Sfida nel Pacifico: Pyongyang prepara reazione a USA


Gli Stati Uniti schierano la portaerei Vinson in Corea. Il generale Tricarico: «Situazione preoccupante, Kim Jong-un ha una reale capacità balistica». E la Cina mette 150.000 uomini alla frontiera coreana


Pronti a rispondere alla decisione «oltraggiosa» degli Stati Uniti di dirigere le proprie navi militari verso la Corea del Nord. Questa la risposta di Pyongyang alle ultime mosse di Trump sullo scacchiere internazionale. Dopo l’attacco alla base siriana lo scorso 7 aprile, gli Stati Uniti ora puntano l’attenzione verso la penisola coreana, a seguito dei ripetuti lanci di missili (l’ultimo, fallito, risale a mercoledi’) e dei segnali secondo cui potrebbe essere imminente un nuovo test nucleare. Leonardo Tricarico, ex Capo di Stato maggiore dell’Aeronautica militare, presidente della fondazione ICSA, commenta così la situazione: «Kim Jong-un ha una reale capacità balistica e la possibilità concreta di armarla con testate nucleari. Questi sistemi hanno anche una portata notevole; quello che manca, forse, è la precisione, questione che diventa secondaria se si punta su obiettivi di dimensioni ragguardevoli, come una città. E’ una capacità che non può essere neutralizzata da un giorno all’altro. Quello che sta succedendo è preoccupante».

Generale Leonardo Tricarico, presidente ICSA
Generale Leonardo Tricarico, presidente ICSA

Da tempo ormai la tensione è alta nella acque del Pacifico, con la Corea del Nord che sistematicamente, ogni mese, ha portato a termine esercitazioni e lanci missilistici, il più delle volte finiti nel Mar del Giappone. Secondo Tricarico, la decisione americana serve a dare uno scossone a equilibri ipocriti che si sono consolidati negli anni: «Per mantenere il potere interno, Kim Jong-un non faceva altro che lanciare proclami e test missilistici a scadenze prefissate, tutte iniziative a cui facevano seguito reazioni misurate da parte degli altri Paesi. Ora, invece, sembra che si voglia giocare a carte scoperte o che per lo meno si tenti di farle scoprire. Un gioco comunque rischioso».

La Cina intanto ha schierato 150.000 uomini lungo il confine con la Corea Nord, temendo le conseguenze di un eventuale attacco americano. Il leader cinese Xi Jing Ping non era stato neanche avvisato dell’offensiva contro Assad, avvenuta mentre era ospite di Donald Trump per un bilaterale Washington-Pechino. I media coreani hanno dato particolare risalto all’episodio siriano, un’attenzione significativa, dal momento che le notizie estere arrivano centellinate a Pyongyang. Secondo Tricarico più che di strumentalizzazione ai fini della politica interna, questa mossa mediatica va valutata per la sua possibile  interpretazione: «Bisogna capire come è stato recepito in Corea il lancio dei Tomahawk contro la base di Sharyat in Siria. Se il monito è arrivato o se è stato inteso solo come una sfida da raccogliere, è qualcosa che potranno confermare o smentire solo i fatti. L’obiettivo di Trump è quello di prendere più piccioni con una fava: c’è un messaggio diretto all’area siro-irachena di non illudersi che l’America non abbia più un ruolo da giocare lì, ma allo stesso tempo c’è anche il beneficio collaterale di rivolgersi ad altri soggetti internazionali, come la Corea del Nord, che stanno tirando troppo la corda, avvisandoli di non tirarla troppo perché potrebbe finire per spezzarsi».