Lavoro a 5 Stelle, turni più brevi stipendi più bassi


Italia maglia nera d’Europa per produttività. De Masi: «Meglio salari più bassi che essere disoccupati, ma servono investimenti»


Le elezioni si avvicinano e l’occupazione non decolla. L’Italia continua ad arrancare rispetto alle altre economie europee e chi si candida alla guida del governo sta elaborando le proposte elettorali per muovere consenso e accaparrarsi i voti di giovani e disoccupati. Il Movimento Cinque Stelle nel suo programma sul “Lavoro” promuove soluzioni shock: la riduzione dell’orario da 40 ore a 35 ore settimanali. Lavorare tutti, lavorare meno, è la tesi per fronteggiare i possibili licenziamenti dovuti all’innovazione tecnologica. Ma, in Italia, il vero problema è quello della produttività, ferma da 20 anni. E la soluzione, potrebbe essere un sistema che mira alla programmazione degli obiettivi da parte delle imprese, con la verifica degli obiettivi affidata al governo.

Ma se la proposta ha un sapore rifondarolo, lo promuoveva infatti la lista “Sinistra Arcobaleno” alle elezioni del 2006, i pentastellati hanno portato la rete nell’elaborazione della proposta. Gli “esperti” scrivono, gli attivisti votano. Tra mille incertezze, retromarce e fughe in avanti, la data delle elezioni politiche ancora non è certa, ma il Movimento Cinque Stelle, già da molti mesi, si è portato avanti con il lavoro. «Il programma per l’Italia, scritto dagli italiani», è questa la scritta che appare se si accede alla homepage del portale pentastellato dedicato all’elaborazione delle proposte programmatiche nazionali. La “strategia” del MoVimento ruota intorno, appunto, ai cosiddetti “tavoli di lavoro”. Il programma è diviso in 19 aree tematiche. Questa la suddivisione: energia, esteri, lavoro, difesa, salute, beni culturali, ambiente, sicurezza, telecomunicazioni, scuola, giustizia, trasporti, tasse, sviluppo economico, immigrazione, banche, università e ricerca, turismo, agricoltura. Per ogni sezione sono stati scelti alcuni “esperti”, soprattutto professori universitari, che collaborano con i parlamentari nella stesura dei punti da far votare agli iscritti certificati attraverso la piattaforma “Rousseau”.

Ad oggi, nonostante il MoVimento faccia della trasparenza la sua bandiera, la maggior parte dei contenuti non è accessibile al pubblico. Perché – spiegano dallo staff Comunicazione del gruppo M5S a Montecitorio – «Molti punti del programma sono ancora in elaborazione, i nostri “portavoce” e gli esperti stanno lavorando a stretto contatto per presentare le proposte agli attivisti, si tratta di una grande dimostrazione di “democrazia partecipata”, è la prima volta che i cittadini collaborano al programma di una forza politica». Fino ad ora, sono passate su Rousseau le parti riguardanti energia, esteri e lavoro. Il meccanismo di votazione consiste nell’ordinare secondo le proprie preferenze ogni quesito presentato agli iscritti certificati. E l’aggettivo è importante perché, su 500 mila iscritti al Blog di Beppe Grillo, soltanto 120 mila hanno ottenuto l’agognata certificazione da parte dello Staff. La platea “elettorale” del M5S è quindi ridotta ai soli attivisti per i quali è stata controllata la documentazione necessaria per ottenere il diritto di voto. La Casaleggio Associati,invece, sovrintende alla gestione della piattaforma “Rousseau” grazie alla quale vengono conteggiati i voti validi. Preferenze che decidono le sorti di chi vuole candidarsi, e ora anche dei contenuti del programma per le prossime elezioni politiche.

Ma, prima dei contenuti, bisogna capire la portata dei numeri delle votazioni online. L’energia è stata il primo punto sul quale si sono espressi gli iscritti. La votazione, in questo caso, è stata fatta un quesito alla volta. Sul punto «Sei d’accordo con lo sviluppo di politiche che scoraggiano l’uso della benzina e del gasolio a favore della mobilità elettrica?». Votanti 26.651, con 25.737 SI e 914 NO. Il secondo quesito, su «quali impianti di stoccaggio bisogna prediligere: Grandi impianti di pompaggio, locali, domestici. Si esprimono 21.332 iscritti certificati. 12.517 scelgono gli impianti domestici, 7.162 quelli locali, 1.653 i grandi impianti di pompaggio. Poi tocca agli esteri, con 23.481 votanti complessivi. Sul programma lavoro hanno votato 24.050 iscritti. I numeri, insomma, parlano di un’ “affluenza” virtuale che si aggira intorno al 20% degli iscritti certificati, quelli con diritto di voto.

Lavorare tutti, lavorare meno 

L’assunto per il quale più ore si lavora e più si è produttivi, è definito dal M5S «un equivoco». Secondo il programma pentastellato: «I Paesi europei in cui si lavora meno sono quelli ricchi del Nord Europa, mentre quelli in sui lavora di più sono i Paesi dell’Est e del Sud». Si legge nel documento: «E’ la qualità del lavoro (da migliorare attraverso investimenti in ricerca, sviluppo e formazione) a far crescere la competitività e il valore aggiunto, ingredienti fondamentali per un’economia come quella italiana». La tesi di fondo è mutuata dal pensiero del defunto guru del MoVimento, Gianroberto Casaleggio. La tecnologia, la robotica, l’informatizzazione e la globalizzazione provocheranno in un futuro non troppo lontano la «riduzione dello stock di ore lavorate», la soluzione sarebbe quella di avere una «distribuzione più inclusiva di questo stock, attraverso il part-time lungo e la disincentivazione degli straordinari». Ma, soprattutto, riducendo l’orario di lavoro al di sotto delle 40 ore settimanali. Osservando i dati Ocse sulle ore lavorate annuali pro capite, vediamo che un greco lavora in media 2.042 ore all’anno. Mentre un tedesco 1371 ore. Quasi il 50% in meno evocato dal programma del Movimento 5 Stelle, straordinari esclusi. Prendendo sempre ad esempio la locomotiva d’Europa e il “malato” greco i dati Ocse del pil pro capite parlano chiaro: 45.650 dollari pro capite per la Germania, a fronte dei 22 658 dollari pro capite della Grecia. In Italia, invece, il dato è di 34 271 dollari pro capite. Francesco Seghezzi, analista senior del Centro Adapt, il centro studi fondato da Marco Biagi, non ha una lettura così semplicistica: «Chiaramente il Pil non dipende soltanto dalle ore di lavoro». Seghezzi riflette sulle 35 ore settimanali: «E’ impraticabile perché comporterebbe un inevitabile abbassamento dei salari. E in Italia non è possibile farlo perché abbiamo già i salari più bassi e stagnanti d’Europa da 10 anni». La questione centrale resta la produttività del lavoro: «Il problema è far lavorare chi non lavora, in Italia abbiamo un tasso di occupazione fermo al 57,1% negli ultimi 20 anni, e non penso che la riduzione dell’orario di lavoro possa risolvere questo problema». Seghezzi fornisce una nuova prospettiva nella retribuzione del lavoratore: «L’obiettivo sarebbe quello di svincolare i meccanismi di retribuzione dal numero di ore di lavoro per basarlo sulla produzione, ma questo è un problema più culturale e politico che economico, nel nostro Parlamento sarebbe difficilissimo far passare una proposta del genere». Si opporrebbero non soltanto i sindacati, ma anche lo stesso corpo burocratico di Confindustria. Domenico De Masi, professore di Sociologia del Lavoro all’Università “La Sapienza” di Roma, conferma le percentuali sul tasso di occupazione italiano, ma spinge sulla riduzione dell’orario: «Nel 1891 eravamo 40 milioni, e lavoravamo 70 miliardi di ore. Bene, nel 1991 eravamo 57 milioni di abitanti, abbiamo lavorato complessivamente 60 miliardi di ore, quindi 10 miliardi di ore in meno, e abbiamo prodotto 13 volte in più. Il trend è continuato in questa maniera, perché nel 2016 per 41 miliardi di ore, l’Italia ha prodotto 22 volte in più, si tratta di quella che gli economisti chiamano “Jobless Growth”, crescita senza lavoro». Parafrasando il guru Casaleggio, è l’equazione per la quale all’aumento dell’automazione si riduce la necessità di ore di lavoro. Per De Masi, autore per conto del M5S dello studio “Lavoro 2025in uscita nelle librerie il 25 maggio per i tipi di Marsilio, le 35 ore settimanali sono un modo per contenere i licenziamenti causati dalla sostituzione delle macchine con i lavoratori: «Negli altri paesi, ad esempio in Francia, all’aumento dell’automazione si è deciso di ridurre l’orario di lavoro. Sarebbe meglio avere salari più bassi, anziché perdere posti di lavoro a causa dell’innovazione tecnologica». Lavorare meno, guadagnare meno, per lavorare tutti. Però, come ammette Domenico De Masi: «Le 35 ore non bastano per aumentare la produttività del lavoro, ma sono necessari investimenti in innovazione e ricerca».

L’Italia e la produttività del lavoro

La vera anomalia italiana,infatti, è rappresentata dalla stagnazione della produttività del lavoro, ferma da 20 anni. Nel dibattito politico non c’è molta attenzione alla nostra produttività. Secondo gli esperti, è il vero fattore che fiacca l’economia italiana. Per l’Istat, in un rapporto che fotografa la produttività dei paesi europei dal 1995 al 2015, l’Italia è relegata nelle ultime posizioni. La capacità di creare valore aggiunto, ovvero di trasformare le materie prime in robot da linee di montaggio, macchine utensili o pistole, quindi qualcosa di utile al consumatore, sembra in dissoluzione. In particolare, nel rapporto, si calcola la produttività come prodotto tra il valore aggiunto e le ore lavorate. Quello che si evince è che rispetto alle altre economie dell’Unione Europea, il “valore aggiunto” è cresciuto meno in Italia, mentre le  “ore lavorate” hanno oscillato come negli altri paesi. Il risultato di questo calcolo mortifica la settima potenza economica mondiale all’ultimo posto in classifica. Per cui anche quando la produttività italiana è aumentata di più (in media dell’1,1%), tra il 2009 e il 2013, è perché il valore aggiunto è calato meno rispetto alle ore lavorate, mentre negli altri Paesi il valore aggiunto è cresciuto di più, mentre il lavoro ha avuto tassi inferiori. In altri termini, la produttività è aumentata in media dello 0,3%, quando abbiamo cominciato a licenziare durante la crisi. Tutt’altra storia per gli altri paesi europei. A fronte di una media UE, per gli anni 1995-2015, del + 1,6% , la Germania e il Regno Unito crescono dell’1,5%, e la Francia delle 35 ore lavorative legali fa registrare un +1,6% in perfetta linea con la media UE. Anche la Spagna  cresce dello 0,6%. A confronto l’Italia sembra un tartaruga contro una schiera di lepri. Quali soluzioni? Claudio Cominardi, deputato del Movimento Cinque Stelle, uno dei parlamentari che ha collaborato alla scrittura del programma “Lavoro” è convinto che sia la produttività «il cancro dell’economia italiana: «Servono investimenti in innovazione e tecnologia, non basta ridurre l’orario di lavoro a 35 ore settimanali, la produttività si potrebbe programmare ex ante». Il riferimento è al concetto di produttività programmata. Secondo uno studio di Pasquale Tridico, professore di Economia del Lavoro all’Università Roma Tre, dal titolo “Produttività programmata e salario di risultato”, bisogna «ancorare il salario variabile alla produttività, attraverso una programmazione ex ante alla quale le imprese si devono adeguare». In pratica, come conferma Cominardi, lo Stato concede alle imprese che hanno rispettato gli impegni  sugli investimenti e ai lavoratori una serie di sgravi che vanno a incidere direttamente sullo stipendio del lavoratore. Per Tridico «fissare la produttività in termini programmatici, costringe, governo e parti sociali (sindacati e industriali) a mantenere gli accordi di contrattazione, a fare i necessari investimenti in innovazione, a migliorare il capitale umano, a migliorare le infrastrutture e l’organizzazione delle imprese, a potenziare l’amministrazione pubblica e i servizi, a diminuire i costi di transazione e ad aumentare l’efficienza del lavoro». Secondo questo schema “cooperativo” tutti gli attori coinvolti hanno incentivi e guadagni: «Programmare la produttività ha una valenza distributiva cara ai sindacati, rappresenta un incentivo per le imprese a fare investimenti in tecnologia, ed è una disciplina per lo Stato per migliorare le infrastrutture di sostegno alle imprese, per raggiungere maggiori obiettivi di sistema e quindi maggior reddito utile anche per le casse dello Stato». Con sanzioni se non vengono rispettati gli accordi e gli obiettivi prefissati. Il sistema di incentivi elaborato dal prof. Tridico mira alla programmazione della produttività e affida la verifica del rispetto degli accordi al governo. Così le imprese che rispettano i patti, potranno avere una diminuzione in tasse e contributi da distribuire ai lavoratori. E chi non gioca secondo le regole, non potrà accedere a defiscalizzazione e decontribuzione.