Regno Unito: i conservatori verso una (scontata) vittoria


Sembrano esserci poche alternative a un successo elettorale dei Tories. Bisognerà però vedere quanto sarà ampia la maggioranza ottenuta da Theresa May. E Jeremy Corbyn spera in un Parlamento bloccato


 

Theresa May

Domani gli elettori del Regno Unito si recheranno alle urne per eleggere un nuovo primo ministro. Si vota dalle 7 alle 22, con i primi exit poll previsti per la chiusura dei seggi. La campagna elettorale, segnata dalla Brexit, dal terrorismo e da clamorosi colpi di scena si avvia così alla conclusione. Si vota con l’uninominale a turno unico o first past the post: il Paese è diviso in 650 collegi elettorali e ciascun partito può presentare un candidato per collegio. Chi vince, anche con un solo voto in più e senza dover raggiungere alcuna soglia, viene eletto. Ecco i possibili scenari del day after e chi potrebbe essere il nuovo inquilino di Downing Street.

I conservatori verso la maggioranza

Quando Theresa May, la leader dei Tories, sciolse il Parlamento il 20 aprile per andare alle elezioni anticipate, si aspettava un risultato trionfale. I sondaggi certificavano un vantaggio sui laburisti di almeno 20 punti, grazie anche all’impopolarità del leader labour Jeremy Corbyn, considerato troppo estremista. Si ipotizzava persino che i laburisti avrebbero potuto subire una delle peggiori sconfitte della loro storia e di conseguenza i conservatori raggiungere una delle maggioranze parlamentari più ampie di sempre. Poi una serie di errori, impreparazioni e i tragici attentati di Manchester e Londra hanno (parzialmente) rimescolato le carte. Theresa May non ha fornito prestazioni particolarmente convincenti nei dibattiti televisivi, dove è sembrata fredda e a disagio. Gli attacchi terroristici hanno evidenziato falle nei sistemi di sicurezza, che vengono gestiti dai conservatori dal 2010. La stessa May era ministro dell’Interno prima di finire a Downing Street lo scorso anno e sotto il suo mandato erano stati effettuati tagli alle forze di polizia. La Brexit, vero e proprio cavallo di battaglia dei conservatori, è piano piano scivolata da tema centrale della campagna a marginale. Ci sono stati anche clamorosi scivoloni nel manifesto elettorale dei Tories. Come una tassa sull’assistenza pubblica a domicilio, ricevuta principalmente dagli anziani, tra i più fedeli elettori del partito. Scivolone corretto dalla May, che ha rimosso questa proposta. Ma quanto accaduto ha rivelato disorganizzazione e cattiva strategia elettorale. Il tutto ha avuto un riflesso nei sondaggi, per i quali il vantaggio dei conservatori è passato da più o meno 20 punti a ben sotto i 10, spesso scendendo ad appena 3, 4 punti totali.

Malgrado tutto i Tories sono ancora proiettati verso una maggioranza, piuttosto ampia, alla Camera dei Comuni. Almeno secondo le stime dei seggi effettuate da cinque istituti demoscopici. Solo un sesto istituto, Yougov, prevede un Parlamento bloccato, con una maggioranza relativa dei Tories, ma al di sotto della soglia minima per formare il governo. Questo è spiegabile dalla peculiarità del sistema elettorale inglese. Il partito laburista di Jeremy Corbyn è riuscito a raccogliere intorno a se e a mobilitare importanti gruppi sociali, come i giovani, gli studenti, i radicali. Ma questo è avvenuto soprattutto in quei collegi considerati già sicuri, dove i laburisti si sarebbero affermati in ogni caso. Le elezioni si vincono strappando seggi agli altri partiti. E questo non dovrebbe avvenire. In Scozia il dominio del partito nazionalista scozzese, lo Scottish National Party, sembra granitico e i laburisti, tradizionalmente molto forti a nord del vallo di Adriano, sperano di aggiudicarsi appena un seggio su cinquantanove. E nelle campagne inglesi i conservatori hanno vantaggi colossali. Anche se i laburisti si sono un po’ avvicinati nelle intenzioni di voto nazionali, e questo è comunque tutto da vedere perché i sondaggi potrebbero aver sottostimato il peso dei conservatori, questo non dovrebbe influenzare la distribuzione finale dei seggi.

Lo scenario alternativo

L’unica speranza per Jeremy Corbyn è quella di un Parlamento bloccato. In questo scenario i conservatori sono sotto la maggioranza assoluta e anche una loro alleanza con i partiti unionisti nordirlandesi o i liberal-democratici non li porterebbe a quella soglia. Paradossalmente, pur avendo meno seggi del partito di Theresa May, questa ipotesi potrebbe portare Corbyn e i laburisti a Downing Street. Almeno questo è quanto può accadere secondo Sthepen Bush, del settimanale inglese New Statesman. I laburisti hanno,infatti, svariati alleati potenziali alla Camera dei Comuni: i nazionalisti scozzesi, quelli gallesi, il partito dei verdi e i socialdemocratici nordirlandesi. Tutti su posizioni di centro-sinistra. Senza dimenticare gli stessi liberal-democratici, assolutamente pro-Bruxelles, che quindi potrebbero scegliere il male minore del corbynismo rispetto a una Brexit dura e pura. Un esecutivo di questo tipo sarebbe più spostato al centro, decisamente più amico dell’Unione Europea e prevederebbe probabilmente un referendum confermativo finale sulla Brexit. Ma si tratta comunque di una prospettiva di difficile realizzazione. Sembra molto più probabile che sarà Theresa May, malgrado la pessima campagna elettorale, la vincitrice delle elezioni di domani.