Corpi, foto, parole: Tina Modotti va in scena


Al teatro Keiros di Roma lo spettacolo dedicato alla vita della fotografa: la vicenda umana e artistica di una donna devota al suo credo comunista


fototrePer capire la vita di Tina Modotti bisogna iniziare dalla fine. Da quel taxi che nel 1942 la portò da casa del’amico Hannes Meyer dritta alla morte. Poliedrica e multiforme, Tina è una figura internazionale che da Udine ha attraversato gli Stati Uniti, vissuto il Messico, visto la Russia e lottato per la Spagna.

Una fotografa innanzitutto. Una donna, «un’artista del suo corpo, una bodyartist», come l’ha definita Monica Giovinazzi regista dello spettacolo Dal bianco al nero. Tina Modotti ode alla fecondità.

In scena due attori. Lei, Tina in tutte le sue epoche. Un corpo soggetto ai continui cambiamenti che lei imponeva alla sua vita. Lui, i compagni di Tina: Robo, poeta e pittore, Edward Weston, fotografo, Julio Antonio Mella, giornalista e rivoluzionario cubano e infine Vittorio Vidali, comunista e ultimo compagno di Tina.

fotounoUna storia di trappole che la Storia tende alla fotografa udinese. I fili che pendono dal soffitto a pioggia finiscono sul palco e poco a poco, gli uomini della vita di Tina li avvolgono attorno al suo corpo, magro, gracile. Un corpo che si incunea nei movimenti storici, che desidera essere parte del processo storico tanto da annullarsi. Tina vuole essere la Storia.

Poesie, frasi, versi di canzoni scandiscono la vita dell’artista poliedrica. Se Tina si lascia muovere dal processo storico, i due attori seguono il flusso del processo creativo di Monica Giovinazzi.

La regista, romana di origine e viennese di adozione, scrive la storia scenica di Tina Modotti mentre accade. Non c’è nulla di prestabilito negli spettacoli di Monica Giovinazzi. Tutto procede tramite suggestioni. Un lavoro costante sui due corpi in scena che Monica contribuisce a imbrigliare nei fili della scena.

Dietro i corpi, immagini. Le foto scattate da Tina che riflettono i suoi cambiamenti interiori e storici. La fotografia bella ed estetica del periodo statunitense. I movimenti e i sorrisi di Città del Messico, poi la fotografia sociale, i poveri che Tina vuole raccontare. La Germania e l’Europa con quelle dissonanze estetiche che preconizzano la tragedia e qui la fotografa abbandona la fotografia. A Berlino, per vivere e vendere le sue foto, deve abbandonare la Graflex. La fotografia è cambiata come sta cambiando la storia. Le impongono di usare una piccola Leica compatta, ma Tina non è una reporter. Getta la Leica nel fiume e lascia la Graflex a un amico. Smette di fotografare, ma non di guardare.

fotodueIn scena Tina si contrae, parte per la Russia, vuole essere asservita alla causa comunista. Vive la sua vita tra le mani di Vidali, il triestino che vincola la sua vita. Vidali ha mani grandi e lentamente schiaccia Tina che decide di seguirlo in Spagna. «Sono tutti in Spagna, portami con te», dice Tina. Poi, dalla Spagna a Città del Messico.

La lenta storia della sua morte. Di una vita che sfinisce. Incastrata nella morsa delle sue passioni. Stritolata dalla fedeltà al suo credo. Tina non muore, implode.

Sulla scena restano i due attori. Vidali stringe la fotografa tra le sue braccia. Si fa piccola piccola, scompare in quell’abbraccio mortifero.

«Città del Messico 1942» dice Monica Giovinazzi, o l’attrice, o la fotografa. Così inizia e finisce la storia di Tina Modotti. Una donna che ha vissuto sul proprio corpo i primi anni del secolo breve.