Turchia, Erdogan si gioca tutto nel referendum


La vittoria del “Sì”, questa domenica, sembra probabile: trasformerebbe il Paese in una repubblica presidenziale, garantendo pieni poteri al capo dello Stato. Per il “No” progressisti e curdi che sperano in un risultato a sorpresa


 

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Il futuro politico della Turchia è a un bivio. Domenica si svolgerà un referendum costituzionale, fortemente voluto dal presidente Recep Tayyip Erdogan, che potrebbe trasformare il Paese in una repubblica presidenziale. Accentuando quella svolta accentratrice e autoritaria che lo stesso Erdogan ha impresso alla nazione negli ultimi anni. E garantendo all’Akp, il partito di centro-destra del presidente, ancora molti anni al potere.

I contenuti

Sono 18 le proposte di modifica costituzionale presentate dall’Akp e dall’Mhp, schieramento politico vicino alle posizioni della destra radicale. I più significativi garantiscono estesi poteri alla figura presidenziale. Si comincia dall’abolizione del ruolo del primo ministro, con il capo dello Stato che assumerà entrambe le cariche e potrà mantenere legami con lo schieramento politico d’appartenenza, al contrario di quanto avviene oggi. Il presidente della Repubblica avrà anche il potere di tracciare il budget finanziario, di nominare e far dimettere ministri, di proclamare lo stato d’emergenza. Le elezioni parlamentari e quelle presidenziali si svolgeranno lo stesso giorno, ogni cinque anni, e il numero massimo di mandati del capo dello Stato è fissato a due. Il numero dei parlamentari aumenterà da 550 a 600 e la Camera potrà approvare l’impeachment del presidente con i due terzi dei voti.

Erdogan, il principale esponente del campo del Sì, afferma la necessità di approvare gli emendamenti per  favorire la stabilità nel Paese e per creare un esecutivo forte, superando la formazione di fragili e instabili coalizioni parlamentari. Il fronte del no, composto dal partito di centro-sinistra CHP e da quello di sinistra HDP, ha avvertito che una vittoria del Si consentirebbe ad Erdogan di governare come un dittatore. Tanto il CHP quanto l’HDP sono nemici storici dell’esecutivo di Ankara: il primo è il partito di Kemal Ataturk, fondatore della moderna Turchia negli anni ’20 del XX secolo, che ha grande radicamento tra le classi più progressiste ma che non governa dai lontani anni’70. L’HDP è invece il vettore politico del popolo curdo, minoranza etnica da sempre perseguitata dal governo centrale, che aspira alla creazione di uno stato indipendente.

La Commissione Europea è intervenuta nel dibattito elettorale avvertendo che i nuovi poteri attribuiti alla figura presidenziale sono eccessivi.

Il possibile esito

Malgrado una copertura mediatica largamente a favore, il fronte del Sì non è riuscito a ottenere, almeno nelle intenzioni di voto, quel vantaggio schiacciante che ci si potrebbe aspettare. Ma è comunque in testa e appare difficile immaginare una vittoria del No, che comporterebbe una grave umiliazione politica di Erdogan, sancendone una significativa sconfitta. Voteranno anche i 5,5 milioni di turchi residenti all’estero e i loro suffragi potrebbero rivelarsi decisivi, vista la poca distanza tra gli schieramenti. Non è chiaro come potrebbe esprimersi la diaspora, anche se è difficile immaginare un voto schiacciante in un senso o nell’altro. Fu proprio il tema della campagna elettorale all’estero per il referendum, con i comizi di ministri turchi previsti  Olanda, a provocare la crisi diplomatica tra i Paesi Bassi e la Turchia. L’Aia aveva impedito agli esponenti dell’esecutivo di parlare a favore del Sì, attirando le ire di Erdogan.