Un circolo virtuoso per il pianeta


L’inquinamento e l’eccessivo sfruttamento delle risorse fanno emergere la convenienza di modelli economici alternativi. L’economia circolare è la soluzione e anche Pechino la usa per rispettare gli accordi di Parigi


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Che cos’è la Terra. Per alcuni un pianeta creato per soddisfare i nostri bisogni, per altri un sistema vivente che ci ospita, da curare e rispettare. Fino ad oggi ha prevalso il primo approccio, una cultura antropocentrica per la quale al centro c’è l’uomo. Ci sentiamo liberi di sfruttare le risorse a nostro piacimento. Dalla Rivoluzione industriale in poi, la crescita economica e l’affermazione del capitalismo sembrano aver sancito ovunque il trionfo di questa visione, anche per evidenti convenienze economiche. Oggi però iniziano a comparire modelli diversi, rispettosi degli equilibri della Terra, al posto di quelli basati sul consumo illimitato. Modelli innovativi, efficaci e virtuosi, come quello dell’economia circolare, che potrebbero mettere un freno al sovrasfruttamento del pianeta.

 

Il debito con la Terra e il surriscaldamento globale

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Le date dell’Overshoot day, il giorno del sovrasfuttamento della Terra

 

Oggi consumiamo più beni di quelli che la terra ci può dare: a ricordarcelo c’è lOvershoot day, il giorno in cui l’umanità arriva a consumare tutto il «capitale naturale» disponibile, andando poi a utilizzare più risorse di quelle offerte dal ciclo naturale.

In altre parole, siamo in debito con la Terra. Secondo il Global footprint network, uno dei più importanti centri internazionali di studi sulla sostenibilità, il consumo umano eccede la capacità naturale di generare risorse. L’Overshoot day quest’anno sarà il 2 agosto. Da quella data in avanti, utilizzeremo più risorse di quelle che la terra può rinnovare. Con i ritmi attuali, per soddisfare le nostre richieste avremmo bisogno di un pianeta grande 1,6 volte il nostro. Ma non è la globalizzazione, è già dagli anni Settanta che andiamo in debito. E la data dell’Overshoot day dà una misura dell’emergenza: nel 2000 era a fine settembre, l’anno scorso l’8 agosto, quest’anno ancora prima. Un debito che diventa sempre più pesante, e che continuerà a esserlo se non si interviene con una drastica inversione di rotta.

 

Kyoto e Parigi contro la CO2

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A incidere maggiormente sul deficit ecologico sono le emissioni di anidride carbonica (CO2), raddoppiate dagli anni ‘70 a oggi. Costituiscono il 60% della nostra impronta ecologica. Il carbonio in eccesso nell’atmosfera, dovuto soprattutto all’uso dei combustibili fossili (carbone, petrolio e gas naturale), è il principale responsabile dell’effetto serra, un aumento della temperatura repentino e allarmante, che porta al surriscaldamento globale. Per combatterlo nel 1997 più di 180 Paesi hanno siglato il Protocollo di Kyoto, un trattato internazionale in materia ambientale, impegnandosi a limitare le emissioni di carbonio, ormai a livelli preoccupanti nell’atmosfera. Se le emissioni non saranno ridotte secondo gli accordi, il livello di soglia stabilito a Kyoto sarà superato entro il 2030 circa. Secondo le teorie più accreditate, il superamento di questa soglia porterebbe la temperatura media della terra ad aumentare di due gradi, e il livello dei mari a innalzarsi di almeno un metro entro il 2040, con gravissimi effetti sugli equilibri ambientali. Molti però i limiti del Protocollo di Kyoto: i maggiori produttori di CO2 – Stati Uniti, Russia, Giappone e Canada – non lo hanno sottoscritto, mentre altri due grandi inquinatori, l’India e la Cina, pur avendolo ratificato sono esonerati dalla sua applicazione insieme ad altri Paesi in via di sviluppo.

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Dal 2020 al posto del Protocollo di Kyoto entrerà in vigore l’accordo della Cop21, firmato a Parigi nel dicembre 2015. L’obiettivo è ridurre le emissioni di carbonio per arrivare a zero entro il 2050, limitando così il riscaldamento globale «al di sotto dei due gradi centigradi». Ma anche l’Accordo di Parigi presenta gravissimi limiti. La politica degli Usa getta un’ombra sulla raggiungibilità degli obiettivi, perché, con la nuova presidenza di Donald Trump, gli Stati Uniti si sono ritirati dal trattato. In più, il vero salto culturale non è stato compiuto: nel documento della Cop21 non è inserito il concetto di «decarbonizzazione», come auspicato dalle associazioni ambientaliste. Mancano inoltre mezzi sanzionatori adeguati e di controllo effettivo, e per questi motivi sembrano provati i dubbi sull’efficacia del trattato. Per il climatologo James Hansen l’accordo è «una truffa, fatta solo di promesse», e per il direttore di Greenpeace France, Jean – Francois Juillard, è «troppo lento e troppo poco ambizioso». Certo, non mancano i giudizi positivi: secondo Michael Brune, direttore del Sierra Club, Parigi è «una svolta» per l’umanità. Una cosa è certa, anche se i governi hanno riconosciuto che l’era delle fonti fossili deve terminare presto, i tempi della transizione sono troppo lunghi.

 

Un modello economico alternativo per gli obiettivi di Parigi: l’economia circolare

Il ciclo virtuoso dell'economia circolare
Il ciclo virtuoso dell’economia circolare

Ripensare l’economia è dunque un imperativo. Questo modello di sviluppo e sfruttamento delle risorse mette in crisi gli stessi obiettivi che i Paesi si sono posti. Secondo l’Unep (Programma per l’ambiente delle Nazioni Unite), anche se tutti gli Stati della Cop21 mantenessero i loro impegni, riuscirebbero a ridurre solo di metà – 13 su 26 miliardi di tonnellate – le emissioni di carbonio entro il 2030. Per rispettare gli accordi di Parigi, è necessario ripensare il nostro sistema produttivo e guardare a un nuovo modello di economia: l’economia circolare. Finora lo schema era lineare, «estrai, produci, usa, getta». Ma sta portando all’esaurimento delle risorse. L’economia circolare permette di passare da un obiettivo di semplice riduzione di consumi e impatto ambientale a un vero e proprio modello alternativo. È un sistema autorigenerante, poiché i materiali utilizzati non sono consumati e poi buttati via, ma rivalorizzati e riutilizzati. Un circolo virtuoso che porta a un equilibrio fra ecosistema e sistemi produttivi. I materiali biologici sono reintegrati nel ciclo della biosfera, quelli tecnici rivalorizzati per rientrare in un flusso produttivo. In questo modello, incentrato sul recupero delle materie prime, sull’uso di fonti energetiche rinnovabili, sulla minimizzazione di sostanze dannose per l’ambiente, nulla diviene rifiuto, ma tutto è riconvertito, riutilizzato e reimmesso nel sistema, grazie all’ecoprogettazione, alla riparazione e al riciclo.

 

I principi dell’economia circolare

Alla base dell’economia circolare c’è un nuovo pensiero sistemico, capace di vedere il mondo come un unico organismo interconnesso. I sistemi economici devono funzionare come gli esseri viventi, che elaborano, utilizzano e reimmettono le sostanze nel ciclo biologico. Un sistema nuovo che prospera e può essere sostenuto all’infinito, come il ciclo di vita della natura. Da qui il concetto ricorrente, nell’economia circolare, di «ciclo chiuso» o «rigenerativo».

Si individuano così pochi punti cardine, ma dalla portata rivoluzionaria, che porteranno a un mondo nuovo. In questo futuro, i prodotti saranno progettati per durare a lungo, riparati e riutilizzati, invece che usati e buttati via. Perderà valore l’idea di proprietà: si condivideranno i servizi, invece che possederli. E scompariranno i rifiuti, perché ogni componente di un prodotto entrerà a far parte di un ciclo di riutilizzo. Mentre i componenti biologici si possono trasformare in compost, un materiale nutriente simile alla terra, quelli tecnici si possono riciclare, recuperare o riconvertire. Anche i rifiuti si possono trasformare in energia, attraverso processi come la gassificazione, la combustione e il recupero dei gas di discarica, arrivando così alla loro eliminazione completa. Fondamentali in questo quadro sono anche le energie rinnovabili: energia solare, eolica, marina, idroelettrica e geotermica, sempre più utilizzate negli ultimi anni, sono le scelte per il futuro dell’economia circolare. Un nuovo sistema non solo in armonia con l’ambiente, ma anche economicamente e umanamente conveniente.

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Cominciamo a vedere questi cambiamenti, i piccoli germogli dell’economia circolare, con le prime attività di sharing economy, soprattutto nella mobilità sostenibile. Oggi nelle città si può scegliere di non possedere un’automobile, ma solo di utilizzarla insieme ad altri. Quello che un tempo era uno status symbol diventa, quindi, un semplice mezzo. Anche la lotta agli sprechi e la trasformazione dei rifiuti in risorse comincia a far vedere i suoi frutti: nella maggior parte delle città tedesche, ad esempio, ci sono macchine che danno buoni sconto a chi lascia bottiglie di plastica vuote. Quelle che intasano le nostre discariche e fanno emergere le difficoltà di gestione del ciclo dei rifiuti. In molti Paesi, soprattutto nel Nord Europa, l’attenzione allo sviluppo sostenibile è cresciuta moltissimo negli ultimi anni. Piccoli passi graduali, che fanno sperare in un futuro diverso.

 

Verso un cambiamento possibile

L’economia circolare mette in discussione anche i modelli di misurazione del benessere di un Paese: i sostenitori di questo paradigma hanno proposto di tenere conto di più aspetti oltre al Pil, il prodotto interno lordo, utilizzato oggi per misurare la ricchezza di un Paese.

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Un modello radicalmente innovativo che negli ultimi anni sta determinando sempre più l’agenda mondiale. Cominciano a guardare con interesse a questa nuova opportunità non solo le organizzazioni ambientaliste, o gli enti indipendenti come la Ellen MacArthur Foundation, ma anche una nazione fortemente industrializzata e in enorme crescita, come la Cina. Nell’11° piano quinquennale del Paese, a partire dal 2006, l’economia circolare è identificata come politica nazionale. Anche l’Europa si sta orientando verso una transizione in questa direzione. La Commissione Europea ha adottato nel 2015 il documento: «L’anello mancante – Piano d’azione dell’Ue per l’economia circolare», che prevede importanti modifiche alla legislazione in materia di rifiuti, discariche, fertilizzanti, sfruttamento delle risorse idriche, nell’ottica di una transizione verso un’economia circolare.

Nel Documento di Analisi Annuale della crescita del 2016, la Commissione Europea ha sottolineato la necessità di rafforzare la ripresa in un’ottica di sostenibilità, promuovendo misure a favore dell’economia circolare, che contribuirà a stimolare gli investimenti, portando vantaggi ambientali, economici e occupazionali. In un mondo che fa un’enorme fatica a realizzare cambiamenti virtuosi quando non portano un profitto immediato, ci si augura davvero che i tanti aspetti positivi favoriscano il passaggio a questo nuovo modello di economia, finalmente rispettoso della natura, del pianeta in cui viviamo e dell’uomo.