Russiagate, l’analista Messa: «Il super procuratore rischia»


Il direttore del Centro Studi Americani: «Azzardato avanzare ipotesi, ciò che colpisce è lo scontro interno al partito repubblicano e all’amministrazione»


FILE PHOTO: FBI Director Robert Mueller is sworn in to testify before the Senate Judiciary Committee during a hearing on "Oversight of the Federal Bureau of Investigation (FBI)," on Capitol Hill in Washington September 17, 2008. REUTERS/Molly Riley/File Photo TPX IMAGES OF THE DAY

Parola d’ordine: colpo di scena. Nel giorno del 71mo compleanno di The Donald il Washington Post sgancia la bomba. Il presidente americano sarebbe sotto inchiesta per aver ostacolato la giustizia nell’ambito dell’inchiesta sulle interferenze di Mosca nella campagna presidenziale americana e l’eventuale rete di rapporti del Cremlino con gli uomini del Presidente. Per il direttore del Centro Studi Americani Paolo Messa lo scandalo che sta facendo tremare la Casa Bianca rischia di creare fratture profonde all’interno del partito repubblicano e negli equilibri dell’esecutivo.

A che punto è il Russiagate?

«La situazione è molto delicata e lascia aperto il dubbio sul fatto che il presidente voglia intervenire anche sulla figura del procuratore speciale per il Russiagate Robert Mueller, cosa che trova riscontro anche nelle iniziative di alcuni senatori che hanno rilasciato dichiarazioni molto dure nei confronti dell’ex direttore dell’Fbi».

Qual è il risvolto politico dell’intera vicenda?

«Credo che quello che sta emergendo dia il senso di una difficoltà abbastanza significativa nel gestire un caso che per certi versi assomiglia a una sceneggiatura di House of Cards. Ciò che colpisce di questo difficile avvio della presidenza Trump è lo scontro interno al partito repubblicano e alla stessa amministrazione. Le divergenze tra gli esponenti dell’esecutivo indicano il fatto che l’amministrazione è ancora in una fase di rodaggio soprattutto rispetto alla politica estera e di sicurezza».

E’ realistica la prospettiva di una scissione interna al partito repubblicano?

«Già oggi emergono delle divisioni nel partito. La sfida nei prossimi mesi per Trump è creare un’atmosfera meno divisiva e più orientata a trovare un minimo comune denominatore».

Putin ha raggiunto il suo obiettivo?

«Non credo che Putin scommettesse davvero sulla vittoria di Trump. Il risultato è un’amministrazione ancora più severa nei confronti di Mosca di quanto non lo fosse quella Obama. Se volessimo individuare un soggetto internazionale che sta traendo il massimo vantaggio da questa situazione, è la Cina».

A meno che l’obiettivo di Putin non fosse quello di minare alle basi la democrazia americana…

«Escludo che il presidente russo avesse una strategia così articolata. Se allarghiamo lo sguardo all’Europa vediamo che c’è una tendenza a far sgonfiare la bolla populista. Quel che è certo è che Trump rappresenta un ostacolo per Putin, molto più che un vantaggio».

L’ipotesi di impeachment è plausibile?

«Tecnicamente l’impeachment è un processo molto complesso e non così prevedibile. Di sicuro Trump sarà sotto pressione ancora per molte settimane. Il presidente dovrà giocarsi tutta la partita del consenso sull’economia».

Quali sono gli elementi che giocano a favore di Trump e quali contro?

«Trump ha dalla sua il fatto di essere il presidente degli Stati Uniti d’America e di poter contare su collaboratori di grande valore. D’altro canto Trump paga la sua inesperienza in campo politico. Il passaggio dall’impresa immobiliare alla Casa Bianca non è facile, come era prevedibile».