Un mondo senza carne: povero ma in salute


Inquina, fa male e spreca tonnellate di acqua, ma oltre un miliardo di persone lavora per portare in tavola bistecche, salumi e pollame. Farne a meno destabilizzerebbe l’economia mondiale anche se prima o poi dovremo ridurne i consumi


Chiudere un’azienda sana è un nonsense economico. Abbandonare un mercato che a livello mondiale vale 965 miliardi di dollari, lo è ancora di più. Farlo dall’oggi al domani creerebbe dubbi a chiunque. E mandare a casa 1,3 miliardi di lavoratori, di cui 987 milioni considerati poveri dalla Fao , l’organizzazione delle Nazioni Unite che si occupa di alimentazione e agricoltura, sarebbe un vero dramma. Eppure c’è chi parla di liquidare l’intera industria della carne nonostante un giro d’affari enorme e una crescita costante: negli ultimi cinquant’anni è triplicata la produzione di carne bovina ed è aumentata di otto volte e mezzo quella di pollame. Tanto che nel 2007, nel mondo, sono stati macellati 56 miliardi di capi di allevamento, più di sette volte la popolazione mondiale attuale.

Il vero costo di una bistecca 

Alla base di questa possibile rivoluzione ci sarebbe il crescente allarmismo legato ai danni causati dal consumo eccessivo di carne e alle conseguenze sull’ambiente del suo ciclo produttivo. Un turbamento condiviso anche dall’ex presidente degli Stati Uniti, Barack Obama . Ospite a Milano di Seeds&Chips, un summit internazionale sull’innovazione alimentare, ha confermato la sua preoccupazione per l’impatto ambientale generato dalla produzione intensiva di carni e dalle attività che gli stanno attorno. Infatti l’agricoltura, e in generale il settore agro-alimentare, sono la causa numero uno di devastazione ambientale e, secondo questo studio del 2012, sarebbe responsabile dell’emissione di un quarto dei gas serra. L’industria della carne non inquina soltanto per via delle emissioni di anidride carbonica ma anche per i contaminanti che vengono riversati nelle acque e nei terreni. Per la Fao si tratta della «più importante fonte di inquinanti» a causa di «deiezioni, antibiotici, ormoni, sostanze chimiche delle concerie, fertilizzanti e fitofarmaci» usati nelle colture destinate ad alimentare gli animali. La Tyson Foods, la seconda più grande azienda produttrice di carne al mondo, è responsabile dell’inquinamento dell’acqua più dell’ExxonMobil, il gigante del gas e del petrolio che ricoprì di greggio le coste dell’Alaska in un disastro ambientale del 1989. Per la fondazione tedesca Heinrich Böll, autrice de “L’atlante della carne 2014”, produrre un chilo di bistecca di bovino significa vuotare 110 vasche da bagno piene di acqua. Quindicimila litri. Decisamente di più dei 1.300 necessari per produrre un chilo di grano o dei 131 che servono per lo stesso peso in carote. Non solo. Il rapporto è svantaggioso anche in termini di apporto proteico per l’uomo. Tanto che l’economista Frances Moore Lappé ha descritto gli allevamenti come «fabbriche di proteine alla rovescia». Infatti gli animali allevati, per svilupparsi, vivere, crescere e produrre, consumano più di quanto rendano in carne, latte e uova. Per Lappé, in pratica, la produzione della carne è un’attività umana dannosa almeno quanto il suo uso eccessivo.

Il gusto del pericolo

Il consumo mondiale di carne è in crescita nonostante l’Organizzazione Mondiale della Sanità abbia provato l’esistenza di un legame tra carne lavorata, come gli insaccati, e il tumore al colorettale, la forma più diffusa di tumore maligno che colpisce la parte terminale dell’apparato digerente. L’Oms, dunque, ha equiparato per pericolosità le carni rosse lavorate a sostanze come fumo, benzene, alcol e arsenico. A renderle pericolose per la salute umana sono i trattamenti di preparazione e conservazione industriali, dalla salatura all’aggiunta di conservanti chimici, considerati cancerogeni.

La posizione italiana nelle classifiche sul consumo di carne è in contro tendenza rispetto a quella di altri paesi occidentali. Per Agriumbria il consumo pro capite nel nostro Paese è il più basso del Vecchio continente. Un loro report sostiene che ogni italiano nel corso del 2016 ha mangiato in media 79 chili di carne, principalmente carne di maiale (37 kg), bovina (21 kg) e avicola (19 kg). Un consumo nettamente superiore al 1961 quando, stando ai dati della Fao, i nostri nonni mangiavano circa 27 chili in totale tra bovini, suini e pollame pro capite. Con il boom economico e il conseguente benessere, la domanda di carne è andata aumentando insieme alla produzione, soprattutto quella bovina. Questa carne, infatti, è spesso considerata come un indice di ricchezza di un Paese: il suo consumo cresce insieme al reddito pro capite. In ogni caso, secondo la ricerca di Agriumbria, il consumo di carne nostrano «è anche molto al di sotto, circa la metà, dei quantitativi individuati come potenzialmente rischiosi dall’Oms». Gli italiani sembrano aspiranti vegetariani in confronto agli americani che mangiano 107 chili di carne all’anno o agli austriaci che si fermano a 102. Questa virtuosa attitudine, si è tradotta nella riduzione di consumi di carne con una media quotidiana di circa 85 grammi per circa 16 milioni di persone solo nel 2016. Tendenza confermata dall’ultimo rapporto Eurispes, per il quale il 4,6 per cento del campione ha dichiarato di seguire una dieta vegetariana, mentre nel 3 per cento dei casi gli intervistati si sono dichiarati vegani, cioè di non mangiare neppure prodotti di derivazione animale come formaggi e uova.

Politica animale

berluscao-kgzg--656x369corriere-web-milano_640x360«È più facile creare bambini forti che riparare uomini spezzati», scriveva Frederick Douglass, tra i primi attivisti per i diritti degli afro-americani. Per lo stesso motivo i tentativi di ridurre il consumo di carne di solito si concentrano sui più piccoli. Iniziative come Lunedì senza carne  e Vegano prima delle 6   lasciano segni più significativi sui bambini che su adulti abitudinari. Da qui la proposta di legge firmata da Monica Cirinnà per creare delle mense vegetariane in tutti i luoghi di lavoro e a scuola. Sulla stessa linea la nuova sindaco di Torino, Chiara Appendino che, nella prima seduta del consiglio comunale, ha definito la promozione della dieta vegetariana e vegana «un atto fondamentale per salvaguardare l’ambiente, la salute e gli animali». E poi la recente formazione del Movimento Animalista, il nuovo soggetto politico fondato dalla deputata di Forza Italia Michela Vittoria Brambilla. Con la benedizione di Silvio Berlusconi, mira ad intercettare, alle prossime elezioni, i voti del 55 per cento delle famiglie italiane che hanno un animale domestico.

Ora che anche la politica se ne sta interessando il mondo diventerà vegetariano? In Italia, nonostante l’attenzione crescente è difficile immaginare che una sola delle portate di un pasto possa non comprendere carne. Anche in contraddizione con i dettami della tanto celebrata dieta mediterranea, spesso l’intero menu di un ristorante potrebbe prevedere un solo piatto vegetariano. Probabilmente un contorno. In India, dove un terzo della popolazione non mangia carne, la tendenza è opposta. Un buffet può essere interamente composto da piatti vegetariani con un sola variante carnivora, su un tavolo separato. Ma anche l’ex colonia inglese ha le sue contraddizioni: è infatti l’esportatore principale di carne di manzo nel mondo. Secondo i dati del dipartimento dell’agricoltura statunitense, dall’India vengono esportati più di 1,8 milioni di tonnellate, piazzandosi davanti a Brasile e Australia . Questi paesi rappresentano circa il 60 per cento delle esportazioni di carne nel mondo.

E allora qual è il futuro dell’industria della carne? Si continuerà a mangiarla nonostante i dubbi sulla salute? Ci sarà una nuova rivoluzione per questa industria? E questa riuscirà ad adattarsi o a trasformarsi per limitare l’impatto ambientale e produrre cibi più sani con prezzi accessibili alla maggior parte della popolazione mondiale? Soprattutto, cosa accadrebbe se all’improvviso rinunciassimo alla carne?

Un’insalata da 510 miliardi di dollari

A queste domande ha tentato di rispondere un gruppo di studiosi guidati dal professor Marco Springmann. Secondo il loro studio cambiare il regime alimentare inserendo più vegetali sarebbe un toccasana soprattutto nelle regioni con un Pil pro capite alto e medio-alto. Con il 2050 come orizzonte temporale la mortalità sarebbe ridotta del 6-10 per cento e soprattutto le emissioni di gas serra dovute all’industria alimentare calerebbero del 29-70 per cento a seconda dei paesi. I ricercatori inglesi hanno elaborato un modello che attribuisce un valore economico a questi benefici. Se tutto il mondo seguisse una dieta vegetariana il risparmio annuale, in termini di spese mediche, sarebbe di circa mille e seicento miliardi di euro. Non solo quelle “dirette”, associate alle cure necessarie per malattie cardiache o per il diabete, ma anche i costi “indiretti” sostenuti dai familiari per l’assistenza, oltre alle giornate lavorative perse. I sistemi sanitari nazionali beneficerebbero anche del calo improvviso della resistenza agli antibiotici. «L’Italia, all’interno dei Paesi Ue, è il terzo per utilizzo negli allevamenti, con la situazione più critica in quelli intensivi. Generando un alto rischio per la nascita di super batteri che possono raggiungere le persone e farle ammalare, contribuendo a far salire il numero di morti per antibiotico resistenza (tra 5.000 e 7.000 persone all’anno in Italia)», come riporta la denuncia di circa venti associazioni italiane al Ministero della Salute.
Nello studio dei ricercatori di Oxford è stato anche introdotto un indice chiamato “costo sociale del carbonio” utile a quantificare il risparmio in riduzione delle emissioni di gas serra legati all’industria della carne. Un indicatore che stima il valore dei danni futuri causati da ogni tonnellata aggiuntiva di emissioni di carbonio. Se il mondo diventasse vegetariano si risparmierebbero 510 miliardi di dollari all’anno. Se fossimo vegani il risparmio sarebbe maggiore, circa 570 miliardi di dollari.

Catastroficamente sani

Ma gli effetti di un cambiamento drastico dell’alimentazione non riguarderebbero solo la sanità pubblica o l’ambiente. Il delicato rapporto economico, fondato tra l’equilibrio tra domanda e offerta, sarebbe stravolto generando un certo disagio sociale. Inoltre se la domanda di carne dovesse scomparire, i mezzi di sussistenza di circa un settimo della popolazione mondiale verrebbero meno. Alcuni di loro, come i coltivatori industriali che producono il grano utilizzato per nutrire gli animali negli allevamenti, sarebbero in grado di convertire la produzione in alimentare “classica”. Tutti gli altri, soprattutto quelle 987 milioni di persone dedite all’allevamento e considerate povere, si troverebbero senza un’alternativa. Non solo. Il 26 per cento della superficie della terra priva di ghiaccio sarebbe liberata, e 3,4 miliardi di ettari di terreno si riverserebbero sul mercato. Un improvviso aumento dell’offerta ne farebbe potenzialmente crollare il prezzo, e in molti casi non potrebbero generare rendite, perché non adatti alla costruzione o ad essere abitati dall’uomo.

È evidente come una conversione dall’oggi al domani delle abitudini alimentari mondiali non sia una strada né praticabile, né consigliata. Senza dubbio sarebbe utile ridurre gradualmente il consumo di carne, dando tempo al mercato di autoregolarsi secondo i suoi meccanismi. Ma, dopo tutto, con la popolazione mondiale che nel 2050 raggiungerà i 9 miliardi, ci sarà bisogno di sottrarre qualche ettaro alle mucche.