Roma criminale: incontro con Giancarlo De Cataldo


Magistrato, scrittore e sceneggiatore. Lo abbiamo intervistato per la quarta puntata della rubrica “Roma: le cronache della Capitale”. Ecco la versione integrale


Nei suoi romanzi spesso si trovano dei riferimenti a quella che era la Roma Imperiale. Quanto conta il fascino di quella realtà nel fascino che la città ha nel mondo letterario oggi?

«Il fascino di Roma Imperiale è tutto per Roma, nel bene e nel male. Nel bene perché è simbolo di un’eredità storica e culturale unica al mondo. Roma è stata la prima grande città impero dell’Occidente e gli strascichi di quella condizione che ne faceva Caput Mundi vivono ancora nelle testimonianze architettoniche, archeologiche. Successivamente quando Roma diventa capitale della cristianità, l’eredità imperiale si sposa con quella religiosa, quindi Roma è doppiamente Caput Mundi. E’ capitale di un impero che non esiste più, ma che ha lasciato un segno nella storia, ed è tutt’ora capotale della cristianità che esiste ancora ed è sede del papa. Ora è impossibile non fare i conti con questo, nel bene e nel male, perché chi abita in una città come questa è più incline a ritenere così transitorie le cose del mondo. Diamo per scontata la bellezza, l’autorità e la tradizione di Roma e poi la roviniamo un po’ alla volta forse perché siamo convinti di poter attingere a un pozzo dei desideri infinito, sicuri che non finirà mai».

Una curiosità: quali luoghi di Roma sceglierebbe oggi per un nuovo romanzo?

«La grande bellezza può essere rovesciata nella grande bruttezza e viceversa. Roma è veramente un mondo speculare, come in certi quadri di Magritte in cui il riflesso è sfalsato.Io le posso parlare del Gazometro, che è un posto meraviglioso. Le posso parlare sicuramente dell’Eur, con questi suoi scenari metafisici è assolutamente evocativo. Anche perché al Fungo si riunivano i cattivi, c’è tutta una tradizione di malavita gravitante intorno a quel quartiere. E poi Roma è la città in cui il cadavere di Aldo Moro è stato ritrovato a via Caetani, in pieno centro storico. E quindi se qualche turpitudine, qualche delitto deve essere concepito, nelle segrete stanze dei palazzi della Roma barocca adusi a centinaia di anni di potere cardinalizio e papalino, lì di misteri se ne celano veramente tanti».

Non solo i suoi romanzi ma anche serie tv molto note sono ambientate a Roma, è la città che si presta o il fascino è tale da costringere gli autori a raccontare nella città le loro storie? 

«Vasquez Montalban ha reinventato Barcellona partendo da una città reale e trasfigurandola. Così quello che noi facciamo su Roma è reinventare una città reale, nel senso che la città si presta, perché esiste la criminalità di un certo tipo. Quando racconti romanzi criminali o racconti criminali su una città a quei criminali ti ispiri. Ma nello stesso tempo la ricostruisci, ricostruendola fatalmente la falsifichi, ma quella falsificazione diventa storia perché entra nell’immaginario di tutti».

Qual’è il rapporto tra Mafia Capitale e il suo romanzo Suburra? 

«Io non mi sono ispirato direttamente a Carminati. Io e Bonini abbiamo tracciato l’identikit possibile   di un personaggio che potesse controllare la malavita, e che ci fosse un persona che la controllava a noi era chiaro perché vedevamo fenomeni di riciclaggio che so il “fruttarolo” dal quale ti servi da 30 anni a un certo punto gli spunta un nipote con un accento napoletano o calabrese e allora capisci che c’è stata una crisi economica nella quale qualcuno è intervenuto con la liquidità e molta liquidità ce l’ha la malavita, quindi i passo per il ragionamento è breve. Altro è trovare le prove, ma in un romanzo tu questa cosa la puoi raccontare quindi poi l’inchiesta di Mafia Capitale ci ha colto di sorpresa. Hanno parlato del primo romanzo profetico, come quando Lucarelli scrisse questo romanzo in cui immaginava che la  Uno Bianca potesse essere una banda di poliziotti».

L’inchiesta di Mafia Capitale, ha lasciato un vuoto e se sì, da chi potrebbe essere raccolto?

«Questo un momento chiaramente di transizione, credo che tutti stiamo aspettando l’esito del processo, che ancora non c’è. Vedo che continuano a esserci sequestri di beni intestati a prestanome, quindi il peso della criminalità organizzata si sente ancora. Non dobbiamo commettere l’errore d’identificare la criminalità organizzata con il far west cioè di pensare che ci siano solo quando sparano agli angoli delle strade. Quando la mafia è silente fa i suoi affari in pace ed è naturalmente ancora più pericolosa. Anzi in genere i morti significano una situazione di squilibrio, la pace significa una situazione di equilibrio».

In Romanzo Criminale lei ha messo in luce i legami tra terrorismo e criminalità organizzata. E’ una possibilità anche oggi?

«Il principio sul quale si basa ogni organizzazione terroristica è quello di ottenere il massimo vantaggio con il minimo sforzo. in questo caso coincide con il massimo anno da infliggere al nemico, che siamo noi, le nostre istituzioni e il nostro stile di vita. Non a caso si colpiscono i concerti, dove ci sono raduni dei giovani. Non a caso sono le donne l’oggetto principale della violenza più crudele di gruppi come Isis e Boko Haram. Per ottenere il risultato non si guarda ne a mezzi ne ad alleanze non mi stupirebbe se ci fossero contatti anche organici con la criminalità organizzata. Si chiama eterogenesi dei fini».