Da Edimburgo a Barcellona: l’Europa delle star separatiste


Guardiola è da sempre attivo nel movimento indipendentista catalano. Stessa cosa fa Connery nella sua Scozia. L’attore Caine si era dichiarato favorevole alla Brexit. L’Europa delle piccole patrie conta su numerosi sponsor vip


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Pep Guardiola

Sguardo fermo e sfrontato, i capelli erano ancora tutti lì. Seduto sul divano di casa, il giovane Pep Guardiola diceva che la Catalogna non è Spagna. Un numero imprecisato di anni dopo c’è sempre Pep. I capelli sono spariti. La barba è corta e grigia. E’ una conferenza stampa prima della semifinale di ritorno di Champions League. Lui allena il Bayern, dall’altro lato c’è il Real Madrid di Carlo Ancelotti. Il Madrid, espressione dell’opprimente capitale che assediò e conquistò la Catalogna due secoli fa. Un giornalista chiede: «Pep, vorrei parlare in catalano, ma l’Uefa me lo vieta…». Il tecnico non gli fa neppure finire la frase: «Ti sbagli, preferisco che tu mi faccia la domanda in catalano». La stessa aria calma e inflessibile di quando era un ragazzo. Il giovane di Santpedor, periferia nord-ovest di Barcellona, diventato un fuoriclasse prima in campo e poi in panchina, a 46 anni ha vinto tutto quello che c’era da vincere. L’ultima grande vittoria da aggiungere al suo sterminato palmares è l’Independencia, il distacco della sua Catalogna dalla corona borbonica. Ogni volta che viene fuori questo tema, Guardiola lo affronta con nettezza, senza paura di risultare impopolare, oltranzista. Sfodera un mezzo sorriso, lo stesso che aveva quando votò Sì al referendum indipendentista (simbolico) del 2014. Nel capoluogo catalano ora si preparano a un nuovo voto, che almeno nelle intenzioni della Generalitat avrà valenza ufficiale. Il primo ottobre il popolo raccolto dietro la bandiera Estelada andrà di nuovo alle urne. Chi poteva essere la mascotte del referendum se non Pep? Domenica scorsa, sulla collina di Montjuic, l’allenatore del Manchester City ha letto il manifesto indipendentista in catalano, spagnolo (o meglio, castigliano) e inglese di fronte a 30 mila persone. Parole infuocate, pronunciate mentre la folla scandiva inde-inde-independencia!. La ribellione contro lo stato “autoritario” che impedisce “la libertà d’espressione” della regione al confine con la Francia non poteva trovare un ambasciatore più popolare. Malgrado le levate di scudi (prima tra tutte quella di chi, memore dell’aria che si respirava in Catalogna in epoca franchista, ci andrebbe piano con il termine “autoritario”), la lotta è più viva che mai. E pazienza se Guardiola, nella sua precedente vita da calciatore, è stato testimonial di uno stato davvero autoritario come il Qatar, come oggi gli rinfacciano i critici. E chi se ne importa se per tanti anni lui e gli altri campioni blaugrana hanno guadagnato miliardi su miliardi anche grazie ai successi con la nazionale Roja. Questa volta bisogna andare fino in fondo, e Pep ha fatto appello “a tutte le nazioni democratiche” affinché si schierino con il presidente della Comunità autonoma Carles Puidgemont.

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Sean Connery

Guardiola non è l’unica star a sponsorizzare movimenti indipendentisti in giro per l’Europa. Dall’altra parte della Manica, su a nord nelle highlands, sono andati vicinissimi a dire addio al Regno Unito. Tre anni fa, mentre la Catalogna votava motu proprio, Londra accordava agli scozzesi un referendum dall’esito vincolante. Ai sostenitori della Scozia libera, seppur di pochi voti, andò male. Da lì in poi, a Edimburgo il nazionalismo ha vissuto fasi alterne. L’Snp ha ottenuto un risultato lusinghiero alle Politiche del 2015 e ha arretrato alle elezioni per il rinnovo dei Comuni della scorsa settimana. Il più celebre sostenitore di una Scozia libera dai Windsor è Sean Connery, che ama farsi fotografare in kilt e stivaloni. Ma come? L’attore divenuto celebre per aver interpretato l’agente 007 “al servizio di Sua Maestà” non è fedele alla corona? Sembra paradossale ma è così. Nel 2014 lo storico James Bond definì la consultazione referendaria “un’opportunità da non perdere per promuovere il nostro patrimonio culturale e la nostra eccellenza creativa”.

Michael Caine

L’indipendentismo finora l’ha avuta vinta solo una volta, quando non si parlava di Stati e regioni ribelli. La Brexit, decretata dal voto del 23 giugno 2016, è il primo trionfo delle piccole patrie. Messo tutto insieme il Regno Unito non è di certo un piccolo territorio, come la Scozia e la Catalogna. Il punto in comune con Boris Johnson, ministro degli Esteri britannico e punta di diamante del movimento pro-Brexit assieme a Nigel Farage, è il rifiuto di supposte autorità dall’alto in grado di stravolgere la volontà dei popoli. Bruxelles da un lato, Londra e Madrid dall’altro. Dalla loro parte, tra i vip, c’era l’attore Michael Caine, il due volte premio Oscar apparso in oltre cento pellicole dal 1956 a oggi. Ha interpretato personaggi di ogni genere: dal medico ne Le regole della casa del Sidro fino al maggiordomo Alfred nei film di Batman. In Italia ce lo ricordiamo più di recente in Youth di Paolo Sorrentino, nel ruolo dell’inquieto direttore d’orchestra Fred Ballinger. In occasione del referendum si è calato nei panni dell’isolano convinto, nostalgico del vecchio impero, cedendo ai più inflazionati slogan del populismo anti-Bruxelles: «Il Regno Unito non può prendere ordini da migliaia di burocrati anonimi», ha sbottato. Amen.

Le differenze tra i vincitori della Brexit e i combattenti di Edimburgo e Barcellona ci sono eccome. Tanto per cominciare, scozzesi e catalani sono grandi sostenitori dell’Europa unita che considerano la chiave di volta dell’emancipazione. Scozia e Catalogna sono consapevoli del fatto che in un mondo popolato da giganti i piccoli non contano nulla. Come conciliare la voglia di formare nazioni autonome con le necessità imposte dai tempi moderni? Mettendosi sotto l’ombrello protettivo dell’Ue, un’istituzione in grado di dialogare alla pari con i grandi del mondo su un’ampia gamma di questioni. Un convincimento che veniva utilizzato per giustificare la richiesta di un nuovo referendum sull’indipendenza della Scozia. L’argomento era che lo scorso anno gli scozzesi avevano votato compatti per rimanere con Bruxelles, mentre il resto del Paese aveva deciso di uscire dall’Unione. Un sopruso, dicevano i nazionalisti, chiedendo a gran voce una nuova consultazione. Il tonfo dell’Snp della scorsa settimana ha spento gli entusiasmi della premier Nicola Sturgeon, che attenderà i tempi migliori. Per i catalani invece Ara és l’hora, il momento è adesso. Ne era convinta la folla radunata assieme a Pep Guardiola di fronte al museo dell’arte catalana domenica scorsa. Alla fine hanno intonato Els Segadors, il loro inno nazionale, come un sol uomo. Significa i mietitori, i contadini, che si misero alla testa della rivolta armata del Corpus domini 1640 contro gli spagnoli. Quella fu una ribellione cruenta; questa volta nessuno intende mettere mano alle armi. E’ la voglia di non mollare di un centimetro, sia a Madrid che a Barcellona, a rimanere intatta nei secoli.