Giovanni Falcone, 25 anni dopo


Il ricordo del giudice ucciso dalla mafia nella strage di Capaci, il 23 maggio 1992. Il coraggio e la solitudine, per i «tanti attacchi dalle istituzioni»


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25 anni fa, il 23 maggio 1992, un caldo pomeriggio quasi estivo. La terra trema sull’autostrada che va dall’aeroporto a Palermo, allo svincolo di Capaci. È una carica di cinquecento chili d’esplosivo, che uccide il giudice antimafia Giovanni Falcone, sua moglie Francesca Morvillo, e tre agenti della scorta, Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro.

Per commemorare la strage di Capaci – cui seguirà, meno di due mesi dopo, il 19 luglio 1992, quella di via D’Amelio, con l’uccisione del giudice Paolo Borsellino, amico e collega di Falcone – oggi a Palermo ci saranno cortei e manifestazioni, organizzati dalla Fondazione Falcone e dagli studenti del movimento #PalermoChiamaItalia, che si concluderanno con il raduno sotto l’albero dedicato al giudice, dove alle 17.58, ora dell’attentato, sarà suonato il silenzio.

E ieri a ricordare Falcone è stato anche il Consiglio Superiore della Magistratura, riunito in plenum a Roma in una cerimonia per i 25 anni dalla strage. A parlare di Falcone è stato per primo Sergio Mattarella, come presidente del Csm, ma anche come fratello di Piersanti Mattarella, il presidente della regione Sicilia assassinato a Palermo dalla mafia il 6 gennaio 1980. «Il ricordo di Falcone non deve diventare una celebrazione rituale, perché lo spirito e i criteri del suo impegno rimangono validi», ha detto il capo dello Stato. E poi ha sottolineato come per il magistrato la mafia non fosse invincibile. «Per lui era un fenomeno terribilmente serio e grave, che si può vincere non pretendendo l’eroismo dai cittadini, ma impegnando le forze migliori della società».

Nella seduta del Csm erano tanti i giudici protagonisti con Falcone della lotta alla mafia: il presidente del Senato Pietro Grasso, Giuseppe Ayala e Giuseppe Di Lello, due componenti del pool antimafia, Alfonso Giordano, presidente del maxiprocesso. Ma anche molti magistrati attivi oggi nella lotta contro la mafia, come il procuratore di Roma Giuseppe Pignatone. E se sono stati tanti gli elogi per Falcone – il vicepresidente del Csm, Legnini, ha parlato della sua «insuperabile professionalità, delle sue intuizioni investigative diventate architravi nel contrasto alle organizzazioni criminali mafiose» – c’è stata anche la rabbia e l’amarezza di chi ha ricordato i tanti attacchi contro il giudice, «non da parte di Cosa Nostra, ma dall’interno delle istituzioni».

A parlarne è stato Alfredo Morvillo, fratello di Francesca, la moglie di Falcone, e giudice lui stesso. «Molte persone non amavano Giovanni, e vorrei chiedere loro il perché. Falcone è stato molto amato, soprattutto dopo la sua morte. Purtroppo prima non è stato così». E ha aggiunto: «Sarei felice se una di queste persone che non lo hanno amato avesse il coraggio di dire di aver sbagliato. In 25 anni non è accaduto, ma se avvenisse, solo allora potremmo riabbracciarci insieme nel nome di Falcone».

Ad attaccare il giudice, ricorda Morvillo, erano stati in tanti. Attacchi ancora più dolorosi, perché molti arrivavano dalle stesse istituzioni, in cui Falcone credeva profondamente. Il principale e più grave fu la mancata nomina a procuratore nazionale antimafia al posto di Antonino Caponnetto. Dopo quel tradimento, secondo la sorella Maria, «Giovanni cominciò a morire», e per lui «cominciò una vita di amarezze e delegittimazioni continue», come ricordava Caponnetto, il «padre» del pool antimafia. Le accuse contro il giudice furono anche altre: di essersi «venduto alla politica», per aver accettato l’invito del ministro della Giustizia Martelli a dirigere a Roma il Dipartimento Affari Penali, di aver organizzato da solo l’attentato all’Addaura per «impietosire il Csm».

Attacchi che fecero sentire il magistrato sempre più in pericolo, sempre più isolato: «Si muore perché si è soli, o perché si è entrati in un gioco troppo grande», diceva. «Si muore spesso perché non si dispone delle necessarie alleanze, perché si è privi di sostegno. In Sicilia la mafia colpisce i servitori dello Stato che lo Stato non è riuscito a proteggere».

Falcone, che con Paolo Borsellino e il pool antimafia era riuscito come pochi altri a comprendere dall’interno il fenomeno mafioso, e a indagare sulle collusioni di potere tra mafia e politica, viene ucciso pochi mesi dopo aver capito di essere stato lasciato solo, come accadrà pochi mesi dopo a Borsellino. Per quell’omicidio sono stati riconosciuti responsabili i vertici della cupola di Cosa Nostra, e condannati all’ergastolo quattro mafiosi come mandanti ed esecutori: Salvo Madonia, Giorgio Pizzo, Cosimo Lo Nigro e Lorenzo Tinnirello, mentre sull’esistenza di possibili «mandanti occulti» esterni a Cosa Nostra la Procura di Caltanissetta ha archiviato l’inchiesta. Ma a distanza di 25 anni le tante domande sui rapporti tra mafia e politica, sulle infiltrazioni mafiose nelle istituzioni restano aperte. Come quella su chi siano le «menti raffinatissime» di cui parlò Falcone, come «punti di collegamento tra i vertici di Cosa Nostra e centri occulti di potere che hanno altri interessi». Forse qualcosa si potrebbe capire se qualcuno rispondesse finalmente alla domanda di Alfredo Morvillo: «Chi attaccò Giovanni spieghi perché lo fece».