«Parla con me», i mostri dell’Arena spiegati ai nostri figli


Un concerto, un idolo dei teenager, uno strage. Come possono crescere i bambini in una società sconvolta dal terrorismo? «L’importante è dare un senso di sicurezza e normalità», spiega la psicologa


La Manchester Arena ora ha un altro significato. È cambiato il suono. Non si sentono più gli slogan dei tifosi. Non si sentono più i cori dei fan che dal 1996 facevano la fila per divertirsi a qualche concerto. Si sentono le grida e la paura. Ora la Manchester Arena è l’ennesimo simbolo del terrore. Come il Bataclan, come la discoteca Reina di Istambul, o la stazione metro Maelbeck a Bruxelles. Manchester dovrà lavorare molto per lavare via dall’Arena il ricordo di un attentato che ha colpito, per la prima volta, direttamente i bambini. È stata chiamata la strage degli innocenti perché al concerto c’erano soprattutto bambini e adolescenti. Ariana Grande è uno dei nuovi idoli dei ragazzini e l’attentato a un suo concerto rischia di essere un duro colpo a una generazione in crescita. Segno di come il terrorismo di matrice islamica è entrato nella nostra storia e nelle nostre vite insieme alla paura. La pop star americana ha cancellato le date dei suoi concerti, comprese quelle del tour italiano. Un segno di lutto che arriva anche ai bambini non colpiti direttamente dalla tragedia. Per Ada Moscarella, esperta  in psicologia infantile, in casi come quello dell’attentato di Manchester «i bambini vanno difesi, ma con la normalità».

ada moscarella
Ada Moscarella, psicologa esperta in psicologia infantile

Secondo lei, quali sono i risvolti psicologici che il terrorismo ha sulla società?

«Non si chiama terrorismo a caso. Questi atti non puntano all’uccisione diretta, ma alla paura, alla paura costante».

Questa paura costante cambia la società. Come agisce sui bambini?

«I tre pilastri attorno ai quali agisce questa paura sui bambini sono: il tradimento, la paura e il trauma. Quando i bambini scoprono che i grandi non possono proteggerli, si sentono insicuri e traditi. Dopo l’evento c’è il trauma vero e proprio che coinvolge tutto. Il privato e il pubblico. Riguarda le emozioni, lo stato emotivo si può isolare, congelare. Ma riguarda anche il fisico».

Cambia anche la percezione degli spazi?

«Si perde anche la fiducia negli spazi fisici. A Manchester quell’arena aveva ospitato concerti storici e ora verrà ricollegata ad altro. Per i cittadini è un luogo perso».

Cosa bisogna fare per aiutare i bambini, per preservarli?

«Non bisogna generalizzare perché ricette vere e proprie non esistono. È importante tenere presente la variabile età. Un bambino al di sotto dei cinque anni è diverso da un adolescente. Nei bambini l’impatto con il terrore si regola con ciò che i genitori vivono davanti ai loro occhi. I genitori devono aiutare il bambino a tirare fuori le emozioni perché il bambino spesso non ne parla direttamente. Farli disegnare può essere un buon metodo. A volte è più facile che facciano delle domande dirette a scuola. Per quando possa essere difficile, i genitori devono dare un senso di sicurezza e normalità. Connotare degli avvenimenti in maniera straordinaria li gonfia e li rende ancora più terrificanti agli occhi del bambino».

ariana grandeE per gli adolescenti?

«Gli adolescenti possono essere coinvolti in una spiegazione attiva. Il punto di tutto questo è poter dare un significato a quello che succede. Un adolescente che studia storia riesce a dare all’evento una connotazione e può decodificare le informazioni che riceve dai social o dai telegiornali. Coinvolgerli in una discussione geopolitica è importante perché consente loro di attribuire all’evento un significato all’interno di un loro sistema di valori».

In Italia cosa si sta facendo?

«Non esiste ancora una prassi definita. Recentemente l’Ordine degli psicologi del Piemonte ha pubblicato un ebook che ha come tema la vita ai tempi del terrorismo. Da noi, in fatto di traumi, sono nate associazioni di psicologi che si occupano della tutela dei bambini in catastrofi come il terremoto, ma come comunità stiamo discutendo».