Raggi rischia il rinvio a giudizio: «Non mi dimetterò»


La sindaca di Roma è indagata per falso e abuso d’ufficio nel caso delle nomine di Renato Marra e Salvatore Romeo. Ieri la conclusione delle indagini, molto probabile il processo in autunno. Il vicesindaco Bergamo: «Andiamo avanti»


raggi-5-3Non tutti i Marra vengono per nuocere. Alla fine, a causare più guai giudiziari alla sindaca di Roma Virgina Raggi poterebbe essere non Raffaele Marra, l’ex capo del personale del Campidoglio arrestato per corruzione, bensì il fratello Renato. È proprio sulla nomina di Renato Marra, promosso da capo di un dipartimento dei vigili urbani a responsabile della Direzione Turismo del comune, che si concentrano le accuse dei pm di piazzale Clodio Paolo Ielo e Francesco Dall’Olio alla sindaca. Accuse che, dopo la conclusione formale delle indagini sulle nomine capitoline avvenuta ieri, per Raggi rischiano di trasformarsi in una richiesta di rinvio a giudizio. Una tegola che dovrebbe arrivare all’inizio dell’autunno, considerando i venti giorni a disposizione dei suoi legali per depositare ulteriori memorie difensive e la concomitanza della pausa estiva.

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Raffaele Marra, ex capo del personale del Campidoglio

Ad essere contestata non è però la promozione di Renato Marra (con relativo aumento di stipendio), per la quale la procura sembra intenzionata a chiedere l’archiviazione. No: Raggi è accusata di falso, per aver dichiarato ai pm che la nomina di Marra, formalmente autorizzata dal fratello Raffaele, fu “mera e pedissequa esecuzione delle determinazioni da me assunte”, come scrisse la sindaca in un documento inviato all’autorità Anticorruzione. Circostanza smentita dalle chat dei “quattro amici al bar”, il gruppo Whatsapp dei fedelissimi di Virginia Raggi, da cui emergerebbe come la nomina di Marra sia stata decisa in autonomia dal potente fratello Raffaele. «Questa cosa dello stipendio mi mette in difficoltà, me lo dovevi dire», scriveva la sindaca al suo capo del personale.

Al centro dell’inchiesta c’è però anche la nomina di un altro dei “quattro amici”, Salvatore Romeo, promosso da semplice dipendente comunale a capo della segreteria della sindaca, con stipendio triplicato (da 39 a 120mila euro annui, poi ridotti a 90mila). In questo caso l’accusa mossa alla sindaca, per cui i pm sarebbero intenzionati a chiedere il rinvio a giudizio, è di abuso d’ufficio. «Non stiamo parlando del fatto che io abbia rubato soldi o abbia corrotto», ha detto la sindaca ieri sera alla tramissione di Rai3 “Cartabianca”. «Parliamo di una firma su un documento in contestazione e di una procedura di nomina, di Romeo, che ho fatto seguendo una procedura già avvenuta in anni precedenti e che non era mai stata contestata», sostiene Raggi. Che si dice «abbastanza tranquilla»: «Depositeremo atti con cui sono certa di riuscire a spiegare. Noi al momento andiamo avanti».

Chiesta invece l’archiviazione per l’ipotesi di abuso d’ufficio nella nomina del magistrato Carla Raineri a capo di gabinetto e di Raffaele Marra a capo del personale. Anche l’ex collaboratore della sindaca andrà a processo per abuso d’ufficio: per la procura avrebbe dovuto astenersi dal promuovere un familiare.

Salvatore Romeo durante l'assemblea capitolina in Campidoglio, il 06 ottobre 2016. ANSA/ANGELO CARCONI
Salvatore Romeo, ex capo della segreteria di Virginia Raggi

Nonostante il rinvio a giudizio sia ormai scontato, l’ipotesi dimissioni non è al momento sul tavolo della sindaca, né della sua giunta: «Andiamo avanti tutti, la sindaca è tranquilla non c’è nulla di particolarmente inatteso», dichiara il vicesindaco Luca Bergamo. «Cosa faccio se arriva il rinvio a giudizio? Seguirò le regole del codice etico», ha detto ieri Raggi. Codice che, varato da Beppe Grillo in coincidenza con l’avvio dell’inchiesta capitolina, non prevede l’obbligo di dimissioni per reati come il falso o l’abuso d’ufficio. «Io mi sono dimessa, poi però il Movimento ha cambiato pelle», ha detto ai cronisti l’ex assessora all’ambiente Paola Muraro. Per lei i pm hanno chiesto l’archiviazione.