Scontri anti-Putin in Russia, Navalny di nuovo in carcere


Nel giorno dei festeggiamenti per la festa dell’indipendenza, il leader del Partito del Progresso è tornato dietro le sbarre. Insieme a lui arrestate più di 1500 persone che manifestavano contro la corruzione del governo. Gli Usa: «Vigileremo sulla situazione»


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È stata un’ondata di repressione a Mosca e San Pietroburgo, con centinaia di arresti e la denuncia di violenze da parte della polizia. Il miglior modo di festeggiare la giornata dell’indipendenza nazionale, il 12 giugno. A finire dietro le sbarre per l’ennesima volta, con una condanna a un mese, c’è il blogger Alexei Anatolievich Navalny, leader anti-Putin del Partito del Progresso e sodale di Boris Nemtsov, ucciso nel febbraio 2015 in circostanze poco chiare.

Nel giorno in cui la Russia commemora la Dichiarazione di Sovranità Statale della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa, atto politico firmato da Yeltsin con il quale si dava il via alle riforme costituzionali che avrebbero portato alla morte dell’URSS e alla nascita della Russia moderna, Navalny aveva organizzato una manifestazione autorizzata sul corso Sakharov, per protestare contro la corruzione del governo e della pubblica amministrazione. La stessa protesta che aveva portato in piazza migliaia di manifestanti lo scorso marzo e per la quale lo stesso Navalny aveva già scontato quindici giorni di reclusione. Il leader del Partito del Progresso, però, ha accusato le autorità russe di interferire con l’organizzazione del comizio che avrebbe dovuto svolgersi ieri. «Andare avanti in queste condizioni», ha dichiarato Navalny «vorrebbe dire tradire noi stessi: siamo disponibili al compromesso ma non a essere umiliati». E così il comizio è stato dirottato all’ultimo sulla più centrale via Tverskaya, a pochi passi dal Cremlino.

Il fatto è che ieri la via Tverskaya era chiusa per le celebrazioni ufficiali del Giorno della Russia. Strada invasa da figuranti in abiti tradizionali e sfilate con labari e gagliardetti. Così, quando i manifestanti di Navalny si sono avvicinati alla zona rossa senza autorizzazione, le forze dell’ordine hanno reagito. Nella capitale i fermati sono stati 750. A San Pietroburgo, altri 900. Nella Capitale si sono vissuti alcuni momenti di tensione quando si è diffusa la notizia che la polizia aveva lanciato lacrimogeni sui manifestanti. In realtà, sembra che siano stati questi ultimi ad attaccare per primi le forze dell’ordine con spray urticanti, azione che Leonid Volkov, braccio destro di Navalny, ha bollato come frutto di «agenti provocatori». Manifestazioni di dissenso contro il governo si sono svolte anche in altre città della Russia, senza far registrare particolari problemi.

Trenta minuti prima dell’ora prevista per il raduno, la polizia si era presentata sotto casa del leader del Partito del Progresso, impedendogli di raggiungere la manifestazione.

Dopo poche ore, un giudice della corte distrettuale Simonovsky di Mosca ha condannato Navalny a 30 giorni di reclusione per ripetute violazioni della legge sui raduni pubblici. Oltre a lui, sono stati fermati altri esponenti di spicco dell’opposizione anti-Putin, tra i quali Ilya Yashin, ex vicesegretario del partito liberaldemocratico Parnas e anche lui amico di Nemtsov, e Maria Baronova, attivista per i diritti umani dell’organizzazione Open Russia.

Come altre volte in passato, le autorità e i media russi hanno glissato sugli avvenimenti di ieri, ritenendo che sia controproducente per l’immagine del governo occuparsi di disordini scatenati da un «criminale condannato», come Navalny era stato definito lo scorso marzo. Si sono invece fatti sentire gli Stati Uniti, ancora nel pieno dello scandalo Russiagate. «I russi meritano un governo che sostenga l’uguaglianza del trattamento davanti alla legge e la possibilità di esercitare i loro diritti senza timori di rappresaglie», ha dichiarato il portavoce della Casa Bianca Sean Spicer, condannando «con forza» gli arresti. «Gli Usa sorveglieranno la situazione», ha concluso, «e chiederanno al governo russo di liberare immediatamente tutti i manifestanti pacifici».