Alitalia, salvataggio in alta quota


Delrio, ministro dei Trasporti: «Indietro non si torna, vendita in 6 mesi». Sprechi e promesse mai rispettate i mali della ex compagnia di bandiera, che ora mette a rischio più di 12.000 dipendenti


E’ un coro unanime quello che si leva dalla compagine politica: niente nazionalizzazione per Alitalia. Reagisce così il governo al «no» referendario espresso con forza dai lavoratori, che adesso per policy aziendale non commentano la vicenda. «Indietro non possiamo tornare. Qualcuno si è convinto che ci sarebbe stato l’ennesimo salvataggio pubblico. Lo dico chiaramente: non ci sarà». E’ categorico Graziano Delrio, ministro dei Trasporti. Gli fa eco Carlo Calenda, secondo il ministro dello Sviluppo Economico è trapelata l’idea sbagliata che Alitalia potesse essere nazionalizzata e che fossero i contribuenti a saldare i conti. Una soluzione del tutto irrealizzabile, sia per l’incompatibilità con le norme europee del settore, che per la mancanza di volontà da parte di governo e cittadini. Probabile ora l’arrivo di uno, forse due commissari. Sempre Delrio chiarisce che il Governo si farà carico dei costi sociali di una ristrutturazione, ma senza poter garantire gli ammortizzatori sociali del passato. Vendita prevista entro sei mesi, al massimo.

Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti
Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti

La lunga degenza che affronta Alitalia si è acuita nel 2008, quando all’orizzonte si profilava l’ipotesi di vendita a Airfrance, scartata dall’allora premier Berlusconi. «Allora ero d’accordo con la vendita. Poi seguì il commissariamento e subentrò la CAI» riassume così gli ultimi dieci anni della compagnia Franz Moore, ex comandante, pilota in Alitalia dal 1986 al 2014, quando con l’intervento di Etihad fu licenziato. «Il tetto per la pensione era fissato a 62 anni, io ne avevo 57 e così mi hanno messo alla porta, senza riconoscere meriti o altro nella valutazione dei taglia al personale». Le voci che girano nell’ambiente raccontano di sprechi, tanti, fatti dalla compagnia: cominciando dal leasing dei velivoli pagato con cifre esorbitanti e contratti esagerati, passando alla verniciatura degli aerei, il restyling interno delle poltrone, per finire alle nuove divise firmate Bilotta (marca molto amata in Medio Oriente) e pubblicizzate in lungo e in largo. Una ristrutturazione formale, ma non sostanziale.

La campagna pubblicitaria delle divise di Alitalia firmate Bilotta
La campagna pubblicitaria delle divise di Alitalia firmate Bilotta

«Gli arabi hanno fatto tante promesse, annunciando l’acquistando di nuovi velivoli, l’apertura di nuove tratte. Tutte promesse non mantenute. Le stesse fatte da Giancarlo Cimoli nel 2005 e da tutti gli amministratori delegati che si sono susseguiti negli anni». Per anni il mantra in Alitalia è stato quello di pareggio da raggiungere in un paio di anni, prima del traguardo dell’attivo da conseguire in un triennio. Parole che non sono mai state seguite dai fatti e hanno invece contribuito a delineare la crisi insanabile che affligge l’azienda partecipata.

Le reazione al risultato del referendum sono state di grande sorpresa, ma chi è nel giro del personale Alitalia sapeva che tirava un’aria critica e che l’esito avrebbe rispecchiato il clima di disagio. «Se avessi dovuto esprimere un voto, sarei stato in seria difficoltà», ammette l’ex pilota di Alitalia. «Dire no significa fare un salto nel buio, significa sperare nell’ennesimo miracolo italiano grazie a un prestito ponte, ma senza alcuna certezza. Dire sì, però, significa farsi prendere in giro un’altra volta, perché si acconsente al taglio di stipendio e di personale solo per ritrovarsi qualche anno dopo nella stessa identica situazione. Probabilmente avrei votato sì solo nella speranza di salvare almeno il mio posto. Ho vissuto dal 2000 con la paura costante di perderlo e so come ci sente».