Finanziati e sommersi. I film “pubblici” che nessuno guarda


Il Mibact foraggia pellicole ritenute d’interesse culturale, ma non ne cura la distribuzione nelle sale. Gli esperti: “La riforma Franceschini? Coraggiosa, ma non risolve tutti i problemi”


L’Apollo 11 è in via Nino Bixio, nel cuore del rione Esquilino di Roma. Via Manzoni è lì a due passi, la stazione Termini a non più di dieci minuti a piedi. Tutt’intorno, le tracce dell’espansione di quella variegata China Town che fino a qualche anno fa era confinata intorno a Piazza Vittorio e che ora invece s’estende per varie centinaia di metri anche lungo le vie limitrofe. Bar, boutique, money transfer, rivendite di prodotti di elettronica: i negozi gestiti da cinesi non si contano. L’Apollo 11 è soprattutto un cinema, per i suoi 3500 iscritti che con più o meno assiduità lo frequentano. Appassionati, perlopiù, e perlopiù non giovanissimi: gente che ricorda i vecchi, polverosi cineforum della Capitale, e che infatti alla fine di ogni proiezione si accanisce in dibattitti estenuanti in cui si parte da ciò che si appena finito di vedere e quasi sempre si finisce a Godard, a Rossellini, a Buñuel. Tecnicamente, però, l’Apollo 11 è una “Associazione culturale”, come spiega Agostino, uno due gestori: “In effetti, è solo da un anno e due mesi che proiettiamo film in prima visione: quasi sempre prodotti non commerciali, molti documentari e qualche commedia. Pellicole riconosciute spesso d’interesse culturale, e sovvenzionati con soldi pubblici, ma che non trovano un grande pubblico”. Per arrivarci, all’Apollo 11, bisogna conoscerlo. Bisogna sapere, cioè, che quella porta bassa, con delle scalette che scendono nei locali sotterranei dell’Istituto tecnico “Galileo Galilei”, immette nell’atrio dove si staccano i biglietti e, volendo, si può comprare una bibita o qualcosa da mangiare. La sala sulla sinistra, oltre una pesante tenda rossa, non ha poltroncine e divanetti. Ci si accomoda su sedie di plastica mezze scolorite, o su lunghe panche azzurre senza divisori. Delle tapparelle grigie, rattoppate pure quelle, non impediscono che dall’esterno s’infiltri qualche raggio di luce, che si allunga fin sul rettangolo bianco di muro dove viene proiettato il film.

È in questa sala che a fine aprile è uscito Acqua di marzo, la seconda opera di Ciro De Caro, il regista romano cresciuto a Battipaglia che nel 2013 fece molto parlare di sé al suo esordio con Spaghetti Story. L’Apollo 11 è l’unica sala romana in cui sia arrivato Acqua di marzo, oltre al Madison (dove però è rimasto per appena un fine settimana). Le altre 11 copie del film sono andate in giro per varie città italiane, ma sono rimaste in programmazione stabile – cioè per più di cinque giorni – solo a Salerno, al cinema Duel, e a Milano, al Beltrade. “Certo, speravo in qualcosa in più in termini di distribuzione”, ammette Ciro De Caro. “Soprattutto lo speravo – prosegue – dopo la presentazione del film alla Festa del cinema di Roma nell’ottobre del 2016, dove avevamo riscosso un discreto apprezzamento dalla critica”. Oltre all’apprezzamento della critica, Acqua di marzo ha riscosso, però, anche 150mila euro, ma non li ha raccolti al botteghino per l’apprezzamento degli spettatori. Il ministero dei Beni e delle attività culturali, infatti, lo ha riconosciuto un film d’interesse culturale e ha finanziato la casa di produzione, la Alba Film 3000. “Sì, è così”. De Caro si stringe nelle spalle, sospira. “Non è un caso isolato, sono tanti i film promossi e foraggiati dal Mibact che poi non vengono accompagnati in fase di distribuzione, e così escono in pochissime copie e in sale minori”.

De Caro non sa, e quando glielo si dice ne resta sorpreso, che esistono anche delle pellicole prodotte grazie ai soldi dei contribuenti che addirittura non arrivano neppure nei cinema. Restano negli archivi o addirittura, talvolta, nei database dei pc di registi e montatori. “Ogni anno, la quota si attesta, in media, tra il 20 e il 25% dei progetti finanziati. Il record più recente spetta al 2011: in quel caso furono 28 i lungometraggi foraggiati dal Mibact, e appena 16 quelli distribuiti”. Questo dicono i dati raccolti di Cinetel, la società che raccoglie e analizza i numeri dei botteghini dei cinema italiani. Non è un paradosso? A sentire gli addetti ai lavori, non è che uno dei tanti del misterioso mondo dei finanziamenti pubblici al cinema italiano.

 

Come è stato finora

Proprio per correggere queste storture, il ministro Dario Franceschini l’anno scorso ha lanciato un’idea rivoluzionaria: una riforma radicale. Non è stato il primo, a provarci. Prima di lui, avevano già tentato in tanti. L’ultimo era stato Giuliano Urbani: porta il suo nome il decreto che, nell’estate del 2004, modificò – tra le altre cose – le procedure necessarie per assegnare i fondi pubblici ai film meritevoli. Il problema, all’epoca, era quello di limitare l’arbitrio della famigerata commissione ministeriale che sceglieva, sulla base dell’imponderabile giudizio dei suoi membri, a chi assegnare e a chi negare i finanziamenti. Allora si decise di cambiare, introducendo il cosiddetto reference system. E così al giudizio dei tecnici si aggiunse un altro parametro di riferimento, tendenzialmente oggettivo. “Tendenzialmente, esatto, sottolineate l’avverbio”, scherza Robert Bernocchi, il responsabile delle statistiche sui dati di vendita per MyMovies, la prestigiosa testata di cinema ritenuta da molti appassionati come un punto di riferimento. E Bernocchi, che all’interno di MyMovies viene chiamato il “guru dei numeri”, spiega che il sistema di valutazione non era esattamente trasparente. “Innanzitutto, va detto che anche dopo la riforma del 2004 un 70% del peso dei giudizi ricadeva sulle sentenze della Commissione”. Che era formata da dieci tecnici: tre nominati dalla Conferenza Stato-Regioni e sette dallo stesso Mibact. “In secondo luogo, il reference system si basava sul prestigio degli autori e del cast, prendendo come riferimento i premi incassati o le partecipazioni ai vari festival”. Dunque bastava puntare su un cast prestigioso, e magari chiedere ad uno sceneggiatore con un David di Donatello nel curriculum di firmare il soggetto del film, e così il punteggio lievitava sensibilmente. È questo il motivo per cui tante discutibili commedie, e perfino qualche cinepanettone, attingevano alle casse del Mibact. Non si trattava di finanziamenti a fondo perduto: lo Stato pretendeva il risarcimento pressoché totale dalle case di produzione al momento dell’uscita dell’opera. Salvo nei (non pochi) casi in cui la produzione non riusciva ad adempiere, e allora lo Stato subentrava nella gestione dei diritti dell’opera, sperando almeno che l’operazione fosse redditizia. Non bastava, però. Perché, a conclusione dell’iter, c’era un altro capitolo di spesa, sempre pubblica. Erano i contributi statali sugli incassi, che spettavano ai produttori di tutti i film che al botteghino superavano i 50mila euro. Sei scaglioni, con un’aliquota inversamente proporzionata al totale degli incassi: si partiva con il 22,5% riconosciuta alle pellicole che non andavano oltre il milione di euro, si scendeva al 20% per quelle che si attestavano tra 1 e 2 milioni, e poi a scemare fino ai film di maggior successo: per chi portava a casa tra i 5 e i 10 milioni di euro, il contributo ammontava al 10%. Il tutto, poi, maggiorato del 5% qualora l’opera fosse ritenuta d’interesse culturale. “Una discreta Babele, un processo a dir poco cervellotico e assai poco meritocratico”, sentenzia Bernocchi.

 

Come sarà in futuro

È rimasto tutto invariato fino all’anno scorso: quando i lungometraggi finanziati in fase di produzione sono stati ben 63, per un totale di 12 milioni e 750mila euro. Poi, nel novembre del 2016, dopo un lavorio non breve di tecnici e consulenti, è diventato legge. Lo ha voluto fortemente Dario Franceschini, che aveva fatto del provvedimento un suo assillo fin dal suo insediamento al Mibact nel febbraio del 2014: “Sarà una rivoluzione”, aveva annunciato. “I cambiamenti in effetti ci sono: si tratta di una legge coraggiosa”, riconosce Francesca Medolago, che ha seguito la stesura della legge per Anica, l’Associazione nazionale delle industrie cinematografiche audiovisive. Il ddl Franceschini istituisce il Fondo per lo sviluppo degli investimenti, che sarà alimentato, a regime, da una percentuale fissa (l’11%) degli introiti erariali da Ires e Iva delle aziende del settore. “L’idea, insomma, è quella di un sistema che si sostiene in buona parte in modo autonomo”. La cassa avrà a disposizione ogni anno almeno 400 milioni, che verranno distribuiti sostanzialmente attraverso due metodi: contributi automatici, assegnati sulla base di un nuovo sistema di valutazione (reference system, tecnicamente), e contributi selettivi – si tratta di una quota che può arrivare fino 18% del totale – distribuiti in seguito al parere di una commissione di esperti (saranno cinque, e andranno individuati tra “personalità di chiara fama anche internazionale e di comprovata qualificazione professionale nel settore”).

Tante novità, dunque. Ma ancora poche certezze sul funzionamento effettivo del nuovo sistema. Per rendere operativa la legge bisognerà approvare tutti i decreti attuativi: operazione per nulla banale. In cantiere ce ne sono ben 24, e i primi erano previsti già per il gennaio scorso. Sono stati approvati, invece, ad aprile, e rappresentano una parte ancora minima del lavoro che andrà fatto. È per questo che dal Mibact non hanno gran voglia di commentare. “Aspettiamo i decreti attuativi, poi se ne riparla”, ripete Nicola Borrelli, il direttore generale per il Cinema del ministero, il cui ufficio è nei pressi di Santa Croce in Gerusalemme, a pochi passi dall’Apollo 11. “Sì, il problema rappresentato da esempi come quello di Acqua di marzo esiste – ammettono i collaboratori di Borrelli – Così come finora è esistito l’altro problema, ancora più grave, dei film finanziati con soldi pubblici e mai usciti in sala. La nuova legge cerca appunto di risolverli”. In che modo, però, non è esattamente chiaro. Chiedere lumi al Mibact, ovviamente, è inutile: “I decreti attuativi, aspettiamo i decreti attuativi” è il mantra.

 

Novità sulla distribuzione? Poca roba

Nell’attesa di Godot, si può intanto leggere il testo della legge. “E ci si accorge che la stortura non viene affatto corretta”, denuncia Massimo Arcangeli, segretario laziale di Anec, l’Associazione nazionale degli esercenti del cinema. Arcangeli fa riferimento, in particolare, agli articoli del ddl Franceschini che regolano l’erogazione dei contributi. Da un lato, come detto, i contributi selettivi, che verranno destinati prioritariamente – il testo è assai esplicito su questo – alla realizzazione di “opere prime e seconde ovvero alle opere realizzate da giovani autori ovvero ai film difficili realizzati con modeste risorse finanziarie ovvero alle opere di particolare qualità artistica”. Insomma, viene riservato un occhio di riguardo a esordienti e artisti che osano lavori più raffinati. “Questo è senz’altro apprezzabile”, riconosce Arcangeli. Che però subito aggiunge: “Ma cosa cambia per quanto riguarda la distribuzione?”. Nel capitolo dei fondi selettivi, di distribuzione non se ne parla affatto. Tutto, viene da supporre, resterà come prima. Quanto ai contributi automatici, questi verranno concessi “alla produzione e alla distribuzione” (qui dunque se ne fa menzione diretta) “di nuove opere cinematografiche e audiovisive di nazionalità italiana”. Come verrà stabilito l’ammontare dei finanziamenti che spettano a ciascuna impresa? “Sulla base di parametri oggettivi”, si legge nel decreto. Si specifica meglio all’articolo 24: “In base ai risultati economici, culturali e artistici e di diffusione presso il pubblico nazionale e internazionale”. Insomma, conteranno sia i precedenti risultati al botteghino, sia il prestigio del cast e degli autori. Come il reference system in vigore fino al 2016? Parrebbe di sì. “E non è un buon segnale”, si lamenta De Caro, che racconta di aver rifiutato, in passato, proprio i consigli di chi gli prospettava quale scorciatoia per ottenere finanziamenti pubblici in modo facile. “Fu mentre stavo cercando che qualcuno mettesse mano al portafoglio per Acqua di marzo. Un paio d’importanti produttori lessero e apprezzarono la sceneggiatura. ‘Bel progetto’, mi dissero entrambi. Ed entrambi poi accantonarono il dattiloscritto e mi guardarono negli occhi: ‘Ci sarebbe però questa bella commedia commerciale – mi spiegarono tendendomi un fascicolo anonimo – in cui potremmo imbarcare anche due attori di prima fascia’. Era il loro modo di accedere ai contributi del Mibact”.

 

Un mercato che non consente grandi interventi pubblici

Il segretario dell’Anec, Arcangeli, evidenzia però un altro problema legato alla filiera della distribuzione: “Modificare attraverso l’intervento statale un mercato retto da rapporti di forza così granitici è davvero difficile”. Tradotto in cifre, il discorso di Arcangeli, suona più o meno così. Le cinque più importanti aziende di distribuzione in Italia ottengono da sole oltre il 70% degli incassi totali: questo dimostrano i dati Cinetel riferiti al 2016. Agostino, il gestore dell’Apollo 11, si limita a constatare: “È evidente che la libertà di scelta del titolare di una sala è assai limitata, in uno scenario simile”. E dunque? “Dunque – rilancia Arcangeli – una soluzione potrebbe essere aiutare l’esercente coraggioso, quello cioè che non piega la testa di fronte alla legge di questa oligarchia della distribuzione e preferisce mettere in programma film difficili. La legge precedente riconosceva appena un 5% di credito fiscale sugli incassi riscossi dalla vendita dei biglietti di questo tipo di opere: ma era troppo poco. A conti fatti, conveniva a tutti mettere in sala Checco Zalone”. E la nuova legge? “Nel ddl Franceschini si parla di un sostegno alle sale d’essai, e questo è un segnale positivo. Ma nel merito il testo è abbastanza vago”, conclude Arcangeli. E quindi, tanto per cambiare, bisogna attendere i decreti attuativi. Per ora ci si deve accontentare di un assai fumoso comma all’articolo 28. Recita: “Il decreto […] può subordinare la concessione dei contributi a obblighi del soggetto beneficiario relativi alla destinazione d’uso dei locali e alla programmazione di specifiche attività culturali e creative, ivi inclusi impegni nella programmazione di opere cinematografiche e audiovisive europee e italiane”. Una frase in virtù della quale potrebbero beneficiare dei contributi pubblici tutti e nessuno. In altre parole, il nodo della distribuzione non è stato sciolto.

A giudizio di Francesca Medolago, comunque, “non è pensabile un intervento statale che alteri questi equilibri. Anche perché, è bene non dimenticarlo, esistono comunque i limiti imposti da Bruxelles sul rispetto della concorrenza”. E infatti il ddl Franceschini, laddove parla di contributi, specifica chiaramente che questi dovranno essere concessi “nei limiti massimi d’intensità d’aiuto previsti dalle disposizioni dell’Unione europea”.

Ed è sulla necessità di rispettare l’andamento del mercato che riflette anche Bernocchi di MyMovies. “Per molto tempo si è giocato su un equivoco, e qualcuno a dire il vero continua a giocarci”. Sarebbe? “In tanti ritengono che il problema sia sempre dell’industria, quasi sempre del pubblico e mai degli autori”. Cioè? “Si continua a lamentare il fatto che i distributori non scommettono sulle opere difficili e che il pubblico quelle opere non le capisce. Molto raramente, però, si ricorda una verità banale: e cioè che nessun film può fare a meno di una platea di persone che compra un biglietto. Ci sono sceneggiatori e registi che si vantano di fare pellicole necessarie, indispensabili, un cinema civile e sociale. Poi, se al botteghino fanno fiasco, possono sempre dire che gli italiani sono un popolo ignorante che ama solo le commediole”. Insomma, secondo Bernocchi è non solo inevitabile, ma in fondo anche giusto, che il sostegno alla distribuzione non sia invadente. “È doveroso finanziare la produzione di un film che si ritiene meritevole, anche perché spesso senza quell’aiuto pubblico il film non si farebbe”. E va bene, ma a quel punto tanto varrebbe non erogare i contributi a opere che rischiano di non ottenere alcun apprezzamento dagli spettatori. O no? “Attenzione: quando io giudico una sceneggiatura o un soggetto, non posso prevedere quale sarà la risposta del pubblico, né posso determinarla a posteriori drogando il mercato e imponendo nelle sale certe pellicole piuttosto che altre”. Un film deve farcela da solo, in definitiva: è questa la convinzione di Bernocchi. “Certo. Anche perché poi spesso i numeri non dicono tutta la verità. Soprattutto se non li si riporta alla realtà. Un esempio?”. Prego. “Se io distribuisco un film in 12 o 13 copie, tutti dicono che è una distribuzione limitatissima”. E non è così? “In parte sì. Ma se quelle 12 o 13 copie finiscono nelle 7 o 8 città principali, e magari in un paio di multisala di Milano e di Roma, io sto mettendo un film nelle condizioni di poter essere visto e apprezzato da una platea potenzialmente enorme”.

Ultimo avvertimento: non analizzare i vari settori dell’industria cinematografica come se fossero dei compartimenti stagni. Anche di questo, Bernocchi è convinto: “Spesso il primo aiuto alla distribuzione sta proprio nei fondi che si danno alla produzione. Un produttore accorto, specie se non ha alle spalle una disponibilità immensa e un cast stellare, destina infatti una parte non irrisoria del suo budget proprio al pagamento di un distributore che possa diffondere il suo film”. L’accortezza, però, non è la dote fondamentale dei produttori italiani. “No, direi di no. Ma su questo lo Stato può fare poco. Può fare invece molto nella definizione di parametri intelligenti per regolare l’erogazione di contributi. In passato questo non è avvenuto”. Inutile, però, chiedere se la nuova legge inverta davvero la tendenza e superi queste ataviche storture. Anche Bernocchi, se glielo si domanda, risponde alla stessa maniera: “Bisogna aspettare i decreti attuativi”.