Magnum: il mito e la storia

Arriva a Roma fino al 3 giugno, al Museo dell'Ara Pacis, la mostra che celebra i 70 anni di Magnum, l'agenzia di fotogiornalismo più famosa al mondo. Un percorso tra scatti e documenti inediti per ricostruire le evoluzioni di un'impresa unica e paradossale.

Robert Capa, David Seymour, George Rogder e Henri Cartier-Bresson. Bastano i nomi dei suoi fondatori a sottolineare l’eccezionalità di Magnum, la più importante agenzia di fotogiornalismo al mondo, fondata nel maggio del 1947 tra Parigi e New York che ha legato il suo marchio ai nomi più importanti della fotografia mondiale.

Nell’anniversario dei suoi 70 anni di attività, a giugno del 2017 il Center for Photography di New York gli aveva dedicato una mostra dal titolo Magnum Manifesto, curata dal direttore della fotografia del MoMa Clément Chéroux.

Da oggi e fino al 3 giugno, Magnum Manifesto arriva a Roma, al museo dell’Ara Pacis, proposta da Contrasto e Magnum Photo ’70 in collaborazione con Zètema.

Il percorso espositivo è scandito in tre sezioni, insieme cronologiche e tematiche. Il dopoguerra fino al ’68 è l’epoca della “fotografia umanista” (Capa, Bresson…), del racconto della grande universalità del genere umano, che si ribalterà poi, tra gli anni ‘70 e i ‘90, nell’attenzione per la diversità, per il valore critico e di denuncia offerto dall’eterogeneo (Antoine d’Agata). Un’ultima parte segue il fotogiornalismo di Magnum nell’ultimo passaggio del Novecento e si apre sul contemporaneo, mostrando piste di lavoro e una particolare attenzione per la “fine delle cose” (Postcards from America, i progetti du Martin Parr…), traduzione in ambito fotografico del post-modernismo à la Fukuyama.

Il valore di Magnum Manifesto sta nell’arricchire una mostra di foto e di fotografi con documenti, in parte inediti, che permettono di seguire le evoluzioni dell’agenzia non solo con i suoi scatti, ma anche attraverso il contesto storico e politico nel quale i fotografi si muovevano.

È il modo con cui i curatori hanno provato a oltrepassare la superficie della mito e raccontare la storia vera e propria: “La storia è senza dubbio il miglior antidoto al mito”, spiega il testo introduttivo della mostra. “Per il progetto, era necessario che questa storia poggiasse certo su immagini, ma anche su parole”. Le parole sono quelle delle lettere, degli appunti e perfino dei contratti e degli atti ufficiali d’agenzia che permettono di ricostruire gli umori e le diverse visioni, le posizioni etiche ed estetiche dei fotografi dell’agenzia e le loro evoluzioni nel corso del tempo. Riuscendo a costruire un universo peculiare che è il vero e proprio carattere di Magnum. Un carattere “paradossale”, come ebbe a definirlo il suo direttore esecutivo John G. Morris nel 1960, perché unisce grandi individualità autonome, e a volte perfino contrastanti nell’approccio, in un progetto comune (più che collettivo) di “esplorare l’immenso mare della cultura mondiale attraverso un mezzo che può di per sé rappresentare un’arte”.

  •  Riccardo Antoniucci
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