Usa, quel conflitto d’interessi che viola la Costituzione


Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump non ha mai rinunciato al controllo della propria corporation. Il Washington Post rivela che due giudici del Maryland e del District of Columbia sono pronti a fargli causa: possibili «violazioni costituzionali»


Trump_US_Vietnam_S

Nuova bufera in arrivo sulla Casa Bianca. Ad annunciarlo è un articolo del Washington Post, secondo il quale i procuratori generali degli Stati del Maryland e del District of Columbia sono in procinto di citare oggi in giudizio il presidente Donald Trump per infrazione delle norme anticorruzione previste dalla Costituzione americana. Gli estremi per l’accusa, secondo gli attorneys general Karl Racine e Brian Frosh, ci sono tutti, e sarebbero da cercare nel rifiuto del presidente, una volta entrato in carica, di rinunciare al controllo dell’impresa di cui è proprietario, la Trump Organization.

Nonostante la promessa presidenziale di trasferire il controllo dell’organizzazione ai suoi due figli Donald jr ed Eric, il presidente si troverebbe ancora, secondo i due procuratori, in una chiara situazione di conflitto d’interessi. Eric Donald, per esempio, ha affermato che il presidente è informato costantemente sullo stato di salute della suo trust. Per questo Racine e Frosh hanno richiesto di poter leggere la dichiarazione dei redditi del presidente, che Trump non ha mai voluto rendere pubblica. Si tratta della prima accusa di questo genere rivolta a un presidente degli Stati Uniti, sottolinea il Washington Post, e può configurare per Trump una situazione di «violazioni costituzionali senza precedenti». The Donald, secondo le accuse mosse dai due procuratori, sarebbe «profondamente invischiato» in rapporti «con una moltitudine di attori governativi nazionali e stranieri» e avrebbe per questo messo a repentaglio l’integrità del sistema politico americano. La Costituzione degli Stati Uniti, d’altra parte, parla chiaro. la sezione 9 dell’art. 2 della Carta afferma che «nessuna persona che occupi un posto retribuito o di fiducia, alle dipendenze degli Stati Uniti potrà, senza il consenso del Congresso, accettare doni, emolumenti, incarichi o titoli da un Sovrano, da un Principe o da uno Stato straniero».

Sotto la lente d’ingrandimento degli inquirenti potrebbe finire il Trump International Hotel, albergo di lusso inaugurato lo scorso settembre nell’antico palazzo delle Poste sulla Pennsylvania Avenue, a Washington. La General Services Administration (GSA), agenzia federale che si occupa del controllo sul buon funzionamento della amministrazione governativa americana, aveva dichiarato che Trump avrebbe dovuto lasciare la proprietà dell’albergo qualora fosse stato eletto alla presidenza. Poi però, da presidente, Trump ha promesso un aumento del bilancio per la GSA. E subito l’agenzia ha fatto sapere che non esistevano più problemi nell’affitto del vecchio palazzo delle Poste. Negli ultimi tempi, rivela il Washington Post, al Trump International Hotel sono stati ospiti parecchi dignitari stranieri. Turchia e Kuwait vi hanno organizzato un evento, vi hanno soggiornato funzionari dell’Arabia Saudita e l’ambasciatore della Georgia.

Ma non è la prima volta che gli interessi economici del presidente Trump finiscono sotto indagine della giustizia. Lo scorso gennaio l’organizzazione Citizens for Responsibility and Ethics in Washington aveva fatto causa al presidente contestandogli la percezione di «emolumenti da potenze straniere». A marzo un ristorante della Capitale aveva accusato il Trump International Hotel di godere di iniqui vantaggi per via della carica ricoperta da Donald Trump. E la scorsa settimana un gruppo di democratici del Congresso hanno annunciato che presto sottoporranno all’esame dei giudici il conflitto d’interessi del presidente.

Il procuratore Racine ha detto di essersi sentito obbligato a fare causa al presidente, soprattutto perché il Congresso a maggioranza repubblicana non ha dimostrato di prendere sul serio il conflitto d’interessi di Trump. «Stiamo facendo l’operazione di “pesi e contrappesi” che il Congresso sembra riluttante a fare».