Deciso il calendario per la Brexit: «Priorità ai diritti dei cittadini»


Con un governo non ancora insediato e una maggioranza instabile, ottenibile attraverso l’alleanza con l’Udp, Theresa May rischia di veder sfumare i suoi progetti, e mettere il Regno Unito in una posizione ben più debole del previsto al tavolo di Bruxelles


Quattro sessioni, una al mese della durata di una settimana, tra il 17 luglio e il 9 ottobre. Questo sarà il calendario per le trattative di divorzio tra Regno Unito e Unione Europea, deciso al termine della prima giornata di incontri tra il capo negoziatore Michel Barnier, con il segretario di Stato per l’uscita del Regno Unito, David Davis.

Le richieste che arriveranno da Londra saranno le stesse che Theresa May aveva espresso nella lettera inviata a Bruxelles a fine marzo: l’uscita dall’Europa unita, dal mercato unico e da Schengen, tenere vivi i rapporti con Bruxelles solo per quanto concerne le questioni di sicurezza e antiterrorismo.

Ad un anno dal referendum, i tre nodi primari da sciogliere in questa prima fase delle trattative riguardano i diritti dei cittadini europei residenti nel Regno Unito, la questione irlandese e i rapporti economico-finanziari tra la Gran Bretagna e Bruxelles.

Temi importanti, che non si risolveranno velocemente. «Sebbene ci siano senza dubbio tempi di sfida davanti a noi – ha sottolineato Davis – faremo tutto il possibile per dare un accordo che sia nel miglior interesse di tutti i cittadini».

Certo è che l’esito delle elezioni tenutesi questo mese hanno cambiato un po’ le carte in tavola: il primo ministro Theresa May ha perso consensi e con lei anche l’idea di una “hard brexit”. Si fa strada l’ipotesi di una brexit “soft” sul modello norvegese, che consentirebbe di continuare ad avere accesso a parte del «single market» e ad alcuni programmi senza dover adempiere gli obblighi di un Paese membro.

picture from reaction.life.com
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«Sia per l’Ue che per il Regno Unito un accordo equo è possibile ed è di gran lunga meglio di non avere alcun accordo», ha dichiarato Barnier durante la conferenza stampa congiunta di lunedi 19 giugno, aggiungendo: «Lavoreremo sempre con il Regno Unito e mai contro il Regno Unito, non ci sarà mai ostilità da parte mia».

Il presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, ha dichiarato che l’obiettivo «primario» resta «la tutela dei tre milioni di cittadini europei che vivono nel Regno Unito».

L’attenzione ai cittadini europei residenti a Londra è infatti una delle priorità dei Ventisette. L’intesa, secondo Bruxelles, dovrà fornire «garanzie necessarie e non discriminatorie».

La questione spinosa riguarda la situazione irlandese. A prendere la maggior parte del tempo del primo incontro è stata la discussione sulla necessità di evitare il risorgere di una conflitto tra l’Eire e l’Irlanda del Nord che inficerebbe gli accordi del Venerdì Santo. «E’ un problema tecnicamente difficile ma è senza dubbio in cima alle nostre priorità» ha dichiarato Davis.

Altro punto di discussione è l’assegno di divorzio: l’Ue chiede a Londra dai 60 ai 100 miliardi di euro. Una cifra non ancora quantificata nel dettaglio, ma che dovrà coprire tutti gli esborsi finanziari ai quali Londra si è impegnata con il bilancio e con i vari programmi europei. A questi, si aggiungono anche i costi effettivi per la Brexit, dal trasferimento delle due agenzie Ue (Ema ed Eba) da Londra, fino alle le future pensioni dei funzionari britannici nelle istituzioni europee.

Insomma, come in ogni divorzio a rimetterci di più sono di solito i figli. Per sapere quale sarà il destino dei cittadini europei che hanno scelto di vivere nel Regno Unito, dei partner commerciali e dei vicini irlandesi, bisognerà attendere l’esito dei vertici di giovedi 20 e venerdi 21 giugno, mentre Manfred Weber, capogruppo del Ppe al Parlamento Ue, dichiara: «Non abbiamo alcuna idea di cosa vogliono i britannici: sono nel caos».