Bartali, il museo si risveglia (solo) per il Giro d’Italia


Un veloce restauro e poche iniziative in vista della partenza della tappa che domani omaggerà il ciclista fiorentino. L’associazione che ha fatto nascere la galleria attacca: «Il Comune non fa abbastanza, dopo la corsa rosa saremo punto e a capo»


Bartali nacque a Firenze nel 1914
Bartali nacque a Firenze nel 1914

«L’è tutto da rifare» avrebbe detto Ginettaccio. Il museo del ciclismo “Gino Bartali” si risveglia magicamente dal letargo, in occasione dell’undicesima frazione del Giro d’Italia. Ma quanto durerà? Ormai da anni è finito nel dimenticatoio, la partenza della tappa da Ponte a Ema, paese natale del ciclista toscano, è lo spunto per provare a rilanciare il museo, passato nelle mani del Comune di Firenze da un anno e mezzo. «Non hanno mai fatto abbastanza, il timore è che una volta passata la carovana torni tutto come prima» dichiara Andrea Bresci, il presidente dell’Associazione “Amici del Museo Bartali”, protagonista nel 2006 dell’apertura del complesso sulla Chiantigiana. Proprio di fronte alla casa che fu di Bartali. «Partiranno esattamente da qui – continua Bresci – ci sarà un lancio di colombi e ci saranno tutte le scolaresche che in questi giorni sono venute a visitare il museo». Per l’occasione, nell’ultima settimana è stata disposta quest’apertura “straordinaria”, l’aggettivo non è casuale se si pensa che tutto l’anno la galleria è aperta dieci ore a settimana: dalle 10 alle 13 il venerdì e il sabato, dalle 12 alle 16 la domenica. «Troppo poco, l’Associazione si è rivolta al Comune per la gestione ma la risposta che ci hanno dato è stata deludente. Due vigilantes e orari incomprensibili».

L’opera di restauro per il passaggio del Giro del centenario ha richiesto grossi sforzi, l’usura causata dal tempo e dall’abbandono rischia di ripresentarsi tra qualche mese. Addirittura sono stati rinforzati gli infissi per tenerlo al riparo dai ladri. All’interno, cimeli d’inestimabile valore, tra cui la coppa Desgrange vinta da Gino al Tour tra gli anni Trenta e Quaranta o una Bartali da collezione utilizzata a fine carriera. Poco più in là c’è pure la maglia della SS Aquila, primissima squadra del ciclista toscano. «Un Paese senza memoria e rispetto, non sarà mai un grande Paese» hanno attaccato gli “Amici del museo Bartali” sui social qualche settimana fa. «Chi fino a ieri aveva dimenticato Bartali e il museo, oggi si scopre estimatore e conoscitore per evidenti interessi personali. Peccato che nel frattempo pezzi unici siano lasciati alla mercé di tarli e tarme».

La petizione lanciata nel gennaio scorso ha superato le mille firme, tifosi e appassionati ogni mese donano oggetti nuovi da esporre, ma dopo l’entusiasmo per l’apertura iniziale la spinta sembra essere venuta meno. E anche le iniziative organizzate dai volontari sono ormai ferme al 2010, come indica il sito ufficiale del “ciclomuseo”. Di sponsor, neanche l’ombra. Il neo rieletto presidente della Federazione ciclistica, Renato Di Rocco, non si è mosso minimamente nemmeno in coincidenza del Giro. Che domani ci passa davanti e punta verso nord. Dove c’è un altro simbolo dimenticato. Il Museo del Ghisallo, in provincia di Como, è chiuso sei mesi all’anno.