Calcio, paracadute Serie B: 60 milioni per cadere in piedi


Il meccanismo di distribuzione dei soldi ai club retrocessi non è un inedito italiano. Scopriamo come funziona da noi, in Inghilterra, in Spagna e in Germania e quali ripercussioni ha sulla purezza dello sport


Una caduta da attutire dolcemente e una pronta risalita. Bastano queste due immagini per spiegare il controverso meccanismo del “paracadute” nel calcio. Soldi che vengono assegnati alle squadre che dalla serie A retrocedono in B affinchè possano far fronte con più tranquillità alle successive stagioni nel campionato cadetto. Campionati in cui i denari derivanti dalla vendita dei diritti televisivi sono di gran lunga inferiori.
È per questa ragione che al termine dell’assemblea del 26 febbraio 2016, Maurizio Beretta, presidente di Lega Serie A annuncia: «C’è una novità molto significativa: è raddoppiata la disponibilità massima del paracadute fino ad un potenziale di 60 milioni di euro». Viene dunque stabilito il raddoppio dei fondi a disposizione delle retrocesse, attingendo dalla cifra incassata dai diritti tv per garantire loro un equilibrio economico-finanziario. Il tema è stato al centro di molte polemiche nelle ultime giornate del campionato appena concluso. Giovanni Endrizzi, senatore del Movimento 5 Stelle, ha denunciato con un video una possibile, per lui inevitabile, combine alla 38ª giornata. Il risultato – la vittoria del già retrocesso Palermo sull’Empoli – ha smentito la tesi di Endrizzi, ma non è bastato a far sparire il clima di sospetto.

LA REGOLARITÀ DEI CAMPIONATI Le distorsioni che il paracadute avrebbe causato appaiono chiare nella settimana che conduce all’ultima giornata di campionato della stagione 2015/16. Palermo e Carpi sono separate da un punto e una delle due raggiungerà Verona e Frosinone nel lotto delle retrocesse. Il 15 maggio 2016 si giocano Palermo-Verona e Udinese-Carpi. I gialloblu sono già in B ma hanno tutto l’interesse a che la terza a scendere sia il Carpi: con gli emiliani retrocessi potrebbero diventare addirittura 40 i milioni su cui potrebbe contare la società del presidente Maurizio Setti. Subito ne incassa 25, mentre gli altri 15 sarebbero arrivati nell’estate successiva qualora il Verona non fosse riuscito a centrare la promozione in A. Stefano Bonacini, presidente del Carpi, non ci sta e tre giorni prima della partita annuncia: «Abbiamo presentato, tramite l’avvocato Grassani, un esposto alla procura federale, mettendo tutte le cose che secondo noi sono da controllare e chiedendo la massima attenzione su Palermo-Verona», preoccupato per una prestazione poco leale. Il Palermo in B drenerebbe risorse al Verona, costretto a rinunciare a 5 milioni in caso di mancata promozione. Rischio che gli scaligeri non correranno: il Palermo si salva, vincendo 3-2 e il Verona, sotto la guida di Fabio Pecchia e contando su una rosa solida, fa ritorno in serie A al termine della stagione 2016/17 piazzandosi secondo alle spalle della matricola Spal.
L’episodio non deve essere sfuggito al senatore Endrizzi che nel suo video preconizza la sconfitta del Palermo all’ultima giornata contro l’Empoli per ragioni analoghe a quelle del Verona versione maggio 2016. Non è andata così alla fine, in virtù del 2-1 inflitto dai rosanero all’Empoli a maggio 2017, ma la domanda sorge spontanea: non saranno forse sufficienti 25 milioni di euro per consentire al Palermo di allestire una squadra adeguata per una pronta risalita? Il Verona ha dimostrato che si può fare in una sola stagione.

LA DIVISIONE DEI SOLDI I 60 milioni vengono così suddivisi: 25 milioni di euro per le squadre che sono da 3 anni in serie A (o per le squadre in A in tre delle ultime 4 stagioni); 15 milioni per le squadre che sono da 2 anni in serie A (o per le squadre in A in due delle ultime 3 stagioni); 10 milioni per le squadre che sono da 1 anno in serie A. Tutti felici e contenti? Neanche per sogno.
Questa pioggia di milioni altera l’equilibrio del campionato di serie B e non fa contento chi è già nella serie minore. Le 3 squadre retrocesse possono contare su risorse di gran lunga superiori rispetto alle 19 rivali. Neanche i diritti tv della serie cadetta rappresentano un contrappeso sufficiente. L’accordo triennale (2015-2018) ha stabilito che i club di B incasseranno 21 milioni di euro per il primo anno, 21,5 milioni per il secondo e 22 milioni per il terzo anno. Per Andrea Abodi, il presidente di Lega Serie B che ha contrattato con le tv, è stato un successo: «Nella nostra Lega ci sono 22 squadre, l’obiettivo di ottenere un milione all’anno a società sembrava lontanissimo e invece ci siamo arrivati». Facendo però i conti un milione all’anno contro i 25 con cui società retrocesse, come il Palermo oggi, possono allestire una rosa in grado di risalire immediatamente nella massima serie.
Uno squilibrio evidente a cui la Lega Serie B ha cercato di porre un argine, rendendo indisponibile ai retrocessi il contributo di mutualità, quello che la Serie A deve ai club di B in virtù della Legge Melandri: «All’unanimità si è deciso di rimodulare i criteri distributivi della mutualità escludendo le tre retrocesse che già ne beneficeranno attraverso il paracadute» recitava il comunicato della Lega del 21 aprile 2016. La decisione viene presa «non per penalizzare ma per riequilibrare», spiegava Abodi.

FAIR PLAY INGLESE Anche gli inglesi hanno pensato di fornire alle squadre che retrocedono un paracadute economico. Il calcio d’oltremanica, noto per gli accordi miliardari per i diritti tv, non è così di manica larga per i club delle serie inferiori. Le cifre destinate alla Football League sono decisamente più basse rispetto ai diritti di Premier (più di 9 miliardi di euro): poco più di 100 milioni di euro per i diritti Tv delle tre serie inferiori. Cifre simili a quelle della nostra serie cadetta. Così come è alto il contributo che ricevono le retrocesse: 73 milioni di euro spalmati in 4 anni. I criteri? Legati agli anni di permanenza in Premier League: se il Wigan, poco blasonato, retrocesso nel 2013 e mai più risalito ha incassato “solo” 18,7 milioni di euro negli anni, Aston Villa e Newcastle, scesi in Championship nella passata stagione, hanno potuto disporre di 47 milioni di euro solo per quest’anno. Pagamenti che si interromperanno nel caso del Newcastle, promosso in Premier, e che proseguiranno per i Villans.
La differenza, non da poco, sta nell’assenza del vincolo che lega l’erogazione delle somme al risultato sportivo – dunque alle contemporanee retrocessioni – delle altre squadre, in maniera che non si creino situazioni tali per cui a qualcuno convenga perdere una partita a fine campionato.
Il tutto in una cornice di grande equilibrio per quanto riguarda la massima serie. L’ultimo accordo, siglato nei mesi scorsi, vale 9.3 miliardi di euro. Questi soldi vengono distribuiti più equamente grazie a una base fissa uguale per tutti (45 milioni di euro nella stagione 2016/17 per tutti i club di Premier League) in aggiunta ai proventi della commercializzazione verso l’estero (45 milioni di euro). Per questa ragione il club che in Premier League ha incassato meno – il Sunderland – ha portato a casa 107 milioni di euro. Un campionato nel complesso più competitivo. La stessa cifra messa in cassaforte dai campioni d’Inghilterra del 2015/16: il Leicester. Senza nulla togliere al miracolo sportivo compiuto dalla squadra allora diretta da Claudio Ranieri, a maggior ragione se si considerano i miseri 24 punti racimolati dal Sunderland, classificatosi ultimo quest’anno.

IN SPAGNA Chi retrocede dalla Liga può contare su circa 10 milioni di euro di paracadute per contenere i danni economici della retrocessione: il 70% dei soldi si divide in parti uguali, il 15% secondo i piazzamenti storici e l’altro 15% sulla base del denaro incassato dalle tv.  La differenza con il passato è che le società non dovranno restituirli in caso di ritorno nella massima divisione. I club che retrocedono possono contare sul 3,5% dei soldi derivanti dalla vendita centralizzata dei diritti tv.
Le modalità di vendita centralizzata dei diritti tv sono state stabilite nell’aprile di due anni fa per legge. Il Real Decreto Ley, «sui diritti di sfruttamento dei contenuti audiovisivi delle competizioni di calcio professionistico» stabilisce che i club si dividono il 92% degli introiti, vale a dire 2 miliardi e 650 mila euro dal 2016 al 2019. Ripartiti in base ai risultati sportivi delle ultime 5 stagioni disputate tra le grandi (e l’ultima in Segunda División) e riparametrati secondo la “diffusione sociale” della squadra. Per questa si intende la vendita di biglietti e abbonamenti negli ultimi 5 anni(1/3 del peso) e le somme guadagnate proprio grazie ai diritti tv nell’ultimo quinquennio (2/3 del peso). Della cifra incassata con la vendita centralizzata, il 90% va ai club della Primera División e solo il 10% a quelli della serie cadetta.
Concretamente qualcuno si è avvantaggiato del paracadute: il Levante, retrocesso lo scorso anno e appena risalito in Liga, dopo aver vinto, stradominandolo, il proprio campionato. Il paracadute funziona: il club ha potuto trattenere gli elementi migliori, inserendo senza troppe difficoltà elementi adatti per la categoria. In lizza per un posto in paradiso anche una squadra scesa in Liga Adelante lo scorso anno, il Getafe. Saranno i playoff dei prossimi giorni a dire se il 66% delle retrocesse con atterraggio morbido si misurerà nuovamente Messi e Cristiano Ronaldo.

IN GERMANIA Più equità e somme distribuite in modo unanime. L’accordo sui diritti tv è stato trovato per il quadriennio 2017/2021 nel giugno 2016, per una cifra pari a 1,4 miliardi di euro a stagione. Questa modalità di distribuzione dei diritti rende inutile il sistema di paracadute. Non a caso, chi esce dalla Bundesliga non prende un euro. Considerato che anche in Francia è previsto, con 500mila euro a squadra per ogni anno consecutivo trascorso in Ligue 1 (250mila se non consecutivi) a chi retrocede con un massimale stabilito a 7 milioni, la Germania è l’unica a far cadere nel vuoto le squadre.
Come fanno i tedeschi allora? Spacchettano la cifra in quattro parti. Il 70% è diviso in funzione delle classifiche delle ultime due stagioni in Bundesliga e Zweite Bundesliga, senza troppe differenze tra la prima e l’ultima della classe: al più performante va l’1,7%, all’ultimo lo 0,75%. Il 23% viene assegnato sulla scorta dei risultati sportivi degli ultimi 5 anni: 36 squadre divise in 6 fasce da 6, laddove i club nella stessa fascia incassano la medesima cifra. I risultati dell’ultimo ventennio pesano invece solo il 5%, mentre valorizzare i giovani (tedeschi fino a 23 anni, stranieri se nel club almeno dall’età di 18 anni) vale il 2% della torta.
Equità ed efficienza teutonica.