Il futuro della Nato e Trump: quanto pesano gli investimenti


Italia, Germania, Francia non spendono il dovuto. Un nuovo solco potrebbe regalare alla Russia di Putin le vecchie repubbliche sovietiche. Lo storico Alegi: “I Paesi baltici cadrebbero in tre giorni”


Reconomy primo piano

Ventotto anni dopo la caduta del Muro di Berlino una lunga linea invisibile torna a dividere l’Europa. Inizia a Narva, cittadina estone al confine con la Russia per terminare a Orchowek, località polacca vicina alla Bielorussia, oltre millequattrocento chilometri più a sud. Non ha ancora la rigidità della vecchia Cortina di Ferro, è una frontiera valicabile e non completamente militarizzata. Non è escluso però che un peggioramento delle relazioni tra Occidente e Mosca possa portare a un suo maggiore radicamento.

Da un lato di questa linea ci sono le democrazie del Vecchio Continente: dal Portogallo alla Polonia, dalla Norvegia alla Romania. Fanno parte dell’Unione Europea, della Nato o di entrambe le organizzazioni.

La Nato, l’Organizzazione per il Trattato del Nord Atlantico, garantisce dal 1949 la sicurezza dei suoi membri. Il suo funzionamento sta vivendo un periodo d’incertezza determinato dalla nuova presidenza americana di Donald Trump. Il presidente americano l’ha definita obsoleta e ha ricordato più volte come tutti i membri debbano investire di più in spese per il mantenimento della struttura difensiva. L’articolo 5 del Trattato Atlantico prevede che un attacco armato contro uno dei membri venga considerato come un’aggressione contro tutti. Per Trump, però, un eventuale intervento americano non sarà automatico, ma condizionato dagli investimenti effettuati dal paese.

Fino a oggi, e così sarà per il prossimo futuro, il sistema si basa sugli Stati Uniti che pagano un costo sproporzionato ogni anno per fare i poliziotti d’Europa. Molti governi del Vecchio Continente, per svariati motivi, non investono il dovuto. Anche la Germania, la locomotiva d’Europa, usa il vincolo di bilancio come pretesto per sottrarsi all’obbligo di acquistare armamenti e sistemi di difesa per almeno il 2% del Pil.

Nel 1949, quando è nata la Nato, il mondo era diverso. Dall’altra parte della cortina di ferro c’era il vicino più grande e temuto: l’Unione Sovietica. Ma anche oggi, la Russia, guidata da un autocrate con ambizioni neo imperiali, Vladimir Putin, preoccupa.

Le forze armate di Mosca dispongono di un grande esercito in via di modernizzazione e hanno migliaia di testate nucleari a disposizione. Il presidente Vladimir Putin non ha mai nascosto le sue ambizioni espansionistiche per ricreare uno spazio post-sovietico e tornare a essere una superpotenza globale. In primis riportando nella sua sfera d’influenza tutti gli stati persi dopo il crollo del Muro di Berlino. Le politiche portate avanti in Georgia e in Ucraina, dove sono stati fomentati e aiutati gruppi separatisti opposti ai governi pro-occidentali insediati nel Paese, ne è la testimonianza.

 

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L’espansione dell’Alleanza Atlantica dal 1949 a oggi (fonte: Wikipedia)

La minaccia russa

Alcune nazioni dell’Europa orientale temono fortemente una possibile invasione russa. I Paesi Baltici, Estonia, Lettonia e Lituania, hanno un’estensione territoriale molto limitata e hanno al loro interno consistenti minoranze russofone. Un’eventuale invasione da parte di Mosca, che non ha mai accettato del tutto la loro indipendenza e che ambisce a conquistare porti preziosi sul Mar Baltico, le vedrebbe cadere in poco più di qualche giorno. Completamente pianeggianti e privi di eserciti in grado di contrappore più che una resistenza simbolica (e non dotate nemmeno di aviazione) questi tre stati potrebbero sopravvivere solamente grazie a un intervento della Nato, di cui fanno parte dal 2004.

Oggi come oggi non è più cosi certo che l’Alleanza atlantica, con l’esercito degli Stati Uniti in prima linea, si schieri automaticamente in loro favore.

«Non possiamo fermare un’invasione dei Paesi Baltici- afferma il professor Gregori Alegi, docente di Storia Americana presso l’Università Luiss Guido Carli di Roma- Sono troppo piccoli, vicini e mancano i tempi di reazione. Non è pensabile che l’Alleanza Atlantica possa dispiegare truppe a loro difesa in poco tempo. In caso di un attacco russo questi stati sarebbero annessi in poco più di tre giorni. Si potrebbe eventualmente che le truppe russe invadano, sempre in campo ipotetico, la Polonia». Il professor Alegi afferma anche che i Paesi europei potrebbero opporsi efficacemente a eventuali cyber offensive di Mosca e che non è detto che un eventuale disimpegno di Washington dall’Alleanza non possa portare a esiti oggi imprevedibili. Come lo sviluppo di un deterrente nucleare comune europeo. Resistenze politiche a parte, quanto costerebbe?

Quanto costa la Nato

Gli Stati Uniti restano il membro Nato più importante, con una percentuale di spesa per la difesa pari al 3,6% del Prodotto interno lordo nel 2015. Il totale del personale delle Forze Armate americane supera il milione e trecentomila effettivi e ha quasi settemila testate nucleari. Potrebbero utilizzare i sofisticatissimi sistema di difesa di cui sono dotati dalle numerose basi militari nel Vecchio Continente.

Nel 2014 i membri Nato concordarono di arrivare a spendere almeno il 2% del Prodotto Interno Lordo annuo per il settore della difesa entro il 2024: una linea guida per far sì che tutti gli stati membri potessero partecipare di più al budget annuale dell’Alleanza Atlantica e per non caricare su Washington tutto il peso della tutela militare del Vecchio Continente. Nel 2015 appena cinque stati hanno raggiunto o superato questa soglia: oltre agli Stati Uniti (3,61%), la Grecia (2,46%), l’Estonia (2,04%), il Regno Unito (2,07%) la Polonia (2,18%). E gli altri? La Francia è all’1,80%, la Germania all’1,18%, l’Italia ad appena lo 0,95%.

Dal punto di vista economico Donald Trump non ha tutti i torti. Basti pensare che nel 2015 tutti gli alleati europei hanno concorso con 253 miliardi di dollari alle spese della Nato mentre gli Stati Uniti, da soli, hanno versato 618 miliardi di dollari. Secondo gli esperti del settore lo scudo difensivo dell’Alleanza Atlantica sta perdendo progressivamente di utilità: le nuove minacce del mondo globalizzato sono sempre meno i conflitti con eserciti di stati tradizionali e sempre più le forze irregolari di ribelli, il terrorismo internazionale e quello cibernetico. E lo stesso tycoon pare applicare alla sicurezza collettiva quel principio tipico del mondo degli affari da cui proviene. Ha ricordato che potrebbe far intervenire gli Stati Uniti in difesa di un Paese membro attaccato solo se quella stessa nazione ha contribuito in maniera sufficiente alle spese. Decidendo caso per caso e trasformando così la protezione militare in una transazione economica.

 

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Spese militari per Paese Nato nel 2015 (fonte: Cnn)

 

Il ruolo dell’Italia

 «Per l’Italia immaginare il raggiungimento del parametro del 2% nell’ambito delle spese militari annue è pura utopia».Così afferma Francesco Tosato, analista militare presso il Centro Studi Internazionali. «Il nostro ministero della Difesa è conosciuto anche come il ministero “salvadanaio”: durante l’anno quando c’è bisogno di trovare risorse o quando il governo ha bisogno di una manovra aggiuntiva i tagli vengono effettuati sulla difesa. Tagli che verrebbero mal digeriti dall’opinione pubblica se colpissero altri settori come la sanità». Il contributo fornito dall’Italia in ambito Nato non è solo simbolico o strategico. «Il nostro Paese ha sempre dato il massimo con quello che è stato stanziato dall’esecutivo: il contingente italiano nella missione Nato in Afghanistan è tra i più numerosi, la nostra aeronautica militare fornisce protezione aerea ad alcuni Paesi che ne sono sprovvisti. Come la Slovenia. L’Italia partecipa con delle batterie missilistiche in Turchia per la protezione dello spazio aereo turco da eventuali attacchi provenienti dalla Siria. E i soldati italiani sono stanziati nei Paesi Baltici nell’ambito del contingente dell’Alleanza Atlantica».

Il problema è che i nuovi impegni richiesti dall’Amministrazione Trump sono non qualitativi ma quantitativi: denaro sonante da investire e non personale militare addestrato e preparato. Secondo Tosato le cose devono cambiare: «Dobbiamo smetterla di dare per scontato che ci sarà sempre qualcuno di più forte, come gli Stati Uniti, che verrà in nostro soccorso. Se riusciremo a far capire agli americani la nostra volontà di incrementare le spese militari anche in proporzione al Pil, quindi senza necessariamente raggiungere la soglia del 2%, è immaginabile una qualche forma di mediazione. L’Italia dovrà smettere di tagliare il budget della difesa, come quest’anno è stato già fatto, e cercare di utilizzare le nuove risorse non solo per investimenti nazionali, quanto per fare progetti con i nostri partner come Nato e Unione Europea. Per permetterci di lavorare meglio insieme».

Tosato è anche convinto di come non sia possibile immaginare una Nato senza gli Stati Uniti, che sono tra i pilastri irrinunciabili dell’Alleanza. Bisognerà abituarsi a una maggiore esigenza americana sui parametri delle spese difensive e sull’effettivo impegno Nato portato avanti dai singoli stati.