La Polonia e l’Europa, fine di una storia d’amore


Grazie ai soldi di Bruxelles è diventata l’Eldorado delle multinazionali. L’economia da record (+40% in 12 anni) non ferma l’avanzata del nazionalismo e la Brexit diventa un sogno. Adam Avramowicz, parlamentare nazionalista: “I soldi non sono tutto, salviamo l’identità”


Palazzo della Cultura e della Scienza, Varsavia
Palazzo della Cultura e della Scienza, Varsavia

La Polonia, in alcuni punti dei libri di storia, non esiste. Una vicenda di nascite, espansioni, conversioni, sparizioni e rinascite. Nel 1658 diventa uno dei regni più estesi in Europa, comprendendo oltre al territorio polacco anche la Lituania e parte dell’Ucraina, poi, nel 1795 scompare dalle carte geografiche. Impero asburgico, Prussia e Russia avevano già iniziato a dividersi il territorio polacco approfittando dell’instabilità della nazione che riuscì a ricomporsi, seppur per breve tempo, dopo la Prima Guerra Mondiale. Le tragiche vicende dell’invasione nazista e i carri armati sovietici metteranno Varsavia in cattività.

La Polonia sorvola sulla storia come un’araba fenice, con due peccati originali: il temibile vicinato e la sua posizione troppo a est per una mentalità ben poco orientale.

Le colpe di Varsavia sono state alleviate da Bruxelles che le ha trasformate in un vantaggio europeo. E ha fatto bene.

Soldi ben spesi

La Polonia è entrata nell’Unione Europea il primo maggio del 2004, insieme a Slovenia, Ungheria, Slovacchia, Repubblica Ceca, Lituania, Lettonia ed Estonia, tutte nazioni, ad eccezione della Slovenia, che orbitavano nell’universo sovietico. Dal suo ingresso, il prodotto interno lordo è cresciuto del 42,8% e questa impresa è riuscita solo a Varsavia, perché Budapest e Bratislava, dal 2004 al 2016, sono malamente riuscite a crescere del 16%. Ma non è solo il Pil a far luce sul miracolo polacco, c’è un altro dato che fa svettare la nazione baltica: lo Human development indicator (Hdi), l’indice di sviluppo umano delle Nazioni Unite che dimostra come la Polonia riesca ad assicurare ai suoi cittadini un ottimo sviluppo anche nel campo della Sanità e dell’Istruzione. Un polacco, in media, studia fino ai sedici anni, cammina per delle strade decisamente sicure, vive fino a settantasette anni ma respira un’aria non pulitissima. La vita, in Polonia è una pacchia rispetto alla vicina Ungheria, dove, secondo lo Hdi, le strade sono insicure, i ragazzi smettono di andare a scuola intorno ai quindici anni e hanno la speranza di vivere fino ai settantatré.

Ma cosa ha reso la Polonia un paradiso incastonato tra la solida Germania e il povero est? La mentalità ha sicuramente contribuito, come anche l’ansia di riscattarsi da un passato segnato da tragedie e disastri, ma la vera svolta è arrivata con l’Unione Europea.

La Polonia è il Paese che ha ricevuto più finanziamenti dall’Unione, dal 2004 ha preso circa 250 miliardi di euro, cifra che se messa in dollari equivale all’intera somma che l’America investì nel piano Marshall per risollevare le sorti dell’ Europa occidentale dopo la Seconda Guerra Mondiale.

Varsavia sembra essere l’investimento più riuscito dell’Ue e negli anni ha usato i fondi europei per costruire strade, aeroporti, infrastrutture comunali; per rendere moderna una nazione che aveva vissuto per trentasette anni nell’orbita dell’Unione Sovietica e che dal conflitto mondiale ne era uscita completamente distrutta.

Il miracolo polacco, però, non è stato solo frutto dei fondi strutturali europei. I numeri evidenziano uno sviluppo soprattutto nei settori della finanza e della comunicazione che dal 2010 al 2016 sono cresciuti circa del 46%. Molto più dell’agricoltura e dell’industria.

Il fattore esterno

Uscendo dalla stazione centrale di Varsavia, il messaggio che la città lancia al visitatore è chiaro. Basta guardare il cielo per capire chi comanda nella capitale polacca. Il Palazzo della Cultura e della Scienza, voluto da Stalin nel 1955, ha perso la sfida verso le nuvole. Da edificio più alto della città è diventato un abitante del sottobosco architettonico. Soppiantato dai grattacieli di Coca-Cola, Mariott, Bosch, McDonalds’, Deloitte e Zepter. Il Palazzo della Cultura, soffoca all’ombra delle più grandi multinazionali che hanno deciso di aprire le loro sedi proprio in Polonia. Perché? Poche tasse e lavoratori ben preparati dalle università ristrutturate e finanziate dall’Ue.

Jaroslaw Kaczynski, PiS
Jaroslaw Kaczynski, PiS

La Polonia dà all’Europa circa 3,7 miliardi di euro (l’Italia 14 miliardi) e ne incassa 13 (l’Italia 12) e le nazioni europee che più versano nelle casse di Bruxelles e quindi di Varsavia sono Germania e Gran Bretagna. Le due nazioni non si limitano a contribuire alla modernizzazione dello Stato polacco solo tramite i fondi europei, ma hanno anche finanziato direttamente la costruzione delle infrastrutture locali. Se i treni e le ferrovie polacche battono bandiera tedesca, gli aeroporti hanno la firma inglese. La Germania per continuità territoriale e forse un senso di colpa atavico, la Gran Bretagna per la vecchia storia dell’idraulico polacco. I Polacchi hanno una grande tradizione migratoria e l’Inghilterra, dagli anni Novanta, è stata una delle mete favorite. Secondo l’Office for National Statistics di Londra, i cittadini provenienti dalla Polonia che vivevano in Gran Bretagna nel 2015 erano 831 mila. Il 2% dell’intera popolazione polacca. Il doppio degli italiani presenti sull’isola. Migliorare la Polonia e spingerla alla crescita è un interesse anche di Londra in vista di un possibile ritorno in patria dei polacchi. L’Inghilterra non sarebbe la prima a cercare di risolvere il problema dell’immigrazione in questo modo, basti pensare al rapporto della Germania con i suoi cittadini di origine turca, ai quali Berlino paga corsi della loro lingua natia sin dall’infanzia per favorirne un futuro rientro.

Sono tutti idraulici?

Anche se si stenta a crederlo, i polacchi non sono tutti idraulici. Remek oggi ha trentacinque anni ed è tornato a vivere in Polonia dopo aver trascorso una vita in Italia. Con la sua famiglia, madre, padre e fratello, era partito da un piccolo paesino fuori Breslavia, a bordo di una Fiat Polski. Una meta finale non l’avevano. La piccola utilitaria passò per la Germania ma non ritenne opportuno fermarsi, considerando i trascorsi storici. Varcò la frontiera in Francia, ma la primavera del nord gli sembrò troppo simile a quella polacca, così scese, scese e guidò ancora per tantissimi chilometri fino ad arrivare in una piccola piazza piena di sole. Era Cisterna di Latina e lì la Fiat Polski si fermò. La famiglia scese, ciascuno appoggiato con la schiena alla propria portiera, a braccia conserte si guardavano intorno e decisero di fermarsi lì. Uno sguardo al bagagliaio pieno di cibo polacco in scatola e si chiesero: “Come ci manterremo?”. E il padre: “Farò l’idraulico”.

Il padre di Remek divenne un idraulico polacco,  ma come ricorda lo scrittore Jacek Dehnel: “I polacchi non sapevano fare solo quello. Il problema è che sapevano fare tutto, o meglio tutti i lavori manuali. Il Comunismo ci ha abituati a essere poliedrici e ogni uomo, anche se laureato era elettricista, muratore e idraulico, lavoro che, rispetto ai primi due, è più semplice. Non bisogna far parte di un’azienda come il muratore e rispetto all’elettricista richiede meno attrezzi del mestiere”.

In Inghilterra, i Polacchi lavoravano anche nei porti. Si imbarcavano nel Baltico e salpavano per la Gran Bretagna, dove poi cercavano di essere assunti. Spesso si scontravano con i marinai inglesi, impegnati nelle lotte sindacali che non capivano il loro odio nei confronti di un regime comunista. Ma l’entrata della Polonia nell’Unione Europea ha portato in diversi Paesi il terrore dell’idraulico polacco. Si temeva che il basso tenore di vita a cui erano abituate le nazioni che avevano vissuto il comunismo potesse alterare gli equilibri economici di Paesi più solidi come Francia, Italia e Germania. Il polacco che arriva a Monaco e si fa pagare la metà dei colleghi tedeschi è stato uno spauracchio a lungo agitato da chi si batteva contro la globalizzazione e l’allargamento a est dell’Unione. Oggi, possiamo dire che l’immigrazione dalla Polonia non ha creato grossi problemi all’economia europea che ha sofferto di ben altre difficoltà. Con il tempo come fa notare il quotidiano polacco Gazeta Wyborcza, il flusso migratorio si sta invertendo e sempre più gente da ovest si sposta a est per cercare lavoro.

La Polonia attrae anche i tedeschi

Nel 2012, quando l’Italia perdeva il 2,8% del prodotto interno lordo, la Polonia con una crescita economica dell’1,7 % è stato il Paese europeo meno colpito dalla crisi. Neanche la scomparsa dell’élite nella tragedia aerea di Smolensk ha interrotto l’ascesa del Paese, e così, mentre il cuore dell’Europa soffriva, la Polonia si faceva bella e stendeva il tappeto rosso a banche e multinazionali che creavano migliaia di nuovi posti di lavoro. La possibilità di scegliere come lingua aziendale l’inglese, ha aggirato lo scoglio che il polacco poteva rappresentare per i nuovi amministratori. Una lingua ostica, con più di trentacinque suoni consonantici e sette casi. Grattacieli nel centro di Varsavia in cui si entra polacchi e si esce anglofoni. Così migliaia di europei in cerca di un impiego hanno deciso di vivere in una realtà vivace, giovane e in fermento, in cui per lavorarci non si è costretti a imparare la lingua. Così fa notare Adam Abramowicz, parlamentare polacco del partito PiS, Diritto e Giustizia attualmente al governo in Polonia: “ molti lavoratori dell’Europa Occidentale hanno deciso di trasferirsi in Polonia. Nella città di Stettino, ad esempio, i tedeschi impiegati nell’edilizia, nei call center e in altri settori sono ufficialmente 2500 e la città ha in totale 405 mila abitanti. Non pochi. Un lavoratore qualificato può guadagnare più o meno mille euro al mese. Non molto per gli standard tedeschi, ma una bella cifra per vivere in Polonia”. Senz’altro si tratta di una rivincita per i Polacchi accusati per anni di aver rubato il lavoro in giro per l’Europa.

Adam Abramowicz, PiS
Adam Abramowicz, PiS

Non esiste partita fiscale in cui la Polonia perda e a renderla così attraente sono i dati, i numeri, le tasse: secondo la classifica Corporate and Indirect Tax Survey, l’imposizione fiscale sulle imprese italiane è del 31,4%, in Polonia il 19%. È un dato generale che però evidenzia un peso del fisco molto inferiore. Un dato chiave è anche il basso costo del lavoro per una mano d’opera ben qualificata. In Italia, un dipendente costa 27,4 euro l’ora. In Polonia, 7,4, poco più di un quarto. A Varsavia, solo il 9,7% dell’imponibile finisce nei contributi pensionistici, ripartiti equamente tra impresa e lavoratore, mentre a Roma l’accantonamento previdenziale è coperto per due terzi dal datore di lavoro e per un terzo dal dipendente. Il tutto per un’aliquota del 33%: il 22% a carico delle aziende.

E poi c’è l’Ires, la tassa sul reddito nelle società, che in Italia ammonta al 27,5% (dal prossimo anno sarà al 24%), in Polonia, invece, è del 19%. E se da noi esiste anche l’Irap, l’imposta regionale equivalente al 3,9% del valore della produzione, lì no.

Insomma, investire a Varsavia è più conveniente che farlo a Roma, Parigi e oggi, forse, a Londra.

Le multinazionali che aprono sedi in Polonia sono tante. Secondo Confartigianato dal 2012 al 2016 più di 6500 aziende si sono trasferite dall’Italia. Tra queste Firem, Indesit, Electrolux. La maggior parte è arrivata in Polonia dopo il 2009, provocando anche il rientro di molti lavoratori polacchi emigrati in cerca di lavoro. Il fenomeno, però, non è arrivato ad esaurimento e il numero di aziende che trasferisce in Polonia gli stabilimenti è in aumento. Il fenomeno continua: Whirlpool ha annunciato che chiuderà la sua sede ad Amiens, in Francia, per trasferirla a Wroclaw, dove ha intenzione di investire 235 milioni di euro. La Fiat aveva già portato in Polonia la produzione della nuova 500  e quest’anno ha trasferito nelle fabbriche polacche anche la costruzione della Panda. Non solo elettrodomestici e automobili. La Nestlè ha annunciato di voler portare la produzione dei wafer Blue Riband dalla Gran Bretagna alla Polonia. Questo processo di delocalizzazione verso la fabbrica polacca di Kargowa comporterà nei prossimi due anni la perdita di circa 300 posti di lavoro in Gran Bretagna e, anche se Nestlè, come riferisce la Bbc, ha dichiarato che la decisione non è direttamente legata alla Brexit, il burrascoso divorzio tra l’isola e il continente deve aver contribuito. Fiat, Whirlpool e Nestlè sono solo gli ultimi marchi ad aver preso la decisione di traslocare in Polonia e lo hanno fatto sulla base dei numeri, o meglio delle tasse.

La Brexit ti fa bella. O no

Varsavia, Palazo della Cultura e grattacieli
Varsavia, Palazo della Cultura e grattacieli

Se Nestlè ha deciso di tradire la Gran Bretagna con la Polonia, non vuol dire che Brexit per i polacchi sarà un affare. Infatti, l’Inghilterra è tra i maggiori finanziatori dell’Unione Europea, e quindi anche del  Paese dell’Europa centro-orientale. Questi finanziamenti hanno i giorni contati, o meglio, sono assicurati fino al 2020. Alcuni dei soldi che Londra destinava a Varsavia venivano utilizzati per trasformare molte basi militari in aeroporti civili che hanno notevolmente contribuito a sviluppare il turismo.

L’Unione Europea ha rivoluzionato la Polonia nel corpo e nella mente. I soldi che l’Ue ha versato per modernizzare lo Stato polacco, per farlo uscire dal grigiore dell’esperienza comunista sono stati usati magistralmente. Cosa che non è avvenuta in altre nazioni che uscivano da un‘esperienza storica simile. Ora per le strade delle maggiori città polacche i fumanti caffè di Starbucks, i vestitini sfiziosi di Zara, la fragranza dei panini di Subway stanno diffondendo l’odore dei soldi, ma se nel 2020 i finanziamenti dovessero diminuire, anche le multinazionali potrebbero decidere di traslocare. Tutto sta nel comportamento non economico, bensì politico del governo di Varsavia che sta conoscendo una pericolosa virata nazionalista e antieuropeista.

Con l’uscita di scena della Gran Bretagna, la Polonia potrebbe incassare meno dall’Unione Europea. Perdendo uno dei suoi maggiori finanziatori, potrebbe decidere di ridurre gli investimenti nei singoli Paesi, soprattutto se questi, in preda alla foga nazionalista, decidono di opporsi alle politiche di Bruxelles.

La Polonia sta conoscendo questo pericolo soprattutto dopo l’elezione del 2015, quando al governo sono arrivati i nazionalisti del PiS, Diritto e Giustizia. Il partito dei due gemelli Kaczynski propone un programma di nazionalizzazioni, sicurezza pubblica e secolarizzazione della società. Euroscettico e atlantista, il governo avrebbe già intenzione di proporre delle riforme, in materia di lavoro, in perfetto stile nazionalista: aumento del costo del lavoro, nazionalizzazioni e aumento delle tasse per le imprese straniere. Così come è già successo in Ungheria. C’è un proverbio polacco che recita: “Il Polacco e l’Ungherese sono due fratelli: uniscono la sciabola e il calice”. Speriamo, per la Polonia, che la fraternità ideologica tra Jaroslaw Kaczynski e Viktor Orban non li unisca anche nelle difficili relazioni con Bruxelles.

Plexit?

“I Polacchi hanno consegnato il potere a un governo di destra perché non erano soddisfatti di quanto aveva fatto la sinistra liberale”, dice Adam Abramowicz, parlamentare del PiS,  “la Polonia ha bisogno di tornare alle sue origine, alle tradizioni, a tutto quello che le multinazionali e le banche hanno tentato di cancellare”. Lo Stato polacco che ha conosciuto una crescita miracolosa negli ultimi anni grazie all’Unione Europea, sembra ora avere bisogno di fermarsi e di ragionare, prosegue Abramowicz: “I partiti di sinistra che hanno successo in Europa dovrebbero riconoscere il diritto di ciascun Paese di scegliere la propria strada verso lo sviluppo. Quello che per l’Italia o la Francia rappresenta un bene, potrebbe essere un male per la Polonia, la Slovacchia o per l’Ungheria”.

Anche se una riduzioni dei trasferimenti di Bruxelles potrebbe rappresentare una seria minaccia per Varsavia, il PiS sembra dare la precedenza più agli antichi valori polacchi che al benessere. “Se l’Ue non garantirà a ogni Paese il diritto di adattare le esigenze di sviluppo alle specificità del sostrato sociale delle singole nazioni, allora l’unica soluzione sarà la fine dell’Unione Europea, ma questo non è quello che il PiS si augura”, conclude Adam Abramowicz.

La Brexit è cominciata. Speriamo non sia così per la fine del sogno polacco.