Robot: sì, no, forse? L’eterno ritorno della giannetta


Dalle macchine filatrici a oggi, l’automatizzazione c’è sempre stata, ma ora sembra più che altro un problema etico. Anche se quasi nessuno sembra voler rinunciare alla comodità del 4.0


Reconomy primo pianoMacchine che si guidano da sole, algoritmi, come quello messo a punto dalla banca d’affari JPMorgan in grado di compiere in un secondo un lavoro per cui gli uomini impiegherebbero 360mila ore. E in Cina, Germania, Corea del Sud, sempre più operai sono rimpiazzati da macchine. L’automazione sembra nuova, in realtà è un processo che dura da almeno due secoli. Ma a pensarci anche l’invenzione della ruota avrà mandato in pensione decine di manovali. Questa è una storia iniziata migliaia di anni fa. Solo che oggi le macchine non sono più semplici filatrici a vapore, ma raffinati prodotti tecnologici in grado di smaltire masse di lavoro esorbitanti

Tutto ha inizio nel Regno Unito, a Nottingham. È lì che nasce l’industria, i moti luddisti, il tessile. Oggi la settima città del Regno Unito per grandezza. Uno dei suoi personaggi più celebri è il temibile sceriffo, figura legata alla leggenda di Robin Hood. «Ogni città le sue tasse ha, e pagare le dovrà», è il suo mantra. Se seguissimo le interpretazioni dei liberisti più integralisti, potremmo quindi identificare lo sceriffo di Nottingham con lo Stato moderno basato sulla tassazione e sul welfare. Ma la cittadina del centro dell’Inghilterra spesso non viene citata per quello che in realtà è: un luogo fondamentale per la storia dell’umanità, soprattutto per quella del lavoro moderno. Tutto nasce qui, tra due fiumi, il Leen e il Trent. E oggi, anche a Nottingham, si può prenotare un’auto su Uber, come nel resto del mondo. Nel 1778 proprio lì muore James Hargreaves, l’inventore di Spinning Jenny: la cosiddetta giannetta, macchina filatrice che aprì le porte di tutte le successive rivoluzioni industriali, compresa quella in cui stiamo vivendo oggi, quella del 4.0, dell’internet delle cose.

A quasi 250 anni di distanza, il soffio della giannetta, nome con cui a Roma viene chiamata anche la fredda e pungente Tramontana, ancora si fa sentire: è il prodromo dell’automazione, la progenitrice dei robot. Tutte cose che oggi diamo per scontate in ogni settore dell’industria. Tutto è cambiato, tutto continua a cambiare, non solo dalla fine del XVIII secolo. C’è un moto sussultorio continuo, come l’effetto che gli esperti di comunicazione politica chiamano spin. Un movimento che non si ferma, un effetto imprevedibile. E, come tale, non è ancora chiaro dove e quando il vento smetterà di soffiare.

La storia del lavoro è una storia fatta di alti e bassi, di successi e sconfitte, di città come Nottingham,  Parigi, Londra, New York, Ivrea, luoghi che appaiono e scompaiono dai radar dell’innovazione per lasciare spazio a nuovi agglomerati di persone e idee. Oggi è la zona metropolitana a sud di San Francisco: la Silicon Valley. Popolata da persone sopra le righe, inizialmente additate come pazze, visionarie, a cui nessuno avrebbe dato un cent. Persone che però hanno continuato a credere nella loro idea, nel loro progetto, e hanno, se pensiamo allo smartphone, rivoluzionato il nostro modo di concepire le relazioni umane, il tempo, lo spazio.Sono loro a causare nel mondo della produzione quello che nella teoria del caos viene chiamato effetto farfalla: anche un piccolissimo battito d’ali può causare una catena di eventi che culmina in un uragano. Una teoria messa poi nero su bianco dal creatore del pensiero computazionale, Alan Turing, secondo cui «Lo spostamento di un singolo elettrone per un miliardesimo di centimetro, a un momento dato, potrebbe significare la differenza tra due avvenimenti molto diversi, come l’uccisione di un uomo un anno dopo, a causa di una valanga, o la sua salvezza». Insomma, uomini in grado di plasmare il mondo a partire da una visione. Uomini come Heargraves o Watt due secoli fa, come Adriano Olivetti nel secondo dopoguerra, come Elon Musk, Mark Zuckerberg, Jeff Bezos oggi.

Città, uomini e macchine. Di questo è fatta la storia del lavoro, in una sorta di ciclo dell’eterno ritorno, che in fondo, sta a dimostrarci che tutto è cambiato, ma che in realtà non è cambiato niente. Allora, era la giannetta, oggi l’intelligenza artificiale. Allora c’erano i moti operai e il luddismo, adesso si cerca di governare il progresso per placare un nuovo rigurgito anti tecnologico.

La giannetta e il suo inventore dettero il là a una serie di altre invenzioni che portarono alla compiutezza formale e sostanziale dell’industria moderna: il telaio di Akwright e, soprattutto, la macchina a vapore di James Watt. Fu allora che il lavoro divenne quello che per due secoli e mezzo abbiamo inteso, scandito dal ritmo serrato, rigido e macchinoso della catena di montaggio, resa efficiente e odiata da Henry Ford. L’industriale americano inventore dell’auto, che disse: «Se avessi chiesto ai miei clienti cosa volevano mi avrebbero risposto cavalli più veloci». Oggi, quel tipo di lavoro è stato sostituito da una forma più liquida, meno sostanziata sulla produzione e più sul capitale umano. Anche perché l’automazione è diventata realtà, e la giannetta non ha mai fermato il suo movimento. Anzi, continua a girare e a tornare sotto altre forme, così come continuano a girare e a tornare posizioni contrarie al progresso.

luddismo

Vecchi e nuovi luddismi

Nell’Inghilterra del 19esimo secolo l’apoteosi dell’industria creò un conflitto. Migrazioni dalla campagna alle città, tensioni tra uomo e macchina.  In quegli anni nascono i primi movimenti di lotta contro il padrone, contro la fabbrica, contro tutto ciò che rappresenta oppressione, più che liberazione. Sono gli anni del luddismo, prima di tutto. Cosa abbia significato nella storia quel movimento è ancora oggi argomento di dibattito. Anche perché i suoi sostenitori sono ancora fra noi. Si chiama neo luddismo, ed è un movimento risorto a nuova vita anche grazie a teorie di sociologi come Serge Latouche, teorizzatore della decrescita felice. Un ragionamento che può essere spiegato a partire da una domanda semplice e ricorrente, non solo tra gli economisti: “si stava meglio quando si stava peggio?”. Il neo luddismo nega il futuro, perché vi vede qualcosa di insanabilmente sbagliato. È una categoria però di cui paradossalmente negli ultimi tempi sono entrati a far parte anche uomini che hanno fatto della tecnologia la propria raison d’etre, come Elon Musk o Bill Gates. Sembra strano, ma anche persone che hanno costruito un impero miliardario sulle nuove tecnologie si dicono preoccupate della piega cheil mondo sta prendendo.

Elon Musk è l’uomo a cui si è ispirato Robert Downey Jr. per costruire il personaggio di Iron Man. Un miliardario, filantropo, che diversifica i suoi investimenti tra macchine elettriche, razzi spaziali e batterie solari per l’autonomia energetica. Un uomo che ha il suo dottorato in fisica applicata a Stanford dopo soli due giorni. Elon Musk è il creatore e amministratore delegato di Tesla nonché co fondatore del sistema di micropayments PayPal, che ha reso sicure le transazioni economiche in Rete. Si è reinventato prima con SpaceX, azienda privata che – ha annunciato – porterà l’uomo su marte, e poi con Tesla, azienda automobilistica elettrica dapprima produttrice di auto sportive e poi di lussuose macchine a batteria, anche auto guidanti. Tesla in borsa oggi vale più della casa automobilistica americana per eccellenza, la Ford, e rappresenta uno dei tanti simboli della disruption in atto negli Stati Uniti sud occidentali. Un luogo fatto di paperoni devoti all’innovazione, per cui tutto è mercato, tutto è app, tutto è automazione. Un sistema che si autoalimenta, fatto di startup e di decacorni (termine con cui si indicano quelle compagnie non ancora quotate ma valutate più di 10 miliardi di dollari; compagnie come Snapchat prima dell’IPO, come Uber o AirBnb). Un luogo in cui la rivoluzione è già arrivata, anche se in fase beta. Un moderno Regno Unito della rivoluzione industriale, dove si sta sperimentando un futuro che ancora non è realtà, ma potrebbe presto esserlo. Un futuro fatto di tante potenziali giannette. Ma che succede se proprio lì si inizia a discutere con preoccupazione di quello che succederà? Se Elon Musk somiglia a Ned Ludd, il personaggio leggendario che nella Nottingham della fine del 700 dette stimolo alla volontà di distruggere le macchine?

E se Elon Musk fosse un neo luddista?

La domanda è lecita se si osservano alcune dichiarazioni del patron di Tesla, raccolte in un lungo articolo di VanityFair America, che analizza alcune dichiarazioni di Musk. Ne esce un ritratto diverso del miliardario, in cui sembra che il creatore di Tesla arrivi a sostenere che le conseguenze della rivoluzione robotica potrebbero essere catastrofiche. Una lettura che sembra dare per scontato che non saranno mai rispettate le leggi di Isaac Asimov, quelle che nei romanzi distopici dello scrittore russo servivano a regolare il rapporto tra uomini e robot. Il neo luddismo sembra ormai contagiare tutti e si ripropone uguale a se stesso, ogni volta che arriva una tecnologia che spariglia le carte. La preoccupazione odierna di alcuni economisti si può riassumere così: se gli uomini vengono rimpiazzati dalle macchine, che siano filatrici o robot, il mercato del lavoro è pronto ad accoglierli in un altro settore?

Giovanni Farese è docente di Storia dell’economia e dell’impresa alla LUISS, e sul tema crede nel ruolo di mediazione da parte dello Stato: «Non possiamo rassegnarci, dire che il tempo aggiusterà tutto e che parallelamente si creeranno altri posti di lavoro. Questi processi vanno sempre accompagnati. O meglio, va bene il teorema, ma va male il problema, come diceva Galiani. Il tempo di aggiustamento è il tempo della vita di una persona, ma è relativo, non possiamo limitarci a dire aspettiamo. Ci dovrebbero essere linee pubbliche di accompagnamento». Un lavoratore over 50 che perde il lavoro potrebbe non trovarlo più, così politiche come gli investimenti tedeschi in formazione, che viaggiano paralleli alla nascita dell’industria 4.0 possono aiutare a mantenere la disoccupazione sotto il livello di guardia.

Il dibattito è acceso, e supera i confini della Baia di San Francisco. Anche in Europa se ne discute molto, e ogni Paese lo integra con il proprio approccio, la propria cultura del lavoro.

Non solo Silicon Valley

Fu Max Weber a teorizzare il ruolo dell’etica protestante nello spirito del capitalismo. In realtà, ogni cultura ha un proprio approccio al lavoro. E in fondo, il concetto benedettino di ora et labora non era così diverso da quello che adesso sta avvenendo in Silicon Valley, dove moderni Stakanov passano le ore in ufficio di fronte al loro computer, nutrendosi di bevande iperproteiche come il Soylent o di latte di mandorla.

La religione può avere un ruolo, però non è il solo fattore a contribuire alla formazione della concezione del lavoro. «La cultura influisce molto – spiega Farese – e spesso i modelli economici non ne tengono conto». In Silicon Valley però non sembrano essere né protestanti né cattolici: al massimo sono new age, e confondono i propri confini tra un drink biologico e un brunch. La nascita e l’evoluzione dell’imprenditorialità ha semplicemente assunto diverse accezioni per i diversi paesi. Ad esempio l’Italia è partita dall’ora et labora benedettino, per poi rielaborarlo con fattori propri di originalità. Con delle figure peculiari, come riconosce Giovanni Farese,  «Basti pensare ad Adriano Olivetti, ai suoi viaggi negli Stati Uniti, alla sua concezione moderna del lavoro. Diversi paesi hanno diverse dinamiche, a partire dagli USA, ma non è che l’Italia sia necessariamente in rincorsa, si guardi ai distretti del centro nord e ai loro investimenti in automazione».

Robot sì, ma non per tutti

Il core business dell’automazione oggi sono i robot. Intesi a vario titolo, che siano umanoidi che sostituiscono mansioni quotidiane o case sempre più autonome tecnologicamente e auto che si guidano da sole. Anche a questo livello cambia se sei un paese avanzato o meno. Ad esempio, i distretti del Nord Italia, o la Germania, investono molto in innovazione, mentre non è conveniente farlo in luoghi dove il costo della manodopera è basso. Ad esempio in India, ma sempre meno in Cina, dove si comincia a spendere molto in robot e automazione. E nel frattempo le persone stanno prendendo, piano piano, consapevolezza dei propri diritti di lavoratori. Insomma, storia ed economia si intrecciano. Come sostiene Farese «in genere quanto più è ampio il bacino della disoccupazione tanto minore è lo sprone agli investimenti, anche quelli in macchinari che sostituiscono lavoro con le macchine. Negli Stati Uniti della fine dell’Ottocento, quelli della seconda rivoluzione industriale, c’è stato ad esempio un effetto contrario. Non c’era manodopera, bisognava importarla e allora si è investito sulle macchine. Ma è una questione più grande che non tiene conto delle realtà locali. Il sistema di produzione è locale, dovremmo ragionare per distretti, per singole realtà». Ma rimane la questione, che poi è la stessa dal ‘700: come assorbire l’innovazione?

E le tasse sui robot?

Diamo per scontato l’arrivo dei robot, una progressiva automatizzazione e una perdita di posti di lavoro. Ma se prendiamo per buona la sostituzione del lavoro manuale con quello delle macchine, dovremmo in qualche modo pensare – o quantomeno ripensare – un modo per finanziare la nascita di altri posti di lavoro. Si torna a un sistema pubblico che preveda la creazione di occupazione. Un discorso abbandonato dalla politica, che negli ultimi anni è stata soggiogata da altri obiettivi, come il consolidamento della finanza pubblica, e non si azzardano nemmeno a parlare di piena occupazione. «Più che a un reddito di cittadinanza, penso alla creazione di posti di lavoro». In fondo, come ha detto il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda, siamo una Repubblica fondata sul lavoro, non sul reddito.

L’uomo del software, la persona più ricca del mondo, colui che ha portato il personal computer nelle case di tutto il mondo. Anche Bill Gates è un altro insospettabile che sembra si stia convertendo al luddismo. È stato lui qualche settimana fa a proporre l’introduzione di una tassa sui robot. Un’imposta difficilmente realizzabile, e forse prematura. «L’idea può essere affascinante, ma storicamente abbiamo sempre tassato il prodotto del lavoro, non lo strumento che si utilizzava», continua Farese, «non è che quando abbiamo introdotto macchinari li abbiamo tassati. Di solito si tassa la ricchezza prodotta». Tassare i robot è fattibile, ma può rappresentare solo una risposta politica di breve termine alla sostituzione dei posti di lavoro. Una tassazione sulle macchine può essere sperimentata nell’immediato, ma non è detto che porti a risultati positivi nel lungo periodo. Anche tassando i robot, noi umani continueremo ad avere un ruolo produttivo?

L’uomo in più

Jerry Kaplan è uno scienziato e saggista. Ha scritto un libro che cerca di dare una risposta alla domanda “Le persone non servono”? Kaplan sostiene che la tecnologia abbia innescato un percorso di aumento della produttività, facendo crescere indirettamente i salari e allo stesso tempo scendere i costi di produzione. Il reddito disponibile aumenta, e può essere diretto su altri consumi o messo da parte tra i risparmi. Oggi però i computer fanno quello che le macchine non facevano: sono in grado di pensare come gli uomini, o lo saranno a breve. Basti pensare al robot AlphaGo di Google, che ha battuto più volte degli umani in un gioco molto sofisticato dal punto di vista cognitivo, Go. Si tratta di un passatempo antichissimo, che somiglia molto agli scacchi di Kasparov, già sconfitto da un computer nel 1996. Non hanno ancora sviluppato una coscienza, ma qualcosa che gli somiglia molto, quasi un suo simulacro. Ecco il problema vero della moderna cultura del lavoro, è più etico che economico. Ci si domanda se l’intelligenza artificiale che stiamo costruendo sarà o meno in grado di stabilire da sola le priorità e non semplicemente eseguire le istruzioni. Un’auto intelligente in caso di pericolo può scegliere di investire un cane, per salvare la vita a una persona. Ma se in macchina c’è un neonato, e in strada una coppia di anziani, cosa sceglierà di fare? Il robot potrebbe scegliere di uccidere i secondi, facendo un calcolo terribile ma razionale di conservazione della specie. Dal punto di vista economico, al massimo basterà attendere che si crei un mercato del lavoro diversificato tale da assorbire le eccedenze. Dal punto di vista etico, sarà più difficile dire che tutto è roseo. La questione è enorme e inquietante. E forse è il vero nodo da sciogliere quando si parla di intelligenza artificiale. In realtà, il percorso dell’automazione, dalla giannetta ad oggi, non si è mai fermato. Abbiamo sempre accettato gli shock, perché abbiamo sempre trovato il modo di conviverci. Ma oggi lo siamo ancora? Probabilmente, lo siamo sempre più, anche perché la nostra qualità della vita, nel frattempo, ha raggiunto livelli altissimi.

Anche a Nottingham sono preoccupati, ma in fondo, Uber costa meno di un taxi. JustEat è più comodo e pratico di una telefonata a una pizzeria. E se domani un robot potesse lavorare al posto nostro, evitandoci una scomodità, bè, forse, diremo che è meglio così.