L’attentato a Kabul e il vuoto istituzionale afgano


L’attacco kamikaze che ieri ha causato la morte di 90 civili nel quartiere diplomatico della capitale ha riaperto il problema di un conflitto che va avanti da più di diciassette anni. La mancanza di fiducia nel governo e nell’esercito americano e la paura dei Taliban sta aprendo la strada alle milizie dello Stato Islamico


L’ennesimo attentato a Kabul. Di nuovo vittime locali e straniere. 90 i morti e 400 i feriti di cui almeno una decina americani e tedeschi. Questa volta ad essere colpito è il quartiere di Wazir Akbar Khan, area diplomatica tra le ambasciate e il palazzo presidenziale. L’esplosione è stata causata da un’autobomba fatta scoppiare vicino all’ambasciata tedesca, ma secondo le prime ricostruzioni non era la Germania il vero obiettivo di questo attacco che per ora non è stato ancora rivendicato. I Taliban hanno direttamente comunicato ad Al Jazeera di non avere alcuna responsabilità.

kabulunoIn tutto il Paese non esiste una sola area che non sia vulnerabile. Solo questa mattina l’aeroporto di Jalabad è stato colpito da un attacco kamikaze che ha causato la morte di un membro della sicurezza. Queste stime sono all’ordine del giorno e da quando le truppe internazionali di combattimento si sono ritirate nel 2014, la situazione è peggiorata. L’esercito nazionale è mal addestrato, la mancanza di organizzazione lascia libero spazio ad atti terroristici, il governo è ancora molto fragile e questo permette la penetrazione dei gruppi legati all’Isis.

Quella in Afghanistan è una guerra che non si vince scagliando bombe dal cielo, come avvenuto in aprile contro le postazioni dello Stato Islamico, ma probabilmente, richiederà uomini in campo e strategie a lungo termine. Due oneri che nessuno è pronto ad affrontare.

L’Afghanistan resta una delle questioni più spinose della situazione internazionale, e al momento, una della priorità che più interessa il governo è dimostrare al mondo che almeno la capitale è al sicuro. Anche questa certezza, ieri, si è definitivamente infranta.

Donald Trump sembra essersi convinto. Ora vorrebbe ascoltare il parere dei suoi strateghi militari per inviare uomini in Afghanistan ma a patto che anche altri Paesi stranieri facciano la loro parte. Anche l’Italia, che vanta il secondo contingente per numero in Resolute Support, potrebbe essere coinvolta nella missione americana. Ma i progetti di Trump sembrano essere ancora troppo pigri, l’Afghanistan è una crisi alla quale un presidente americano non può sottrarsi.

epa05981423 US President Donald J. Trump attends a welcoming ceremony at Ben Gurion Airport in Lod, outside Tel Aviv, Israel, 22 May 2017. Trump arrived for a 28-hour visit to Israel and the Palestinian Authority areas on his first foreign trip since taking office in January. Others are not identified. EPA/ABIR SULTAN

La Russia sta cercando da tempo di rafforzare la sua influenza in quest’area, inserendosi in una delle guerre più lunghe combattute mai dagli Stati Uniti. L’arrivo di Mosca rischierebbe di mettere Trump in un angolo e se il presidente americano sta pensando di riportare contingenti armati sulle montagne afgane potrebbe essere più per la minaccia russa che per le reali condizioni in cui versa il Paese.

La popolazione afgana non è dalla parte dell’America, né da quella dei Taliban, senza contare la forte sfiducia nelle istituzioni locali considerate corrotte. Per questo l’Isis potrebbe avere la strada spianata in questo vuoto, senza contare che da alcuni mesi lo Stato Islamico ha iniziato ad addestrare gli afgani respinti dai Paesi europei.