La rabbia di Renzi con il padre Tiziano: «Non ti credo»


Caso Consip, in un’intercettazione del 2 marzo scorso, i dubbi del Rottamatore: «Babbo devi dire tutta la verità ai magistrati». Poi il chiarimento dell’ex premier: «Una gogna mediatica»


La colpa del padre, per ora, è solo presunta. Il malcontento del figlio, invece, è certo. La prova sta nelle intercettazioni telefoniche: una chiamata di Matteo Renzi al papà Tiziano, rivelata dal Fatto Quotidiano stamattina. Un’anticipazione del libro di Marco Lillo (Di padre in figlio), in edicola a partire da giovedì.

Tutto avviene la mattina del 2 marzo scorso. Che è un giovedì, e viene movimentato dalle rivelazioni di Alfredo Mattei, tesoriere del Pd in Campania e conoscente, oltreché del Rottamatore, di molti personaggi illustri del suo Giglio Magico: dalla madrina delle riforme Maria Elena Boschi a Alberto Bianchi, l’ineffabile «avvocato del renzismo». Parla a Repubblica, Mazzei, e racconta di «una cena segreta», un incontro a tre in una «bettola» romana: seduti allo stesso tavolo, Tiziano Renzi, Alfredo Romeo e Carlo Russo. Annuncio che allarma il giovane leader del Pd, per due motivi. Primo, dimostra che l’incontro (finora negato) tra babbo Renzi e l’imprenditore campano che si aggiudicato il maxi-appalto di Consip, c’è stato: Tiziano, insomma, pare aver conosciuto di persona Romeo. Secondo, Mazzei ha parlato già coi pm: quelle confessioni non sono solo uno scoop giornalistico, ma sono entrate già nei fascicoli dei magistrati romani che indagano sulla vicenda.

Ecco perché Matteo non perde tempo e chiama il padre. Poche battute, concitate, che dimostrano un rapporto piuttosto teso tra i due. «Babbo devi dire tutta la verità ai magistrati». Tiziano prova a ribattere, suo figlio lo incalza. «E’ una cosa molto seria. Devi ricordarti tutti gli incontri e i luoghi, non è più la questione della Madonnina e del giro di merda di Firenze per Medjogorje». L’ex premier, dunque, non sembra per nulla soddisfatto dalla strategia difensiva del padre, che sull’altra sua vicinanza pericolosa – quella con l’ad di Consip Luigi Marroni – aveva spiegato che gli unici incontri erano avvenuti per decidere dell’installazione di una statuetta della Vergine nell’ospedale Meyer di Firenze. Matteo infatti prosegue: «Devi dire nomi e cognomi», anche perché «Mazzei è l’unico che conosco anche io». E poi pone la domanda fondamentale: «E’ vero che hai fatto una cena con Romeo». Sibillina, stando al brogliaccio degli investigatori consultato da Marco Lillo, la risposta del padre: «Tiziano – riportano i Carabinieri – dice di no e che le cene se le ricorda ma i bar no». E’ a questo punto che Matteo sbotta: «Non ti credo e devi immaginarti cosa può pensare il magistrato». E ancora, la prefigurazione più funesta: «Andrai a processo, ci vorranno tre anni e io lascerò le primarie».

Cosa che in realtà non è accaduta. L’ex sindaco di Firenze la sfida del Congresso del Pd l’ha combattuta fino in fondo, stravincendola. E da segretario del partito appena confermato che stamattina Matteo Renzi commenta le rivelazioni del Fatto. Lo fa con un lungo post su Facebook, in cui parla di una «gogna mediatica» a suo danno. Scrive Renzi: «Politicamente parlando le intercettazioni pubblicate mi fanno un regalo. La pubblicazione è come sempre illegittima ed è l’ennesima dimostrazione di rapporti particolari tra alcune procure e alcune redazioni». Poi, però, prima di entrare nel dettagliato racconto di quel 2 marzo, precisa: «Umanamente mi feriscono perché in quella telefonata sono molto duro con mio padre. E rileggendole mi dispiace, da figlio, da uomo. Da uomo delle istituzioni, però, non potevo fare diversamente».