«Riina fuori dal carcere è una resa dello Stato»


Per il fratello di Borsellino, Riina deve finire i suoi giorni in carcere in modo dignitoso. Albamonte, presidente dell’Anm: «la sentenza è la prova che lo Stato è più forte della mafia»


Vanno considerate «le condizioni generali di scadimento fisico del detenuto». Del detenuto, scrive la Cassazione, qualunque sia il suo nome. Anche Totò Riina, il capo dei capi di Cosa nostra, la Belva che sta scontando diciassette ergastoli al regime carcerario del 41 bis. È di ieri la pronuncia con cui la prima sezione della corte di Cassazione ha ordinato al tribunale di sorveglianza di Bologna di verificare «se lo stato di detenzione comporti a Riina una sofferenza e un’afflizione di tale intensità da andare oltre la legittima esecuzione di una pena». Suscitando l’indignazione di familiari delle vittime, magistrati e istituzioni.

La pronuncia, diventata subito un caso, nasce da un’istanza degli avvocati di Riina, che chiedono il differimento della pena a guarigione avvenuta – in questo caso irrealizzabile –  o gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute. Riina ha 86 anni, un cancro avanzato ai reni, patologie cardiache e neurologiche. Il 22 marzo il tribunale di sorveglianza di Bologna ha respinto la richiesta, confermando il carcere per il padrino di Corleone. Secondo i giudici, la sua infermità fisica non è incompatibile con la permanenza in carcere. Ancora necessaria, visto l’«altissimo tasso di pericolosità» del detenuto. Di diverso avviso la Suprema Corte, che giudica la decisione «carente e contraddittoria». E si interroga sulla stessa pericolosità di Riina, chiedendosi come «possa e debba considerarsi attuale in considerazione delle precarie condizioni di salute».

«Abbiamo elementi per smentire questa tesi. E per ribadire che Totò Riina è il capo di Cosa nostra», spiega oggi in un’intervista al Corriere della sera Franco Roberti, procuratore nazionale antimafia. Quello della Cassazione è un annullamento con rinvio: significa che il tribunale di Bologna dovrà pronunciarsi una seconda volta sulla stessa richiesta. Potendo anche riconfermare la sua decisione, purché sostenuta da una motivazione che tenga conto dei rilievi della Suprema Corte. «La Cassazione dice che non è motivata a sufficienza l’attualità del pericolo, ma siamo perfettamente in grado di dimostrare il contrario. Il pubblico ministero Nino Di Matteo vive blindato proprio a causa delle minacce che Totò Riina ha lanciato dal carcere», ricorda Roberti. «Se non è un pericolo attuale questo, mi chiedo che altro dovrebbe esserci. Dico per Riina quello che avevamo già sostenuto nel caso di Bernardo Provenzano, che era in condizioni addirittura più gravi: deve rimanere in carcere al 41 bis».

«Non penso che Riina abbia mai pensato ad assicurare una morte dignitosa a mio marito, a Giovanni Falcone e a tutte le altre vittime che ha fatto saltare in aria», è la reazione di Tina Montinaro, moglie dell’agente Antonio Montinaro, morto nella strage di Capaci. Per Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso a via D’Amelio, «Riina fuori dal carcere significherebbe una resa dello Stato, farebbe venire il sospetto che qualcuno stia pagando le cambiali che sono state firmate 25 anni fa nel corso di una scellerata trattativa tra Stato e mafia». «Riina deve finire i suoi giorni in carcere in maniera dignitosa», continua Borsellino. «Questo ha detto la Cassazione e questo deve essere fatto». Dura Rosy Bindi, presidente della commissione antimafia: «È giusto assicurare la dignità della morte anche ai criminali, anche a Riina che non ha mai dimostrato pietà per le vittime innocenti. Ma per farlo non è necessario trasferirlo altrove, men che meno agli arresti domiciliari». La sentenza della Cassazione, per Eugenio Albamonte, presidente dell’Associazione nazionale magistrati, «è la prova che lo Stato è più forte
della mafia. Il fatto che la Cassazione riesca a porre un tema umanitario rispetto a un soggetto che ha dimostrato con la sua condotta criminale il massimo della disumanità rende quasi orgogliosi di una giustizia che riesce a ragionare in termini di diritti nei confronti di chi ha negato diritti agli altri».