze. Nessuno sa nulla del passato degli altri e, soprattutto, al di là del gruppo a Ventimiglia non hanno nessun altro. Potrebbero avere qualcuno, ovviamente, però sono fermi nella loro decisione di non rimanere in Italia e, attraverso il passaparola, hanno capito come funziona il regolamento di Dublino: se ti identificano sei fregato.,

La tolleranza dei residenti

Generalmente Ventimiglia riesce a convivere abbastanza tranquillamente con la realtà degli abitanti del Roja. Mentre i ragazzi si lavavano nel fiume, tre o quattro persone stavano passeggiando in spiaggia ma non hanno mostrato stupore verso una situazione non certo comune, non comune fuori da Ventimiglia, almeno.

«Non fanno del male a nessuno, mi dispiace per loro, se potessi li aiuterei», ci spiega Claudio, un impiegato in pensione che ogni giorno passeggia lungo la spiaggia e vede i ragazzi del Roja. Questi ragazzi, ci viene raccontato, sono stati presi in simpatia da molti residenti, e forse riescono a sopravvivere sul fiume proprio grazie all’aiuto dei privati cittadini.

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