Il vero costo delle elezioni anticipate


Il patto sulla riforma elettorale è saltato, ma c’è chi è ancora tentato dal voto in autunno. La prima vittima delle urne a settembre sarebbe la legge di bilancio e le banche venete in attesa di un salvataggio politicamente insostenibile


Il patto tra le principali forze politiche del Paese non ha retto. E il futuro del nuovo sistema elettorale si fa incerto. Da più parti emerge comunque il desiderio di non rinunciare alle elezioni anticipate, anche se questo volesse dire recarsi alle urne con i Consultelli, le leggi diverse per le elezioni di Camera e Senato. Con una campagna elettorale a quaranta gradi e sotto l’ombrellone, del tutto inedita nella storia repubblicana, e la sessione di bilancio alle porte. La legge parla chiaro: entro il 27 settembre va approvata la nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza. E il 15 ottobre l’Unione europea attende la bozza di manovra. Scadenze delicate, che al di là della mancata tenuta del patto sulla riforma elettorale, pesano, o almeno dovrebbero, sulla decisione di aprire le urne prima della fine naturale della legislatura.

Da un lato c’è chi, come Giorgio Napolitano, è convinto che andare a elezioni anticipate significhi «dare il massimo contributo negativo al consolidamento della credibilità del nostro Paese». Sul fronte opposto c’è chi, invece, ha cercato la convergenza delle altre forze politiche con la convinzione che il voto in autunno non generi incertezza, ma la riduca. Questo è ciò che deve aver pensato il segretario del Pd: un governo investito di un mandato popolare avrebbe più forza per trattare con Bruxelles una maggiore flessibilità. La legge di stabilità si annuncia piuttosto pesante, e avrebbe bisogno di spalle politiche larghe per essere approvata. Nel nuovo Parlamento, qualunque sarà la legge elettorale, non ci saranno forze politiche che da sole saranno in grado di varare la manovra. E forse è proprio questo che spinge Matteo Renzi ad andare al voto anticipato. Fondamentalmente il dubbio che il partito non possa caricarsi da solo il peso della manovra economica, senza che vi sia un vero e proprio assalto al governo. Se non si votasse a settembre, con il varo della finanziaria comincerebbe la campagna elettorale per il voto di febbraio 2018. La manovra diventerebbe il terreno di battaglia tra i partiti per accaparrarsi il consenso e sarebbe difficile arrivare al traguardo. Il dubbio è esistenziale: una manovra ammiccante all’elettorato con un alto rischio di bocciatura dall’Ue, o una finanziaria seria che indebolirebbe il Pd?

I SEGNALI DAI MERCATI

E’ una questione di soldi e politica, e mercati. Gli investitori internazionali non gradiscono le elezioni anticipate. Sulla stabilità dell’Italia incombe l’ombra di

una possibile alleanza euroscettica tra Lega Nord e Movimento 5 Stelle. Uno scenario che gli investitori vedono come fumo negli occhi, ma con cui dovranno fare i conti. Dopo lo stop alla legge elettorale, invece, l’allontanarsi della prospettiva di voto fa accelerare Milano, trainata dalle banche. I mercati non capiscono perché si pensi ad anticipare le elezioni, rischiando di non rispettare le scadenze di bilancio.

In un contesto di incertezza politica l’Italia potrebbe diventare teatro di una speculazione finanziaria al ribasso, come nel 2011. Ma allora, di fronte a una crisi generalizzata la Bce poteva mettere in campo lo scudo del quantitative easing. Oggi, invece, la Germania e gli altri falchi chiedono alla Bce di interrompere il Qe voluto da Draghi.

I NODI DELLA MANOVRA E LO SCONTO CHIESTO ALL’EUROPA

E sempre all’Europa c’è da guardare. Gli impegni presi con il Def sono chiari: ridurre il rapporto deficit/Pil dal 2,1% all’1,2%, per un valore di circa 15 miliardi di euro. Una cifra importante, che ha portato il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan a scrivere alla Commissione europea per ottenere uno sconto. Padoan vorrebbe ridurre l’impegno per un saldo dello 0,3% del Pil, anziché dello 0,9%. Così il rapporto deficit/Prodotto interno lordo scenderebbe all’1,8%. Nel caso in cui la richiesta di sconto fatta a Bruxelles ci venisse accordata, la cifra da trovare scenderebbe quindi a 6-7 miliardi. In questo modo disinnescare le clausole di salvaguardia sarebbe più semplice. Se così non fosse l’Iva aumenterebbe dal 22 al 25% e quella agevolata dal 10 all’11,5%.

L’aumento sarebbe una sciagura per l’economia italiana e per qualunque governo alzasse le tasse prima delle elezioni. L’imperativo è, che Bruxelles conceda o meno la flessibilità, trovare le risorse per disinnescare la bomba. Sei miliardi sono più semplici da trovare rispetto a 15, che imporrebbero tagli di spesa che equivarrebbero al malcontento dell’elettorato.

Gli ultimi dati Istat aiutano Roma nella partita contro Bruxelles. Le cifre diffuse dall’Istituto nazionale di statistica dicono che il nostro Prodotto interno lordo è aumentato dello 0,4% rispetto al trimestre precedente e dell’1,2% rispetto al primo trimestre del 2016. La stima preliminare diffusa il 16 maggio scorso aveva rilevato un aumento congiunturale dello 0,2% e un aumento tendenziale dello 0,8%. Con questi dati l’obiettivo dell’1,1% per quest’anno, è decisamente a portata di mano, e potrebbe anche essere superato. L’Italia però rimane indietro rispetto alla media dell’Eurozona. Anche gli ultimi dati del Fmi, che stimano una crescita per il nostro Paese dello 0,3% nel 2017, confermano questa cattiva performance. La Germania, per citarne una, crescerà del 2,9%. «La ripresa – dice il rapporto del Fmi – continuerà. Ma ci sono rischi significativi legati a incertezze politiche, fragilità finanziarie, eventuali rallentamenti delle riforme e revisione del credito».

LA QUESTIONE APERTA DELLE BANCHE VENETE

Ma non è solo il rigore dei conti a rappresentare una sfida per la classe politica italiana. Lungo la strada già abbastanza accidentata che porta alla finanziaria c’è lo scoglio dell’instabilità del sistema bancario. In particolare oltre al caso Mps, si dovrà sciogliere il nodo di Veneto Banca e Banca Popolare di Vicenza. Soluzioni che aumenteranno il nostro debito pubblico rendendo più difficile raggiungere i risultati. Per evitare la risoluzione dei due istituti con perdite a carico di azionisti, obbligazionisti e depositi superiori ai 100mila euro, è ancora una volta Bruxelles a dettare le condizioni. L’intervento dello Stato sotto forma di ricapitalizzazione precauzionale è ormai scontato, ma per versare i 6,4 miliardi di euro e salvare i due istituti veneti i privati dovranno mettere 1 miliardo di tasca propria.

«La nuova normativa europea sul processo di risanamento del settore bancario consente la ricapitalizzazione pubblica di tipo precauzionale per cifre abbastanza precise». A spiegare è Marcello Messori, economista e direttore della School of European Political Economy dell’Università Luiss. «Tale ammontare si calcola facendo la differenza tra il capitale che una banca dovrebbe avere qualora si verificasse uno scenario sfavorevole in uno stress test e il capitale che effettivamente ha. Né più, né meno. Nel caso delle due banche venete – prosegue Messori – oltre a questa cifra stimata in circa 6 miliardi e mezzo di euro, esistono una serie di perdite pregresse con effetti di trascinamento sul futuro per un totale di un miliardo di euro che lo Stato non può coprire». Incorrerebbe in una procedura di infrazione per aver elargito aiuti di Stato contrari alla normativa europea.

Veneto BancaUrge quindi trovare un investitore privato. In passato era intervenuto il fondo Atlante, guidato da Alessandro Penati, e per la precisione il fondo Atlante 1, l’unico che da regolamento può investire in strumenti di capitale delle banche (vale a dire azioni). Un anno fa iniettò circa 2,5 miliardi negli aumenti di capitale degli istituti veneti, che non sono stati risolutivi. Oggi quel fondo ha disponibilità residue per meno di 50 milioni di euro, e non è intenzionato a impiegarle. Molto probabilmente saranno le altre banche private a prestare soccorso.

Per Messori, però, il salvataggio delle due banche venete avrebbe potuto essere coperto integralmente dallo Stato se il governo avesse chiesto alla Commissione europea di dichiarare un’instabilità sistemica del settore con il rischio di contaminare la tenuta finanziaria europea. Ma non l’ha fatto. Spiega Messori: «Fin dall’inizio del 2016 c’erano segnali di instabilità. Facendo un calcolo banale: abbiamo avuto le quattro banche in risoluzione (CaRiFe, Banca Marche, Banca Etruria e CaRiChieti), Mps, le due venete, Carige e le altre piccole Casse di Risparmio e Banche popolari in forte difficoltà. Tant’è che il governo italiano ha fatto vari interventi come la costituzione del fondo Atlante. Se andiamo a sommare il costo delle diverse operazioni fino ad arrivare ai 20 miliardi stanziati per Monte Paschi, forse sarebbe stato economicamente più conveniente appellarci alla crisi sistemica». Il punto però è sempre lo stesso: una scelta del genere avrebbe avuto un costo politico elevatissimo. «Si sarebbe trattato di un aiuto europeo leggero – chiarisce Messori – con la conseguenza che il governo richiedente avrebbe dovuto sottoporsi a uno stigma politico». Sarebbe stato politicamente umiliante, come anche coinvolgere i privati nel salvataggio delle due banche.

LE DECISIONI DELLA POLITICA

Si torna così al punto di partenza: è politica la scelta della ricapitalizzazione precauzionale delle banche venete nel sentiero stretto tracciato da Bruxelles, tanto quanto è pura strategia politica la decisione di andare a elezioni anticipate, con ricadute di non poco conto sui costi della manovra. E le due cose sono ulteriormente legate. Come spiega Messori: «I miliardi stanziati dal governo per effettuare questa ricapitalizzazione precauzionale e garantire una tutela parziale dei detentori di obbligazioni subordinate, aumenteranno il debito pubblico. Se il governo italiano riuscirà ad ottenere il salvataggio delle banche venete evitando il bail in, a parità di ogni altra condizione ci sarà un aumento del debito pubblico intorno ai 6 miliardi. Lo 0,4% del Pil».

Pier Carlo PadoanIl filo su cui corre la finanziaria sembra assottigliarsi sempre di più. La partita dell’Iva (6/7 miliardi) sommata a quella delle banche (6,4 miliardi) impone un impegno significativo del governo sui conti pubblici. Nel caso si decidesse di andare dritti verso elezioni anticipate, Bruxelles avrebbe un peso determinante nel disegnare i contorni della manovra e nel mettere in sicurezza la banche venete. Un ruolo fondamentale può averlo anche Padoan, che, conclude Messori, «dovrà predisporre comunque le linee fondamentali della legge di stabilità. Perché se andassimo a elezioni senza nessun impegno credibile, gli investitori internazionali penserebbero che l’Italia è un Paese molto instabile e quindi ci scommetterebbero contro indebolendoci in Europa». Nel caso di elezioni a fine legislatura, invece, fatti salvi gli impegni per Iva e banche, almeno non ci sarebbe almeno quel clima di incertezza tanto inviso ai mercati. Quello che sarà lo deciderà la politica, assumendosene il rischio. Il costo probabilmente, come al solito ricadrà sui cittadini.