Gauchelepenism e immigrazione: le due facce del Front National


Nel profondo nord della Francia, il movimento di estrema destra conquista consensi nel ceto operaio deluso dal partito socialista, al sud sfonda tra i conservatori puntando sul contrasto all’immigrazione. In vista delle elezioni presidenziali, alla proposta radicale di Marine Le Pen si oppone Emmanuel Macron, l’ex banchiere con la passione per l’Europa


Reconomy primo pianoA meno di un mese dal voto per eleggere il prossimo presidente della Repubblica francese, i due partiti storici, “Les Republicains” e il Partito socialista, sembrano essere fuori dai giochi. Sono venute fuori personalità nuove ma non troppo. Emmanuel Macron, ex ministro dell’Economia di François Hollande, e Marine Le Pen, la “pasionaria” leader del Front National. La figlia del vecchio Jean-Marie punta all’Eliseo dopo aver sfiorato la vittoria alle regionali nell’Hauts-de-France, la Francia alta, quella del nord, che un tempo era feudo della sinistra operaia. I settentrionali hanno da tempo voltato le spalle ai socialisti per donarsi anima e corpo alla destra estrema. A soli 39 anni, con il movimento civico En Marche!, il giovane Emmanuel Macron ha mandato in soffitta le vecchie sigle della sinistra. Le sue parole d’ordine sono Europa, scuola ed ecologia. All’inizio Macron era soltanto un outsider. Poi, in seguito al crollo di Fillon, è diventato il favorito per la vittoria finale. L’impoverimento, la disoccupazione e la desertificazione industriale sono elementi sufficienti a spiegare i successi del Front National nelle regioni settentrionali della Francia? È soltanto una parte della storia. Fattori culturali e politici, su tutti l’immigrazione musulmana e la perdita di contatto dei socialisti con la base proletaria, hanno inciso positivamente sulle fortune della famiglia Le Pen.

Sondaggi per regione – Marine Le Pen ed Emmanuel Macron

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Fonte France Info

Alla ricerca della “grandeur” perduta

Il Front National deve molti dei suoi successi ai vecchi partiti e ai loro candidati. François Fillon era partito alla grande. Alle primarie del partito aveva sconfitto sia l’ex presidente Nicolas Sarkozy che il superfavorito Alain Juppé. Poi è arrivato il Penelope-gate. Lo scandalo sui compensi versati alla moglie e ai figli per incarichi da assistenti parlamentari ha demolito le chance di vittoria del gaullista, che oggi è dato in terza posizione. I sondaggi lo accreditano al 17 per cento, ben distante dal qualificarsi all’inevitabile secondo turno del 7 maggio.

Gli elettori socialisti hanno invece scelto Benoît Hamon come candidato all’Eliseo. Le premesse sembrano le stesse che hanno accompagnato l’ascesa di Jeremy Corbyn in Gran Bretagna. Nulla di buono, a quanto sembra. Hamon, che ha battuto l’ex premier Manuel Valls alle consultazioni interne al partito, è il portabandiera di una sinistra coraggiosa con poche chance di diventare maggioritaria. Il candidato progressista ha il 9 per cento dei consensi, molto distante dalle posizioni di vertice. Jean-Luc Mélenchon, storico leader della gauche radicale e candidato della France insoumise, nelle ultime settimane ha guadagnato terreno in tutti i sondaggi. Oggi è dato al 18 per cento, un punto davanti a Fillon.

E allora rimangono loro due. Emmanuel Macron, l’ex banchiere di Goldman Sachs che piace tanto ai moderati, e Marine Le Pen, la presidente del Front National, data per sicura partecipante al ballottaggio fin dall’inizio della campagna elettorale. La figlia di Jean-Marie si è aperta la strada verso l’Eliseo con un programma nazionalista, protezionista e statalista in politica economica, costruendo il suo successo sulla lotta all’immigrazione e alle prepotenze di Bruxelles.

I favoriti per l’accesso al secondo turno sono entrambi attorno al 24 per cento dei consensi su base nazionale. Se però la Francia fosse l’America e contasse il voto nelle regioni, l’estrema destra sarebbe quasi certa della vittoria. La candidata del Front National è in testa nella maggior parte dei distretti, e il suo vantaggio sul rivale è tanto più consistente nei territori dove la disoccupazione è alta e i cittadini si sono impoveriti. Nel profondo nord del Paese, la crisi dell’industria nazionale ha colpito con la forza di un martello che spacca l’incudine. Alla fine del 2012, l’ex numero uno di Airbus Louis Gallois è stato incaricato dall’esecutivo guidato da Jean-Marc Ayrault di redigere un rapporto sullo stato del secondo settore in Francia. I numeri snocciolati dal “Patto per la competitività dell’industria francese” sono disarmanti. In dodici anni, il peso delle fabbriche sul Pil è sceso dal 18 al 11 per cento. Gli occupati sono passati da quattro a 2,6 milioni, arrivando a coprire soltanto l’11,1 per cento della forza lavoro. La quota di export su quello totale della zona euro è scesa dal 17 al 13 per cento. La quota di mercato dei prodotti industriali francesi in Europa si è ridotta dal 13 al 9 per cento. Per trovare un saldo positivo tra esportazioni e importazioni di prodotti industriali, bisogna risalire al 2004.

Esaminando i programmi elettorali dei due candidati, saltano subito all’occhio le promesse di rafforzare il potere d’acquisto delle classi medie, che, in Europa, sono state penalizzate dalla globalizzazione, e di prendere provvedimenti urgenti per creare nuovi posti di lavoro. Al 2015, secondo i dati elaborati dall’Ocse, il 44 per cento dei francesi era disoccupato, il 7 per cento in più rispetto al 2008. Le ricette dei due principali aspiranti all’Eliseo per dare più soldi e più lavoro ai cittadini sono molto diverse. La contrapposizione tra mondialismo e nazionalismo, che la leader dell’estrema destra individua come nuova linea di frattura nella politica mondiale, è evidente. Marine Le Pen propone un “patriottismo economico”, agli antipodi dei progetti di Macron. Per i lepenisti bisogna re-industrializzare il Paese, facendo leva su una cooperazione tra lo Stato e i settori produttivi. Serve una stampella pubblica sulla quale appoggiarsi nella lotta alla concorrenza sleale degli stranieri. Dare priorità all’impiego dei francesi e privilegiare le imprese di casa nell’aggiudicazione di appalti pubblici, ristabilendo una valuta nazionale e mettendo in pratica un “protezionismo intelligente”.

Per il candidato di En Marche! l’Europa è una delle chiavi della rinascita nazionale. Altro che uscita dalla moneta unica. Ci vuole un ministro delle Finanze europeo e un bilancio dell’Eurozona, da far votare al parlamento di Strasburgo. Niente barriere alle imprese del continente, a patto che mantengano almeno la metà dei loro stabilimenti all’interno del mercato unico. Per creare impiego bisogna aumentare le potenzialità e le competenze della forza lavoro. L’economia va modernizzata, non diretta dall’alto, attraverso un sostegno al settore privato e un piano di investimenti pubblici da 50 miliardi in 5 anni, che ponga l’accento sulla transizione verso fonti energetiche pulite.

La “giungla” di Calais e la presa nazionalista del nord

Le regioni settentrionali del Nord – Pas de Calais e della Piccardia, fuse nel macro-distretto dell’Hauts-de-France a seguito della riforma amministrativa del 2014, si trovano al confine con il Belgio e l’Olanda. I francesi del nord non se la passano bene quanto i vicini che vivono oltre la frontiera. Il 14 per cento degli abitanti del vecchio Pas de Calais, quattro milioni di residenti di cui un quinto sotto la soglia di povertà, non ha un lavoro. In alcune zone, la disoccupazione tocca punte del 30 per cento. In Piccardia, regione d’origine di Macron, i senza lavoro sono l’undici per cento. Da queste parti, Marine Le Pen va fortissimo. Uno studio elaborato dall’università Sciences-Po di Parigi indica che il 44 per cento degli operai francesi ha deciso di votare per il Front National, e la maggior parte vive al nord. Tra le tute blu, secondo una ricerca pubblicata dal quotidiano Le Figaro, sono le donne le più colpite dalla disoccupazione. Il 16 per cento delle operaie di sesso femminile non ha un lavoro, contro il 14 per cento degli uomini. Sempre secondo i dati resi pubblici dal quotidiano parigino, Macron avrebbe convinto appena il 17 per cento dei lavoratori delle fabbriche.

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Fonte Eurostat

 

Tasso di disoccupazione in Francia – regioni

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Fonte Eurostat

 

Se si pensa che nel 1981 il proletariato votò in massa per François Mitterrand, che raccolse il 60 per cento del consenso delle classi medio-basse, si capiscono le difficoltà delle sinistre. Marine Le Pen ha beneficiato dello scollamento tra i socialisti e la loro base storica. «Il nord della Francia è l’unica regione nella quale il Partito socialista abbia mai avuto un vero radicamento territoriale. La penetrazione del Front National nell’elettorato operaio è partita negli anni Ottanta, e adesso ha raggiunto il suo picco massimo», dice Marco Angelo Gervasoni, professore di storia dei sistemi politici alla Luiss di Roma. Il termine “Gauchelepenism”, coniato dal politologo Pascal Perrineau, è più che mai attuale. «L’impoverimento del nord, che quarant’anni fa si reggeva sulle miniere e sull’industria pesante, è iniziato prima dell’avanzata dell’estrema destra. Le fabbriche non sono state rimpiazzate. In un ambiente del genere, la propaganda di Marine Le Pen ha trovato terreno fertile». Una breccia che è culturale e industriale insieme, specie se si considera «che a Calais, dove gli abitanti hanno per molto tempo convissuto con la “giungla” di baraccopoli abitata dai profughi, il Front è dato al sessanta per cento».

La classe media va all’inferno

I candidati si contendono i voti della piccola e media borghesia. Anche in questo caso, la perdita di potere d’acquisto è più forte nei territori con più alta densità di disoccupati. Secondo i dati Eurostat aggiornati al 2014, dal 2006 in poi il reddito reale degli abitanti di Pas-de-Calais e Piccardia è rimasto inchiodato a 22 mila euro l’anno, mentre nel resto del paese cresceva.

Potere d’acquisto per abitante su base regionale – 2015

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Fonte Eurostat

 

Alle elezioni amministrative del 2015 Marine Le Pen è arrivata molto vicina a conquistare la presidenza dell’Hauts-de-France, superando il quaranta per cento delle preferenze al primo turno. Per consegnare la vittoria a Xavier Bertrand, candidato del centrodestra, c’è voluta la “Santa alleanza” tra socialisti e gaullisti. I primi hanno fatto convergere i loro elettori sull’esponente moderato, che ha così recuperato uno svantaggio di quindici punti. Stessa cosa è accaduta nella macro-regione composta da Alsazia, Lorena e Champagne, conquistata dal repubblicano Philippe Richert ai danni di Florian Philippot, braccio destro della Le Pen. Nella regione di Reims il tasso di disoccupazione è secondo soltanto a quello del Pas de Calais, mentre in Lorena il reddito reale è di 23 mila euro per abitante, sotto la media nazionale. Spiega ancora lo storico Gervasoni: «La questione dei redditi delle classi medie è uno dei punti centrali della campagna elettorale. Il Front National prospetta soluzioni dirigiste, con un forte ruolo dello Stato nella re-industrializzazione del Paese. Sono progetti che somigliano a quelli di Mélenchon, che però è di sinistra. Il chiaro responsabile è l’Europa, che dev’essere smantellata per riconquistare la prosperità perduta». I nazionalisti promettono bonus per chi vive con meno di 1500 euro al mese, validi sia per i pensionati che per i lavoratori attivi. Un altro cavallo di battaglia è l’aumento delle pensioni minime per i francesi e per chi vive in Francia da almeno vent’anni. Macron, che contrappone un europeismo ottimista alla retorica patriottica del Front, non parla di francesi. Tutti saranno beneficiari delle nuove politiche, basate su massicci sgravi fiscali alle imprese e ai lavoratori. Niente soldi in tasca ai cittadini e aiuti nel breve periodo, servono misure strutturali. Al primo posto c’è la formazione per i meno qualificati. Per Gervasoni, la ricetta di Macron sul lavoro è «liberale, pone l’accento sulle conseguenze positive della globalizzazione. Allo stesso tempo però fa un discorso paternalista, tipico della sinistra, sebbene culturalmente non appartenga a quell’area. L’idea è che i cittadini non sono in grado di approfittare del mercato globale, e che lo Stato debba fornire loro gli strumenti».

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Fonte Eurostat

 

Il bacino elettorale storico dell’estrema destra è però il sud, dove il denaro gira e i senza lavoro non hanno mai superato il livello di guardia. Nella macro-regione Provenza-Alpi-Costa azzurra, la disoccupazione è attorno al dieci per cento, sui livelli di dieci anni fa. Il potere d’acquisto, rispetto al 2010, è passato da 26 mila a 28 mila euro per abitante. Per fare un paragone, si tratta di un reddito reale pari a quello dei residenti in Toscana. Due anni fa, Marion Le Pen è arrivata vicinissima a conquistare la regione sul Mediterraneo, prima di sbattere contro il muro a difesa della République eretto dagli avversari. Oggi, la zia Marine ha 15 punti di vantaggio su Macron e 16 su Fillon. I successi degli eredi di Jean-Marie Le Pen nei territori al confine con l’Italia non si spiegano con le miserie degli abitanti. Commenta il professor Gervasoni: «La grande incidenza dell’immigrazione dal Maghreb pesa sulle scelte di un elettorato anziano. Il Front National è un partito a due facce: a sud conservatore e liberale, a nord, sui temi economici, è di sinistra».